Terapie, isolamento, card, tamponi. Tutte le follie della Covid-burocrazia
  • Le istruzioni irrealistiche sul sequenziamento, la trafila per ottenere i monoclonali, le regole contraddittorie sulle quarantene familiari, i bachi nel sistema dei certificati verdi: per il Paese reale l’epidemia è una tagliola.
  • New York cura prima neri e ispanici. Sia lo Stato sia la Grande Mela danno priorità nei trattamenti antivirus alle minoranze etniche: «Rischiano di più per le diseguaglianze». Corsie riservate anche per i tamponi.

Lo speciale contiene due articoli.

C’è un Covid «burocratico», disegnato a tavolino dal Cts e dai decreti; e poi c’è il Covid vero, quello che milioni di italiani patiscono sulla loro pelle. Sono due dimensioni parallele. Al punto che, per chi decide, l’applicabilità di norme e protocolli sembra essere un problema secondario. La regola c’è; se nella realtà è inattuabile, tanto peggio per la realtà. La Verità ha attinto alle disavventure quotidiane di alcuni interlocutori, alle prese con il Leviatano politico-sanitario, per redigere una panoramica dei più stridenti attriti tra la pandemia inventata dal funzionario governativo e quella subita dal cittadino comune.

Cominciamo dalle cure. Domenica, interpellato dal Corriere sul calo di efficacia dei monoclonali contro Omicron, Franco Locatelli ha fornito una precisa indicazione operativa: «Prima della somministrazione dobbiamo sequenziare il genoma del virus per identificare la variante». Sì, nell’iperuranio in cui fluttua il coordinatore del Comitato tecnico scientifico. Perché sul pianeta Terra, l’Italia arranca nel sequenziamento. Quando esso viene eseguito, per una risposta si attende fino a un mese e mezzo; solo che i monoclonali vanno inoculati entro pochi giorni dalla comparsa dei sintomi. E alle velleità dei tecnici, si aggiunge l’ardua trafila d’accesso alla terapia.

Riportiamo la testimonianza di un malato: costui ha dovuto far compilare un modulo al medico di base; il formulario è stato trasmesso al primario di malattie infettive; il reparto ha riunito un comitato interno, per valutare la richiesta, approvata la quale, ha organizzato il trasporto in ospedale del «candidato». Ci sono voluti tre giorni; cosa succederebbe al paziente, se il complesso ingranaggio s’inceppasse?

Altrettanto lisergico è il capitolo relativo alla gestione familiare di contagi e autoquarantene. Un sintomatico ci racconta di essersi isolato dagli altri parenti; nessuno, dal locale ufficio d’igiene, gli ha proposto il trasferimento in un Covid hotel. Dopodiché, l’infetto è stato ricoverato. Al miglioramento delle sue condizioni, sono state predisposte le dimissioni. Ma all’atto di firmare le carte, egli ha appreso che, essendo ancora positivo, poteva essere rispedito a casa solo se avesse garantito di poter evitare contatti con i familiari. Relegandosi in una mansarda, o trasferendosi in una seconda abitazione vuota. Chi non ne ha una? In caso contrario, niente dimissioni: si aspetta la negativizzazione. Occupando un letto d’ospedale…

E se, nel mentre, il resto del nucleo familiare diventa positivo? Il guarito è libero alla solita condizione: si isoli dai neo infetti. Altrimenti, quarantena finché non sono tutti usciti dal Covid. Ergo, lo Stato, che considera il guarito a rischio di immediata reinfezione, consente al vaccinato con terza dose, o con due dosi da meno di 120 giorni, di andare in giro pure se ha avuto un contatto a rischio, purché indossi la Ffp2. Senza sintomi, non ha nemmeno l’obbligo di tampone. Così, il guarito, sicuramente negativo, è segregato; il vaccinato, potenzialmente positivo e contagioso, se ne va a spasso.

Ma atteniamoci ancora alla cronaca della famigliola col Covid. La Asl convoca uno dei membri al drive in per il tampone di controllo; costui è autorizzato a uscire, benché sia considerato positivo al coronavirus. E se quello è impossibilitato a guidare? Amen: nessun convivente ha il permesso accompagnarlo in auto. Perché? Perché, appunto, il familiare è infetto. In sintesi: il positivo convocato non è pericoloso; il positivo accompagnatore, il quale, esattamente come il primo, rimarrebbe confinato nell’abitacolo, invece è un untore. Ci vedete una logica?

Il groviglio delle quarantene, tra l’altro, si sta sovrapponendo allo sgretolamento del sistema di tracciamento. Si moltiplicano i vaccinati da oltre quattro mesi, cioè tenuti a osservare l’isolamento, che comunicano ai loro datori di lavoro di doversi assentare, dopo un contatto con un positivo. Ad avvisarli, però, sono stati i contagiati medesimi e non le Asl: per cui, ufficialmente, essi non sono sotto sorveglianza. Vanno considerati assenti ingiustificati? Mistero.

Il trip allucinogeno prosegue con un dettaglio da stomaci forti: la giungla della raccolta dei rifiuti. Il protocollo di inizio pandemia prevedeva che il malato cessasse la differenziata e sigillasse l’immondizia in buste uniche. L’Iss non lo ha mai eliminato. Pochi giorni fa, Il Fatto Quotidiano ha appurato che sono stati direttamente alcuni Comuni a lasciarlo decadere. Il risultato? Una babele. In alcune città, le municipalizzate telefonano agli infetti e organizzano il ritiro dei sacchi a domicilio; in altre, la vittima del Sars-Cov-2 se la deve sbrigare da sé.

L’ultima finestra dell’orrore la apriamo sul green pass. Ieri, il Corriere della Sera annunciava che il governo assicurerà il rilascio della card ai guariti subito dopo il risultato negativo di un tampone. Fino ad oggi, la filiera era molto più dispersiva: l’esito del test andava trasmesso al medico di famiglia, che a sua volta doveva emettere un certificato di guarigione, da caricare sulla piattaforma nazionale, per attivare la funzione «annulla blocco» e determinare l’emissione del nuovo foglio verde. Ci auguriamo che la riforma si concretizzi immediatamente. Intanto, restano almeno due pietre d’inciampo, alla faccia delle intelligenze artificiali e degli infallibili algoritmi.

Primo: il pass per i positivi a lungo termine non scatta automaticamente dopo 21 giorni di malattia. A quel punto, costoro sono liberi di uscire, ma per avere la tesserina abbisognano di un tampone negativo, il che potrebbe richiedere settimane. Per quale ragione, di grazia? Se, benché positivi, non sono reputati contagiosi, come mai non hanno diritto al documento con cui solo possono essere ammessi in locali, mezzi pubblici e magari luoghi di lavoro?

Secondo: non sempre il pass viene davvero revocato a chi ha il Covid. La Verità aveva già descritto la vicenda di una persona contagiatasi a Roma, il cui certificato risultava comunque valido. Ieri abbiamo ripetuto il controllo con l’app Verifica C19, debitamente aggiornata. Sorpresa: il Qr code continuava a funzionare. Non è stato mai sospeso. E lo chiamavano «governo dei migliori»…


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