- Mentre Walter Ricciardi paventa pure la possibilità di tenere chiuse le scuole, si accende il dibattito sulle protezioni: per il Cts vanno portate sempre, le Regioni si ribellano, Lucia Azzolina dice che al proprio posto vanno tolte.
- In proporzione, la Svizzera ha avuto un impatto più drammatico di noi con il virus. Eppure nessuno ha pensato di bloccare il Paese. Per gli esperti «è il modello giusto».
Lo speciale contiene due articoli.
Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno. Lo stesso, purtroppo, non vale né per lo sbiadito governo giallorosso né tanto meno per i suoi verbosi consulenti. Mettetevi dunque negli scomodi panni del solito genitore, che continua a lambiccarsi sull’agognato ritorno a scuola della figliolanza. Di buon mattino, apre il Corrierone speranzoso. C’è una sterminata intervista ad Agostino Miozzo, presidente del Comitato tecnico scientifico. Sintesi: «I contagi aumenteranno, ma no a nuove chiusure». Sospirone. Che gran sollievo. Ma poi, allo stesso genitore, capita di dare una sbirciatina alla tv. Su Rai3 c’è Agorà. Riconosce il volto ormai noto di Gualtiero Ricciardi, detto Walter, superesperto del ministero della Sanità. Ed ecco, a un certo punto, che l’epidemiologo ammette stentoreo: «Le prossime elezioni, e anche la riapertura delle scuole, possono essere a rischio se la circolazione del virus torna ad aumentare». Salvo poi rettificare maldestramente: «Intendevo negli altri Paesi». Tocca quindi alla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, intervenire: «Nessun rischio per l’apertura degli istituti». Peccato sia stata appena sconfessata, dallo stesso Cts, sull’uso delle mascherine in classe. Così la parola definitiva tocca al campione della lotta al coronavirus: Domenico Arcuri. Il commissario straordinario per l’emergenza rassicura: «La ripartenza il 14 settembre è necessaria, non solo per il fine altissimo dell’istruzione, ma anche perché è il primo ritorno collettivo alla normalità».
Dopo sei mesi di forzata lontananza, manca meno di un mese alla ripresa delle lezioni. E il caos è diventato farsa. Banchi con le rotelle: perfino le aziende tardivamente selezionate iniziano a mettere le mani avanti. Le consegne, bene che vada, slitteranno a ottobre. Mascherine: altra pratica in mano all’infallibile Arcuri, celebre per le già introvabili chi-rurgiche a cinquanta centesimi. Un uomo, una garanzia. Didattica a distanza: dopo il fallimento della sperimentazione, restano pestifere incognite. Padri e madri temono di essere nuovamente costretti dal ministero a far da precettori ai figli. Quarantene in caso di un positivo: per la classe in cui s’è verificato il contagio o per tutta la scuola? Responsabilità penale dei presidi: già alle prese con la regnante confusione, i dirigenti si rivoltano. Non possiamo essere noi, ruggiscono, i capri espiatori. Test rapidi: saranno facoltativi oppure obbligatori? Le regioni, nel frattempo, cominciano a procedere in ordine sparso.
Siamo, insomma, allo psicodramma collettivo. Così, la profezia di Ricciardi finisce per seminare altro panico tra famiglie, insegnanti e alunni. Persino tra i giallorossi è corsa al distinguo. Il capogruppo di Italia viva al Senato, Davide Faraone, scrive: «Ieri il Cts ci spiegava che potevano decidere di non riaprire le scuole. Oggi un consulente del governo rilancia, oltre a rinviare l’avvio dell’anno scolastico vuole rinviare le elezioni. Ogni giorno, uno si alza e spara. Decide il parlamento, basta improvvisazione». Mentre, dall’opposto versante di centrodestra, si fa sotto il leader della Lega: «Se impongono mascherine e plexiglass mia figlia a scuola non ce la mando, perchè non è un lager» promette Matteo Salvini. «Si può andare a scuola in sicurezza, ma senza essere chiusi come pacchi postali».
Le esternazioni mattutine del consulente sono state però onnicomprensive. Per estendersi anche all’uso delle mascherine fra gli alunni: «È compatibile e necessario» avverte Ricciardi. Quindi? Miozzo, gran capo del Cts, conferma: i dispositivi in classe saranno obbligatori a partire dai sei anni. Un’imposizione che ha già fatto sollevare il Veneto. L’assessore all’Istruzione, Elena Donazzan, attacca: «È una tortura, durante la lezione. In caso, servirà nei luoghi di assembramento». Il governatore, Luca Zaia, la spalleggia: «Sono contrario a chiedere di indossare la mascherina ai bambini. Dovrebbero portarla sei o otto ore». Azzolina, dunque, concede: «Al banco si può togliere». Nemmeno per sogno, rettifica ancora il Comitato tecnico scientifico. Va indossata sempre e comunque. Al massimo, lo scolaro in museruola potrà rifiatare durante l’interrogazione. Bontà loro.
Ma è solo l’ennesima, e sempre più imperdonabile, divergenza. Perché su ogni indicazione continua ad aleggiare il quesito dei quesiti: ma, alla fine, decidono gli espertoni o i politici? La risposta, purtroppo, è la stessa degli ultimi mesi. Dipende. Se la situazione rimarrà sotto controllo, avranno scelto il premier Giuseppe Conte e i suoi, pronti a reclamar medaglia come il Muttley dei cartoni animati. Se invece la pandemia dovesse nuovamente divampare, travolgendo anche la scuola, beh varrebbe il contrario. Colpa dei superconsulenti. I giallorossi sono pronti a mormorare: noi, ignari politicanti, ci siamo affidati a loro, illustri luminari. In scienza e coscienza. Uno scaricabarile già stigmatizzato dal solito Miozzo lo scorso 10 giugno: «Siamo degli spettatori e non siamo l’oracolo di Delfi» ha spiegato, durante l’audizione in commissione Cultura alla Camera, proprio a chi gli chiedeva del prossimo anno scolastico. «Siamo rimasti sorpresi dal vedere le nostre indicazioni trasformate in decreti. A noi sono stati richiesti pareri, se poi sono tradotti in provvedimenti è una responsabilità del governo e non nostra». Sacrosanto. Ma perché, allora, non cominciare a consigliar tacendo?
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