- Dopo le sue comparsate ansiogene, il premier accusa la Rai di terrorismo. Follia figlia del cambio di strategia in corsa. Così come la frenata sui tamponi e i bar (mezzi) riaperti.
- Alla Camera via libera di Lega, Fi e Fdi alle prime norme sull’emergenza. Esercito con funzioni di polizia.
Lo speciale contiene due articoli
Tamponi per tutti, tamponi per pochi; bar e musei serrati, bar e musei da riaprire; scuole deserte, scuole in attività; toni bassi in tv, ma derby d’Italia con stadio deserto in mondovisione. Sarà che la gente, più che dal coronavirus, s’è fatta contagiare dalla paura. Però pure chi dovrebbe proteggerla sembra preda, se non del panico, della confusione totale.
Sulla gestione dell’emergenza sanitaria, abbiamo assistito a una sfilata imbarazzante di tira e molla, fughe in avanti e marce indietro, accordi e disaccordi tra il governicchio e le Regioni (e in qualche caso, persino i Comuni hanno preso iniziative estemporanee). E la mancanza di una direzione chiara non ha contribuito a placare le ansie della popolazione, nonostante la parola d’ordine, in queste ora, sia «stop all’allarmismo».
Cominciamo dall’inversione a U sui test diagnostici. Scoppiata l’epidemia in Lombardia e Veneto, è partita un’affannosa rincorsa al tampone. Sabato scorso, in diretta al Tg 2, il sindaco di Vo’ Euganeo dichiarava di voler sottoporre all’esame l’intera cittadinanza. La moltiplicazione dei tamponi – da noi ne sono stati somministrati circa 10.000, contro i circa 500 della Francia, i circa 1.000 della Germania, i circa 6.500 del Regno Unito – ha infiammato la polemica. E così, come annunciato ieri da Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e come ribadito dal commissario, Angelo Borrelli, la strategia è cambiata: tamponi solo a chi presenta i sintomi. Giusto. Ma se fino a tre giorni fa si accarezzava l’ipotesi di analizzare mezza Italia, come si può pretendere che le persone adesso si convincano che esami approfonditi sono inutili? Ci siamo comportati – comprensibilmente – come se ci aspettasse l’apocalisse zombi. Se l’allarme è sproporzionato, la colpa è di chi non l’ha gestito subito razionalmente. E ha lasciato campo libero alle decisioni, talora contraddittorie, dei governatori, per poi invocare i pieni poteri.
Pensate al coprifuoco per i pub. La Lombardia ne aveva disposto la chiusura a partire dalle 18. Sulla Verità ci siamo chiesti: il coronavirus si sveglia al tramonto? E se lo scopo – sacrosanto, per carità – era evitare gli assembramenti, perché ci si è premurati di bandire gli aperitivi meneghini e non le colazioni al bar? Contrordine, dunque: la Regione ha chiarito che i locali possono restare aperti, purché il servizio sia limitato ai tavoli all’aperto. Milano in questi giorni è semideserta, però siamo sicuri che i tavolini siano sempre disposti a due metri l’uno dall’altro, a prova di contagio? Anche qui, tuttavia, la tirata d’orecchie se la merita Giuseppe Conte: se voleva evitare svarioni dei governatori, non poteva svegliarsi subito, anziché farsi scappare la situazione di mano e poi minacciare usurpazioni, aprendo una polemica dal chiaro obiettivo anti leghista con Attilio Fontana, nel bel mezzo dell’emergenza?
Regna il caos pure sull’obbligo di comunicare alla Asl eventuali viaggi nella zona rossa: le Regioni, infatti, ieri non hanno siglato l’ordinanza, perché non condividono il provvedimento.
Per non parlare del braccio di ferro con il presidente delle Marche, Luca Ceriscioli, bloccato dal premier mentre annunciava in diretta la chiusura delle scuole. Conte si è detto «sorpreso» dall’intenzione del governatore dem di tirare dritto con l’ordinanza (Giuseppi cade ancora dal pero, come con il numero di contagi). Nel frattempo, pure la Campania ha disposto la chiusura delle scuole fino a sabato. Per il governicchio, è una misura non necessaria. I presidenti di Regione vogliono tutelare sé stessi e i cittadini, pure a costo di esagerare. In questo tiro alla fune, da che parte pende la ragione? Se nemmeno i governatori si fidano di Conte, perché devono farlo i cittadini? E poi, a cosa è servito blindare i musei a Milano, se il sindaco Beppe Sala ora chiede al titolare del Mibact, Dario Franceschini, di rimetterli in servizio? Perché i musei sì ma cinema e teatri no? E quali elementi scientifici dimostrano che l’epidemia è sotto controllo o in remissione, giustificando la riapertura? Al contrario, è la stessa Oms a paventare il pericolo pandemico: «Il mondo non è pronto».
D’altro canto, nel giorno in cui Repubblica scriveva di una telefonata partita da Palazzo Chigi all’ad della Rai, Fabrizio Salini, per chiedere alla tv pubblica di tenere i toni bassi in tg e talk show, veniva ufficializzato che Juventus-Inter si giocherà a porte chiuse. Sarà uno spettacolo surreale: una sfida scudetto trasmessa in mondovisione che si svolge in un silenzio tombale, rotto solo dalle imprecazioni degli allenatori. Il tutto, mentre le autorità francesi hanno dato il via libera ai tifosi bianconeri, che ieri sera hanno seguito i loro beniamini a Lione. Se il coronavirus è più o meno come l’influenza, se uccide soltanto i vecchi già malati, se in 4 casi su 5 provoca sintomi lievi, perché vietare al pubblico l’Allianz Stadium di Torino?
Anziché tranquillizzare il popolo di cui si proclamò avvocato, Giuseppi, che ha reclamato pieni poteri come un Matteo Salvini qualunque, sortirà l’effetto opposto. Le sue incertezze paiono il goffo maquillage di una situazione grave. Tanto più se, con il contributo di qualche virologo cooptato alla causa governativa, comincia a circolare la nuova suggestione medica: i positivi al virus non sono malati. I giallorossi, chiaramente, non si spingeranno fino a rivedere al ribasso i contagi censiti finora (mica siamo in Cina…). Però il meccanismo, insieme alla stretta sui tamponi, da oggi in poi potrebbe aiutare a limitare la casistica, simulando progressi inesistenti. E quest’ennesimo cambio in corsa alimenterà il timore più grande degli italiani: che qualcuno li prenda in giro e provi a occultare una sciagura.
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