Il cerchio si stringe attorno ai minori. Sprint per l’iniezione tra i 5 e gli 11 anni
  • Franco Locatelli e Francesco Figliuolo indicano la via, senza aspettare l’Ema. Israele invece lascia ai genitori la libertà di scelta per i figli.
  • Un istituto di Gorizia ordina, con una circolare, di eseguire i tamponi «solo agli studenti che non hanno avuto il siero». Non rispettando le indicazioni del Garante della privacy.

Lo speciale contiene due articoli.

Il cerchio si stringe, e sembra sempre più insistente la pressione per la vaccinazione anche dei bambini più piccoli, quelli di età compresa tra 5 e 11 anni.

Perfino il solitamente cautissimo generale Francesco Paolo Figliuolo, nella sua circolare dal titolo «Indicazioni sulla prosecuzione della campagna vaccinale», ha testualmente definito «probabile» il «futuro allargamento dell’offerta vaccinale alla platea 5-11 anni». Come se il responsabile della logistica della campagna desse già per scontato un imminente semaforo verde politico sul tema.

Ancora più esplicito, parlando a Sky Tg24, è stato il presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Comitato tecnico scientifico, Franco Locatelli: «È assolutamente un vaccino sicuro, non a caso ha ricevuto l’immediata approvazione sia dalla Food and drug administration sia dai Centers for disease control». Quanto alla per ora mancante approvazione dell’Ema, Locatelli ha aggiunto: «Credo che l’Ema possa arrivare a una valutazione e a una approvazione entro fine mese-prima metà di dicembre. A quel punto lì, potremo partire». Ritmi acceleratissimi, come si vede.

Locatelli ha poi proseguito così: «In parte i bambini vanno pure protetti dalle, seppur rare, manifestazioni gravi o prolungate di coronavirus, anche per permettere loro di avere tutti gli spazi di socialità che meritano e per contribuire a ridurre la circolazione virale. Credo che ci siano buonissime ragioni per vaccinare i bambini».

Nonostante questo pressing martellante, però, restano almeno cinque ragioni per mantenere forti dubbi su questa sospetta fuga in avanti.

Primo. È notorio (lo ammette onestamente lo stesso Locatelli) che i casi in cui il Covid ha manifestazioni gravi su ragazzi e bambini sono rarissimi. E allora che senso ha esporre un bimbo all’alea della vaccinazione e ai relativi rischi di effetti collaterali e reazioni avverse? La cosa è a maggior ragione surreale se si considera che tutti ammettono come l’arco di durata temporale della copertura vaccinale sia piuttosto corto (sei mesi, quattro mesi?): se le cose stanno così, siamo certi che il gioco valga la candela? Come mai, in altri contesti, sia i consulenti scientifici del governo sia gli uomini politici amano parlare di «principio di precauzione», mentre qui sembrano adottare una linea molto più spregiudicata e assertiva?

Secondo. I dati offerti da Pfizer alla Fda parlano di un’efficacia del vaccino superiore al 90% nel prevenire la malattia. Ma a chi esulta per questi numeri, va contrapposta la saggia e prudente osservazione del direttore di Atlantico, Federico Punzi, che ha fatto osservare che i test hanno riguardato solo 2.268 bimbi, «più o meno il campione di un sondaggio di opinione», ha chiosato Punzi, aggiungendo: «Avete idea delle reazioni avverse non note che si rischiano quando il campione diventa di 100 o 1.000 volte superiore? E su bambini di 5 anni quale sarebbe il rapporto rischi-benefici?». Si tratta di domande che non andrebbero eluse in nome del solito unanimismo emergenziale.

Terzo. Perché tanto zelo nella corsa a vaccinare i più piccoli da parte degli stessi che – per mesi – hanno inspiegabilmente fatto muro rispetto all’adozione dei tamponi rapidi nelle scuole, dando via libera solo a una limitatissima e parziale sperimentazione? Se l’obiettivo era quello del monitoraggio costante e di uno screening estesissimo della platea dei più giovani, la strada maestra sarebbe stata proprio quella dell’uso sistematico dei tamponi a risposta immediata, efficaci e non invasivi, oltre che adatti a garantire la continuità dell’attività scolastica. E invece quella porta non è mai stata del tutto aperta: al massimo, la si è lasciata socchiusa.

Quarto. E ora che si fa? Inizia il circo del green pass anche per i bimbi? Pure loro saranno sottoposti a questo adempimento per poter entrare a scuola? E l’eventuale bimbo senza green pass sarà privato del diritto a seguire le lezioni? Vogliamo sperare che a nessuno venga in mente un esito del genere.

Quinto. C’è chi oppone a tutte queste nostre obiezioni un argomento apparentemente solido: c’è il rischio – dicono – che il bimbo contragga l’iniezione e che poi, anche se la cosa è senza effetti per lui, il ragazzino diventi vettore di contagio in famiglia. Ma questo discorso poteva avere una sua forza un anno fa, quando la campagna non era nemmeno iniziata: oggi, invece, i genitori e i nonni di quel bimbo sono quasi tutti vaccinati. Dunque, che motivo c’è di «schermare» gli adulti esponendo il bimbo a potenziali (sia pure statisticamente rari) effetti collaterali?

La sensazione è che per troppi ormai – in ambito scientifico e politico – il vaccino non sia più considerato un mezzo, ma sia divenuto un fine, anzi il fine in sé. Ed è questa inversione di fini e mezzi, questa attitudine autoritaria e paternalistica, a inquietare. Visto che basterebbe imparare la lezione di Israele, Paese in cui «saranno i genitori a scegliere se far vaccinare i propri figli», come ha spiegato la direttrice generale della sanità israeliana, Sharon Alroy Preis. Oltre alla leggerezza con cui da noi si finirà per i bambini come protagonisti di un immenso trial vaccinale.


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