L’Italia rischia le spalle scoperte su credito, immigrati e manovra
ANSA
  • Nel prossimi 5 mesi il Paese affronterà tavoli decisivi: dalla revisione del trattato di Dublino alle trattative sulla cessione della sovranità fiscale. Si comincia a giugno con il summit cruciale sull’unione bancaria.
  • Carlo Cottarelli è a corto di voti in Aula. Così il presidente Sergio Mattarella torna sui gialloblù. Luigi Di Maio ci sta e rilancia: «Paolo Savona al governo ma un altro a via XX Settembre». Matteo Salvini frena: «Ci penso, ma i ministri non sono delle figurine»
  • Il Colle spinge il M5s a ritentare l’accordo politico, ma il leader leghista non cede. Parla con Silvio Berlusconi e riavvicina anche Giorgia Meloni.
  • In assenza di accordi e se Mister Forbici mollasse, l’ipotesi più probabile è una volata per aprire i seggi il 29 luglio (oppure il 5 agosto). Nel caso della non sfiducia, l’esecutivo dell’ex Fmi fisserebbe la data a inizio autunno. Quasi impossibile l’opzione 2019.

Lo speciale contiene quattro articoli

In qualche modo, dopo che le istituzioni italiane hanno perso la faccia in giro per il mondo, la politica deve tornare con i piedi per terra e rendersi conto che i prossimi cinque mesi saranno decisivi per contornare il futuro decennio del Paese.

Se Lega e M5s dovessero convergere e riallacciare i rapporti con il Colle, ad andare a Bruxelles a gestire l’agenda potrebbe essere lo stesso Carlo Cottarelli in questo momento in attesa di finire la cottura a bagnomaria. Il 27 e il 28 giugno a Bruxelles si terrà l’incontro decisivo per l’unione bancaria. Molti governi insistono perché vi sia una sufficiente riduzione dei rischi nei bilanci bancari prima di accettare che questi stessi rischi vengano condivisi in modo equo da tutte le piazze finanziarie del Vecchio continente. Viceversa, l’Italia e altri governi del club Med pensano che i conti bancari siano stati stressati fin troppo. La posizione del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che in questi giorni rappresenta l’Italia al G7, dovrebbe già sostenere tale posizione. In gennaio i ministri delle Finanze si sono messi d’accordo per mettere a punto un processo a tappe nel quale sia in effetti possibile misurare i progressi già fatti in questi anni e quelli ancora da compiere. Dentro l’agenda ci sarà il passaggio di consegne effettivo alla vigilanza della Bce e al tempo stesso saranno da discutere le nuove norme sulla gestione delle sofferenze bancarie a e soprattutto degli Utp, unlikly to pay, ovvero gli incagli.

Si tratta di quelle posizioni a bilancio che tecnicamente non vanno sotto la voci di non performing loans. Stringere anche sugli incagli sarebbe deleterio per i nostri istituti che solo ieri hanno dovuto subire la pagella negativa di Moody’s che ha messo sotto osservazione una serie di utility e una dozzina di banche in vista di un eventuale abbassamento del rating. Tra questi anche Intesa, Unicredit, Mediobanca e Cassa depositi e prestiti. È chiaro che se Cottarelli dovesse appoggiare una linea morbida in autunno si abbatterebbe una nuova tempesta sull’intero comparto bancario.

Una grossa responsabilità che eguaglia l’altro impegno bollente relativo al bilancio comunitario.

Anche in questo caso l’Italia ha interessi precisi: vuole difendere la politica agricola comune e la politica di sviluppo regionale. Il negoziato settennale è tradizionalmente difficile. Questa volta lo sarà più del solito a causa della decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione, provocando un buco di 10 e 12 miliardi di euro all’anno. Nei giorni scorsi l’Ue ha paventato una mossa aperturista nei nostri confronti, annunciando 2,4 miliardi in più per la Penisola e 30 miliardi in meno per il blocco di Visegrad ad Est. Il commissario Gunther Oettinger, lo stesso che ha espresso l’infelice parere sull’incapacità degli italiani di votare in ottemperanza ai mercati, ha già illustrato i tre filoni futuri. Le dimensioni del bilancio (1% del Pil complessivo), l’avvio di nuovi capitoli di spesa e la nascita di voci destinare a incrementare il gettito diretto di Bruxelles. Su questo tema il futuro governo dovrà prestare attenzioni. Perché il perimetro delle tasse Ue andrà inevitabilmente a impattare sulla nostra sovranità fiscale. Un esempio su tutti: la Web tax. Nel 2019 dovrebbe partire salvo imprevisti l’imposta voluta dal governo Gentiloni attraverso una legge alquanto discutibile. Se nel 2020 partirà quella comunitaria il lavoro fatto dal parlamento sarà in ogni caso del tutto inutile. E soprattutto le casse dell’Erario riceveranno solo i resti che cadranno da Bruxelles.

A settembre, inoltre, l’Italia sarà necessariamente impegnata nel tavolo sulla riforma del trattato di Dublino. Norme meno stringenti sulle pratiche di asilo politico impatteranno sulle nostre coste, sui nostri centri di prima accoglienza, sui conti e soprattutto sulla sicurezza nazionale. In un recente convegno tenutosi in Serbia, i vertici governativi della Bulgaria – che detiene la presidenza del semestre – hanno lanciato assieme ai colleghi austriaci un allarme sul rischio di una nuova infiltrazione terroristica tra le file dei migranti in arrivo da Sud e dalla Siria.

Non sarà certo facile concentrarsi su tutti i fronti e trattare a mani nude dal momento che a settembre, prima, e a ottobre poi, il premier dovrà presentare la Nota integrativa al Def e la Manovra. Se Cottarelli dovesse incassare anche solo una fiducia tecnica (pochi voti e astensione in massa dei partiti di maggioranza) avrà l’onere di decidere dei nostri soldi. Perché dovrà trovare i 15 miliardi necessari per evitare l’innalzamento dell’Iva, ma se il suo governo si scoprisse comunque a trazione gialloblu dovrà muoversi nel perimetro del patto di governo firmato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Potrà sicuramente portare a termine un po’ di spending review selettiva, ma come si comporterà con la legge Fornero e con la rivalutazione delle pensioni resta a oggi un mistero. Più che una incognita.

Claudio Antonelli



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