- Il caso dell’Aifa mostra che le «authority» calibrano i loro pareri in base ai desideri dei politici. I quali, però, si nascondono dietro un’idea altrettanto pericolosa, evocata da Roberto Speranza: che decidere spetti alla scienza.
- Vincenzo De Luca si arrende a Roma, Massimiliano Fedriga attacca: «La confusione avrà ripercussioni». Francesco Figliuolo: «Il piano è ancora fattibile». Attenzione in Lombardia per la variante delta
Lo speciale contiene due articoli.
«L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Fin qui l’articolo 1 della Carta. Purtroppo la prassi degli ultimi 30 anni ha, di fatto, aggiunto tra i limiti posti all’esercizio della sovranità quello costituito dalle disposizioni emanante da un variopinto insieme di autorità («authority», per aumentarne l’impatto sul popolo bue) o agenzie «indipendenti» o, nel migliore dei casi, «autonome». Tali decisioni sono o lo scudo dietro cui nascondere decisioni politiche già prese, che richiedono di essere bagnate dal sacro crisma della «scienza», oppure, sono una comoda via di uscita per giustificare l’incapacità del politico di prendere una decisione.
E non sappiamo onestamente indicare quale delle due opzioni sia la peggiore. La strisciante e ormai datata sconfitta della politica come luogo di composizione del normale conflitto sociale, per fare posto a una presunta neutralità e oggettività della scienza, ha trovato la sua epitome nella gestione dell’epidemia da Covid-19.
Per mesi, le parole «Comitato tecnico scientifico» o il suo acronimo, «Cts», sono state ripetute fino allo sfinimento dal decisore politico per definizione, Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dell’epoca. Con il presidente Mario Draghi il registro è purtroppo solo lievemente migliorato. L’ultimo balletto tra l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e il ministro della Salute, Roberto Speranza, ne è una testimonianza. Non è il merito della vicenda che qui interessa – a proposito del quale la confusione regna sovrana, con l’Agenzia europea che ammette Astrazeneca senza problemi oltre i 18 anni e Aifa che fa da scudo al ministro imponendo, fino a 60 anni, il cambio di vaccini che, secondo il contorsionismo verbale del Cts, «non appare essere sconsigliabile» – quanto il metodo, che ci getta nello sconforto.
Solo poche settimane fa il direttore generale dell’Aifa, Nicola Magrini, dichiarava che «il vaccino resta utilizzabile in tutte le fasce di popolazione e resta con un beneficio ampiamente favorevole rispetto al Covid». Oggi le posizioni sono cambiate, ma la scienza resta totem inviolabile proprio per mano della politica che si sottrae, dolosamente o colposamente, al suo ruolo.
Quanto dichiarato ieri da Speranza al direttore della Stampa, Massimo Giannini, impaurisce e getta al macero qualche secolo di dibattito sull’importanza del metodo scientifico, impropriamente usato come sinonimo di scienza. «Sulle questioni di natura sanitaria le evidenze scientifiche vanno rispettate da tutte le Regioni, in queste ore ci sono interlocuzioni con la Campania. Le nostre indicazioni sono di natura perentoria e devono essere seguite. Non è un dibattito politico ma quello che dicono i nostri scienziati deve essere seguito erga omnes».
Stando a queste incredibili parole, il politico è solo latore di un messaggio, asetticamente elaborato nelle stanze degli specialisti e reso equivalente al «Verbo». Da rispettare senza se e senza ma. Allora il politico a cosa serve? I meccanismi di rappresentatività propri della democrazia, vera e unica fonte di legittimazione per decisioni accettabili dai cittadini di uno Stato, sono stati aboliti a favore di agenzie autonome nel conseguimento di finalità fissate dalla politica o, peggio, indipendenti anche nella determinazione di quelle finalità?
Speranza sancisce la fine della politica, affermando che «la comunità scientifica internazionale ha dato indicazioni sul vaccino Astrazeneca che sono cambiate con il passare delle settimane sulla base delle evidenze scientifiche. E i diversi Paesi si sono adeguati. Se è raccomandato sopra o sotto i 60 anni non è una decisione politica, non è un presidente del Consiglio, un ministro o un presidente di Regione che decide».
Invece è esattamente il contrario. È proprio il politico che ha il ruolo di fare una sintesi delle indicazioni provenienti dai diversi soggetti dotati di competenze specialistiche – e per questo sprovvisti di una visione ampia e della capacità di soppesare componenti sanitarie, sociali, economiche, di breve e lungo periodo – e fornire ai cittadini, che l’hanno democraticamente eletto, indicazioni chiare e spesso necessariamente divisive, proprio perché oggetto di valutazione di parte.
Competenza e rappresentatività democratica devono essere in equilibrio, e invece Speranza afferma la propria (strumentale) subordinazione e inutilità sostenendo che «dobbiamo affidarci a chi ci ha guidato in questa stagione: le agenzie regolatorie, il Comitato tecnico scientifico, gli esperti che legittimamente possono cambiare opinione. Le evidenze scientifiche sono cambiate ed è la comunità scientifica che ci guida».
Con la stessa aberrante logica il nostro Paese fu condannato nel 2012 a quasi tre anni di recessione, salvo poi ammettere dieci anni dopo che la «scienza» economica si era sbagliata. Anche in quel caso la politica aveva abdicato al proprio ruolo.
«Dietro ogni tentativo di annullare la politica come processo di discussione, si nasconde un pericolo dispotico». È la frase con cui il professor Lorenzo Castellani chiude il suo libro L’ingranaggio del potere.
Temiamo abbia ragione.
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