- L’ufficio di presidenza di Fdi nega ogni appoggio a un esecutivo Conte. La leader Giorgia Meloni è dura con Matteo Salvini: «È un generale che ha vinto la guerra ma si consegna al nemico». Guido Crosetto lascia uno spiraglio: «Voteremo volta per volta». I gialloblù balleranno al Senato.
- Il New York Times contesta gli studi alla New York University, ma alcuni scambi di mail con l’ateneo direbbero il contrario. Polemiche sul presunto sostegno alla cura. Vannoni: «Non so chi sia». E il M5s fa quadrato.
- Le polemiche sul profilo del candidato a Palazzo Chigi celano la vera guerra in atto su via XX Settembre. Sergio Mattarella continua a prendere tempo per bruciare l’economista Savona, spinto dalla Lega: profilo euroscettico inviso alla Bce e pure a Bankitalia.
Lo speciale contiene tre articoli.
Matteo Salvini? Assomiglia al generale «che pur avendo vinto la guerra si consegna al nemico, lasciando una parte delle truppe sul campo di battaglia». Giorgia Meloni sceglie una metafora bellica per ufficializzare che Fratelli d’Italia non sosterrà mai un governo guidato dal professor Giuseppe Conte. Al termine dell’ufficio di presidenza del partito, la scelta dei big, ufficializzata senza nemmeno ricorrere a un voto vista l’unanimità delle posizioni, è quella di restare fuori, almeno a queste condizioni, dall’alleanza gialloblù. Interrotto il dialogo con Salvini, ancora più marcata la distanza da Di Maio: «Penso che il leader della Lega sia caduto nella trappola del Movimento 5 stelle di farsi isolare e indebolire per poi finire sostanzialmente in un governo grillino».
Proprio sul profilo del premier indicato si concentrano le maggiori critiche di Fdi. La Meloni rivendica che la scelta di dire «no» a un governo Conte è fatta per «rispetto della volontà popolare e dei nostri sostenitori» e affonda: «Non penso che i cittadini che hanno votato per un governo di centrodestra siano contenti che ci sia a Palazzo Chigi un altro tecnico, un altro Monti, espressione del M5s, di sinistra, amico di Boschi e Napolitano». Ancora più esplicito Guido Crosetto, coordinatore del partito: «Paradossalmente l’aver indicato un premier di sinistra e proveniente dal M5s ha semplificato la nostra scelta di non sostenerlo. E poi i pentastellati hanno mostrato sempre una preclusione verso il nostro profilo sovranista e nazionalista. Io ministro in pectore della Difesa? Se il mio partito non entra in maggioranza io non sarò una persona che si vende per ricoprire un ruolo istituzionale. Ciò non toglie che diremo “sì” a tutti quei provvedimenti già inseriti nel nostro programma».
La chiusura arrivata ieri conferma la fragilità numerica della maggioranza targata M5s-Lega. Al Senato, in particolare, dove la nuova coalizione di governo può contare, sulla carta, su un margine di appena sei voti di vantaggio, i 18 voti degli eletti di Fdi a Palazzo Madama avrebbero potuto blindare la maggioranza e mettere al riparo l’esecutivo da ogni tipo di sorpresa. Così non sarà, salvo colpi di scena da non escludere, comunque, dopo le perplessità sollevate da più parti sulla figura di Conte e i dubbi sulla veridicità del curriculum presentato dal giurista, e adesso l’obiettivo (non dichiarato) tra i colonnelli meloniani sarà quello di massimizzare i risultati di un’opposizione di destra a un governo con un profilo ibrido, a metà tra l’esecutivo tecnico e quello politico.
Nel Carroccio l’imperativo è quello di non fomentare tensioni. Non è un caso che Gian Marco Centinaio, capogruppo della Lega a Montecitorio, si sforzi di usare toni concilianti anche dopo il niet ricevuto: «Giorgia Meloni è una persona intelligente che ha rapporti quotidiani con Salvini. Continuiamo a collaborare con Fdi come abbiamo sempre fatto, con Fi come abbiamo sempre fatto, evitiamo polemiche e andiamo avanti». Parole al miele utilizzate al fine di non rompere definitivamente la coalizione e mantenere viva la possibilità di una via d’uscita nel caso in cui il profilo di Conte non dovesse ricevere il gradimento del presidente della Repubblica. In quel caso i giochi tornerebbero a riaprirsi con conseguenze ancora tutte da valutare. Tra i governisti del Movimento sono in molti a non aver abbandonato il sogno che il rinvio dell’incarico al docente pugliese possa nel frattempo far maturare le condizioni politiche per il via libera al capo politico. Il gioco delle parti, insomma, va avanti. E il presidente Sergio Mattarella non può che attendere che vengano dissipati i dubbi sulla figura del candidato di M5s e Lega.
In ogni caso, la decisione assunta da Fdi fa sorridere Forza Italia. Gli azzurri hanno scongiurato per adesso il rischio di ritrovarsi isolati nel centrodestra. Nelle prossime ore l’ufficio di presidenza degli azzurri sarà chiamato ad assumere ufficialmente una posizione. La linea largamente maggioritaria è quella di schierarsi all’opposizione di un governo gialloblu guidato da una personalità indicata dai 5 stelle. Ancora ieri, l’intesa Di Maio–Salvini è stata bersaglio di un fuoco incrociato di critiche. Per Roberto Occhiuto, vicecapogruppo vicario dei berlusconiani alla Camera, «M5s e Lega stanno iniziando con il piede sbagliato. Ora vogliono un premier tecnico mentre prima giuravano che mai l’avrebbero votato. Gli hanno persino scritto il programma ed è molto grillino: sulla giustizia, le infrastrutture, sulle coperture che non ci sono. Per questo Forza Italia sarà convintamente all’opposizione». Concetti in qualche modo rilanciati anche da Deborah Bergamini, deputata e responsabile della comunicazione dei forzisti, che punta il dito contro il premier indicato lunedì dai due principali partiti di questa legislatura: «È mai possibile che i 5 stelle abbiano indicato come possibile presidente del Consiglio un signore di cui non hanno nemmeno passato il curriculum ai raggi X?».
Antonio Ricchio
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