- Dopo la visita in Cina, oggi il premier sarà in Tunisia, accompagnato dai due vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Un’altra occasione di confronto sul destino del leghista indagato. Il leader M5s rifiuta l’ipotesi autosospensione. Il lumbard: «I processi non si fanno in Parlamento».
- Il tesoriere della Lega Giulio Centemero: «Siamo sotto attacco, i finti scoop sulla gestione dei soldi lo dimostrano. Il nostro risultato in Sicilia è importante, ma non dimentichiamo la battaglia per l’autonomia. La riforma arriverà».
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I conti a Conte non tornano, e il viaggio istituzionale del premier in Tunisia, che inizia oggi, cade a pennello per prendere un po’ di tempo prima di incontrare Armando Siri, il sottosegretario leghista indagato per corruzione e protagonista della vicenda intorno alla quale sembrano ruotare le sorti del governo Lega-M5s. L’incontro tra Giuseppe Conte e Siri slitta probabilmente alla fine della settimana: il rinvio permetterà a Luigi Di Maio, Matteo Salvini e allo stesso Conte di cercare una soluzione che salvi la faccia dei protagonisti ma anche il governo.
Ieri è stata un’altra giornata di polemiche incrociate, con Matteo Salvini che è tornato a difendere il suo sottosegretario: «I processi», dice in mattinata il vicepremier a Rtl, «si fanno nei tribunali e non sui giornali o in Parlamento. Se invece decidiamo che uno si alza la mattina e dice: “questo è colpevole e questo no, questo è antipatico e questo è simpatico”, allora chiudiamo i tribunali e diamo in mano a qualche giornale la possibilità di fare politica. Non faccio il giudice o l’avvocato e non ho gli elementi», aggiunge Salvini, «dico solo che non è da Paese civile che ci siano sui giornali fatti non a conoscenza degli indagati né degli avvocati».
«Anche Berlusconi», replicano fonti del M5s, «diceva che i processi non si fanno in Parlamento o sui giornali. E mentre lo diceva, accomodandosi sulla lunghezza dei processi, continuava a mangiarsi il Paese. Dispiace che anche Salvini la pensi allo stesso modo. Non è questione di dove si fanno i processi, a nostro avviso, ma di opportunità politica».
Lo stesso Di Maio torna ad attaccare la Lega: «L’idea», dice il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, «è ben chiara, chiediamo un passo indietro a Siri e che si metta in panchina finché l’inchiesta non sarà conclusa. Mi auguro che sia innocente, ma su corruzione e mafia c’è una questione morale da rispettare, è una questione fondamentale per noi, ci siamo battuti per anni e non si può pensare che il M5s faccia un passo indietro. La Lega non ha questa sensibilità sul tema della corruzione», attacca Di Maio, «noi ce l’abbiamo. Conte ha la mia fiducia e saprà come gestire al meglio la vicenda, la richiesta del M5s è chiara. Non ho avuto modo di sentirlo in questi giorni perché è in Cina, domani (oggi per chi legge, ndr) ci incontreremo in Tunisia».
Conte, quando incontrerà Siri, dovrà convincerlo a dimettersi, compito che appare assai arduo fino a quando Salvini terrà duro. Una volta incassato il «no» di Siri, Conte dovrà decidere se andare al muro contro muro in Consiglio dei ministri, proponendo la revoca del sottosegretario e mettendola ai voti: uno scenario tutt’altro che rassicurante per la tenuta dell’esecutivo. L’ipotesi di una «autosospensione» del sottosegretario, circolata nelle scorse ore, viene sonoramente bocciata dal M5s: «Se il tema è che Siri, se risulterà prosciolto da quest’inchiesta, vuole tornare», chiarisce Di Maio, «io sarò il primo a volerlo. Ma la fattispecie di autosospensione non esiste, quindi evitiamo di prenderci in giro e non ho mai sentito Conte nominarla». Si affida al premier anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti: «Ci sta pensando il premier Conte», spiega Giorgetti a proposito del caso Siri, «domani (oggi per chi legge, ndr) ne parleremo al Consiglio dei ministri. Bisogna essere ottimisti. Se non si è ottimisti non si va avanti».
Inevitabilmente, il dibattito politico si intreccia con l’evolversi dell’iter giudiziario. Non è stato ancora rivelato il contenuto della intercettazione tra Paolo Arata, l’imprenditore indagato per corruzione insieme a Siri,e il figlio Francesco, che tirerebbero in ballo il sottosegretario. Venerdì scorso la Procura di Roma ha trasmesso ai giudici della Libertà una informativa della Dia di Trapani in cui sarebbe presente, tra l’altro, l’intercettazione dalla quale Corriere della sera e Repubblica estrapolarono il virgolettato «Mi è costato 30.000 euro», riferita a Siri, che autorevoli fonti della Procura, alla Verità, hanno sottolineato essere assente dal fascicolo. «Abbiamo comunicato di persona agli inquirenti», ha detto ieri l’avvocato Fabio Pinelli, difensore di Siri, dopo aver incontrato il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, e il sostituto Mario Palazzi «che ci presenteremo spontaneamente in una data da concordarsi perché, come da subito detto, siamo e restiamo a disposizione della autorità giudiziaria». «Rinunceremo», ha riferito l’avvocato Gaetano Scalise, difensore di Arata, dopo l’incontro con gli inquirenti, «all’udienza davanti al tribunale del Riesame che era prevista per il 3 maggio. Nelle prossime ore acquisiremo gli atti depositati dalla Procura ed abbiamo manifestato agli inquirenti l’intenzione di essere sottoposti ad interrogatorio. Prima dell’atto istruttorio posso garantire che, verificati gli atti depositati al Riesame dalla Procura, nessun documento verrà diffuso». Una consegna del silenzio che, se rispettata, eviterà l’accavallarsi di indiscrezioni sui contenuti degli atti dell’inchiesta e l’evoluzione della querelle politica che ruota intorno all’affare Siri.
Carlo Tarallo
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