- Il giurista è una presenza ingombrante, qualcuno vorrebbe spedirlo al Campidoglio. Il duro e puro valuterebbe un incarico.
- L’Elevato catechizza i parlamentari prima di sedersi al tavolo con il banchiere che, anni fa, voleva processare. Vito Crimi assicura: «Saremo leali». Ma tira per la giacchetta super Mario: «Confermerà il reddito di cittadinanza».
Lo speciale contiene due articoli.
Il Movimento 5 svolte si avvia a entrare a far parte pure del governo Draghi, mentre Giuseppe Conte è lanciato verso la guida dei pentastellati: è questo il bilancio della giornata di ieri, che non è servita a far rientrare il dissenso a Palazzo Madama, dove la fronda contraria all’ingresso nell’esecutivo non accenna a sotterrare l’ascia di guerra. Sono una quindicina i senatori grillini non convinti della scelta di Beppe Grillo. Un Grillo che, nella riunione mattutina di ieri, prima delle consultazioni con il premier incaricato, cercava in tutti i modi di tranquillizzare gli scettici: «Beppe si è molto esposto. Ha insistito sui temi», racconta alla Verità uno dei presenti alla riunione, «soprattutto sull’ambiente, sullo sviluppo sostenibile, e sulla necessità di mettere sul tavolo la nostra agenda. Il suo obiettivo è ridurre al minimo i dissensi, che pure ci saranno, sia per non dare l’immagine di un movimento spaccato che per non ridurre la nostra forza contrattuale».
Alla riunione a Montecitorio partecipano tutti i big: Davide Casaleggio, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Vito Crimi, i ministri uscenti (Lucia Azzolina, Federico D’Incà, Stefano Patuanelli, Fabiana Dadone, Alfonso Bonafede. Il presidente della Camera, Roberto Fico, interviene telefonicamente. Beppe urla, si scatena, sbuffa. Tiene moltissimo all’unità, non vuole strappi, ma al tempo stesso il suo desiderio è quello di incidere sulle scelte dell’esecutivo. Il voto su Rousseau? «Possibile», ci dice un deputato di primissimo piano, «c’è molta pressione per farlo, soprattutto i senatori vogliono il voto sulla piattaforma per giustificare il sì alla fiducia davanti alla base, ma è difficile che si riesca a organizzarlo». Perché? «È anche una questione di tempi, non è che una votazione online si organizza in 24 ore, e martedì abbiamo già il secondo giro di consultazioni. I ministri? È tutto nelle mani di Draghi», sospira il nostro interlocutore, «non abbiamo la minima idea di cosa proporrà. È difficile imporre nomi o scadenze a uno come lui». Dunque, il M5s naviga a vista, ma del resto non è una novità. Il fronte del «no», al Senato, conta come detto su una pattuglia di circa 15 contrari al governo. E Conte? Entrerà al governo? «È molto combattuto», rivela un deputato vicino al quasi ex premier, «ma secondo me lui entrerebbe. Del resto, non può sparire dalla scena per due anni. Poi ovviamente dipende da Draghi: siamo sicuri che lui lo voglia?».
Il ciuffetto, dove lo metto? Giuseppi va collocato da qualche parte, perché se sparisse per due anni dalla scena politica finirebbe nel dimenticatoio, altro che nuovo leader del M5s, del centrosinistra e dell’universo. Non manca, nel M5s, chi lo vedrebbe bene come candidato a sindaco di Roma: «Sarebbe il rappresentante della coalizione», spiega un deputato grillino, «e non di un solo partito». Sarà, ma immaginare Conte che si candida come successore di Virginia Raggi, rischiando pure di rimediare una scoppola elettorale, sembra difficile. È probabile che alla fine Conte entri nell’esecutivo Draghi, come ministro della Giustizia o degli Esteri. Un altro nome «caldo» per l’ingresso nella squadra è quello di Stefano Patuanelli, che in queste ore si sta (auto) proponendo come garante dei malpancisti al Senato, manco il suo ritorno al governo fosse sufficiente per far apparire Draghi come un grillino della prima ora ai tanti militanti che vedono l’ex leader della Bce come il fumo negli occhi e che, soprattutto, non vorrebbero mai diventare soci di maggioranza di Silvio Berlusconi. In lizza per una riconferma, naturalmente, Luigi Di Maio.
E Alessandro Di Battista? L’eterno giovanotto guida la rivolta contro Draghi: «Buongiorno», scrive il Dibba di buon mattino su Facebook, «volevo dirvi che non ho cambiato idea. Se fossi in Parlamento non darei la fiducia al presidente Draghi». In molti giurano che se gli venisse offerto un ministero, come quello all’Ambiente o ai Giovani, il Dibba sacrificherebbe la sua coerenza sull’altare dell’interesse generale del Paese e di una comoda poltrona governativa. Che i dissidenti al Senato siano abbastanza sbandati, dal punto di vista politico, lo dimostra l’ennesimo cambio di rotta dell’ex ministro Barbara Lezzi. Dopo aver sbandierato in lungo il largo il suo «giammai» alla fiducia al governo di Draghi, la Lezzi innesta la retromarcia. «Al presidente incaricato», scrive la Lezzi su Facebook, «io direi che il M5s può donare i suoi organi e il suo cuore solo per un governo a tempo che metta in sicurezza il Recovery plan, il piano vaccinale e che faccia subito il decreto da 32 miliardi che, a causa di Renzi, gli italiani in estrema difficoltà sono costretti ad aspettare da oltre un mese. Si potrebbe votare a giugno, restituire ai cittadini la possibilità di scegliere da chi essere governati. Vedremo cosa accadrà, ma a me non resta che ascoltare la mia coscienza e dire un deciso no su un eventuale governo che veda in maggioranza le politiche di Lega, Forza Italia, Italia Viva e Pd», conclude la Lezzi, «fino alla fine della legislatura». Se dal 3 al 6 febbraio la Lezzi è passata da «mai con Draghi» a «Draghi ok ma a tempo», fino a martedì prossimo c’è tutto il tempo necessario per trasformare l’ex ministro per il Sud in una sfegatata sostenitrice dell’ex governatore della Bce. Dunque, il M5s si avvia a far parte pure di questo governo, con il solo assillo di capire quanti posti ci saranno a disposizione, tra ministri e sottosegretari, e da chi verranno occupati.
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