I 5 stelle avvisano i leghisti: «Per cacciare Siri bastano i nostri voti»
  • Luigi Di Maio mostra i muscoli: «Abbiamo la maggioranza nel Cdm». Matteo Salvini scherza sulla posizione del premier: «Conte? Al Milan».
  • Il costituzionalista Mario Esposito (Luiss): «Non è una disputa politica. E se venisse sollevato e poi archiviato?».
  • Contestazione violenta a Modena, il leader del Carroccio risponde dal palco: «Siete quattro zecche da centro sociale».

Lo speciale contiene tre articoli.

Si va al muro contro muro: Armando Siri non si dimette, e così sarà il Consiglio dei ministri, il prossimo 8 o 9 maggio, a esaminare la proposta di revoca del sottosegretario leghista indagato per corruzione, annunciata dal premier Giuseppe Conte. Una situazione inedita, quella che si è creata, che porterà con ogni probabilità a una lacerante spaccatura in Consiglio dei ministri.

«Siri non si dimette», hanno fatto sapere ieri fonti del Carroccio, «e nella Lega nessuno lo molla. Siri non farà un passo indietro prima che il premier Giuseppe Conte ne proponga la revoca». Lo stesso Siri, ieri, ha deciso di intervenire con un post su Facebook per sgomberare il campo da ricostruzioni giornalistiche che lo dipingevano in contrasto con il suo stesso partito. «Da giorni», scrive il sottosegretario, «non rilascio alcuna dichiarazione né intervista agli organi di informazione, proprio per il rispetto che si deve in questi casi all’autorità giudiziaria, che è giusto che conduca le sue indagini e ascolti le parti interessate senza vizi di comunicazioni esterne. Leggo invece in queste ore dichiarazioni riportate a mio nome che, tengo a sottolineare, sono da ritenersi in assoluto destituite di ogni fondamento. Non esiste alcuna polemica con il mio partito che», aggiunge Siri, «anzi, ringrazio per tutte le manifestazioni di affetto, vicinanza e solidarietà dimostrate in questi giorni».

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, commenta: «Secondo me la vicenda Siri è stata trattata molto sui giornali, con molte dichiarazioni, e poco confronto diretto. Se si è in un governo bisogna parlarsi. Io sono un sottoposto, non sono un capo: quindi parlasse il capo. Questo governo è nato in circostanze strane, su un contratto in cui ci sono scritte delle cose da fare. Bisogna confrontarsi seriamente e serenamente per capire se quelle cose che sono scritte si possono fare e si vogliono fare. Se le tensioni nella maggioranza si dissolveranno? Bisogna avere fiducia», sospira l’esponente leghista, «se uno non ha fiducia pianta lì subito. Del resto se la fiducia non la si ha, la si deve trovare. Dopo Siri sarò io il prossimo? Non so, può darsi. A turno toccherà a tutti. Io sono tranquillissimo e il governo ha i suoi problemi, come potete vedere».

«A turno toccherà a tutti»: la profezia di Giorgetti non va sottovalutata, nella Lega serpeggia la convinzione che l’artiglieria propagandistica del M5s sia già puntata su altri bersagli. L’atteggiamento muscolare di Luigi Di Maio, del resto, non promette nulla di buono per i rapporti all’interno della maggioranza. «Se Armando Siri non si dimette», dice Di Maio a Sky Tg 24, «si andrà in Consiglio dei ministri e si voterà il decreto proposto dal presidente. Conti alla mano il M5s ha la maggioranza assoluta attorno a quel tavolo, ma spero che non si arrivi ad un voto. Credo che il presidente Conte abbia fatto una scelta di buon senso. Non stiamo parlando di schierarsi da una parte o dall’altra», aggiunge il capo politico pentastellato, «la corruzione non ha un colore politico, in questo momento c’era un’indagine che riguardava un sottosegretario che avrebbe presentato delle proposte di legge per aiutare un singolo e non un’intera categoria e un interesse collettivo. Giustamente il presidente Conte ha valutato bene di metterlo in panchina finché questa inchiesta non sarà chiara e non si saranno delineati i fatti in maniera corretta. La Lega e Salvini sono intelligenti», punge Di Maio, «far cadere il governo per un’inchiesta per corruzione su un sottosegretario leghista mi sembra azzardato, l’ultimo è stato Mastella sul governo Prodi sull’inchiesta che partì a Ceppaloni». Matteo Salvini, da parte sua, non deraglia dalla linea zen che si è imposto: «Se ho parlato di Siri con Conte? No. Parlo di cose importanti e vere», aggiunge il ministro dell’Interno, «non ho tempo per beghe e polemiche. Gli italiani mi chiedono meno tasse, la flat tax è un’emergenza nazionale, il Consiglio dei ministri adesso si deve occupare di riduzione delle tasse. Conte mi sfidi sulle tasse, su qualcosa che interessa gli italiani, non sulla fantasia. Non ho sentito Giuseppe Conte, vorrei sentire Antonio Conte, per sapere se viene al Milan».

La Verità ha chiesto un commento a Fabio Pinelli, avvocato difensore di Siri: «La cosa più grave, secondo me, è aver spiegato la necessità delle dimissioni sostenendo che il provvedimento non avesse contenuto generale e astratto. I provvedimenti che sono nell’interesse di talune categorie, come gli emendamenti in discussione, che avevano come destinatari i produttori di energia da minieolico», argomenta Pinelli, «il cui Consorzio è stato regolarmente accreditato al Mise, sono provvedimenti che hanno il carattere dei generalità e astrattezza. È come se dire che se c’è un provvedimento che prevede agevolazioni fiscali per chi ha un reddito inferiore a 30.000 euro, oppure per chi ha meno di 40 anni, oppure per gli anziani, allora non si rivolge a tutti gli italiani e quindi non ha il carattere di generalità e astrattezza. I provvedimenti sono per la maggior parte così». Intanto, a quanto si apprende, Armando Siri non sarà interrogato dai pm di Roma, ma fornirà spontanee dichiarazioni: la data non è stata fissata, gli inquirenti hanno «aperto l’agenda», come si dice in questi casi, dando piena disponibilità al sottosegretario. Sarà invece sottoposto a interrogatorio Paolo Arata, l’imprenditore indagato per corruzione con Siri.


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