- Fra i media governativi c’è voglia di blindatura totale. I medici ne sono il megafono. I primari lombardi: Asst violenta contro di noi.
- Il consulente di Roberto Speranza: «Serve un gabinetto di guerra che prenda decisioni rapide»
Lo speciale contiene due articoli.
Secondo loro dovremmo avviarci verso i cimiteri, ma lentamente per non creare panico. «Chiusura totale o ci saranno 10.000 morti in un mese», alza la voce Filippo Anelli, che è il presidente della federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo) quindi mette paura. «Prevedo l’effetto tsunami, l’ospedale è già l’ultima trincea», aggiunge Carlo Palermo, che è il segretario nazionale dell’Associazione medici e dirigenti della sanità, quindi è credibile. Le tre aree di Giuseppe Conte non piacciono, le chiusure light vengono viste come acqua fresca davanti al contagio. Così i camici bianchi serrano le file, è arrivato il momento della spallata finale. Dietro al guru dei virologi catastrofisti Massimo Galli si compatta il fronte dei tifosi del lockdown.
La pressione è sempre più forte, allo storico sponsor del lucchetto nazionale (il primario dell’ospedale Sacco di Milano) si aggiungono giorno dopo giorno i colleghi, che si sommano alle fotografie degli infermieri stremati, alle file delle ambulanze, agli editoriali dalla Marna durante la mattanza del 1915. Il risultato non è inquadrare una pandemia dentro il suo pur drammatico contesto, ma indurre i cittadini ad avere ancora più paura, a precipitarsi al pronto soccorso al terzo colpo di tosse. E ad accettare ancora la sospensione dell’esistenza in casa, con la morte dell’economia nazionale.
«Fra un mese avremo 10.000 morti e supereremo la soglia fatidica dei 5.000 posti letto in terapia intensiva. Lo scenario che si prospetta è drammatico», spiega Anelli. Non lo è più di quello di marzo, quando Walter Ricciardi profetizzava un milione di vittime tendenziali; poi furono 35.000 come tutti sanno tranne il premier Conte. Numeri comunque tragici che inducono a una prudenza sanitaria totale, a un rigoroso rispetto dei protocolli generali. Ma che non possono essere guardati come l’unico mantra da ripetere con inquietante cantilena. Perché i medici e gli infermieri quella realtà vedono e quella rappresentano. Hanno ragione perché i contagiati e le vittime sono persone. Ma la loro narrazione è presbite come quella della mosca che, della pagina dove si è posata, leggerà sempre la stessa parola. Ma non saprà mai se il libro è di Albert Camus o di Michele Serra. C’è differenza.
Allora avanti con la tragedia, che ieri si è arricchita di un capitolo inedito: la sindacalizzazione della pandemia. Con un duro comunicato l’Associazione primari ospedalieri e quelle degli infermieri lombardi hanno accusato l’azienda socio-sanitaria di Milano (Asst) di «violenza perpetrata dalla direzione, sconcertante depauperamento del personale medico e sanitario che sta rendendo impossibile assicurare le attività dei pronto soccorso, delle sale chirurgiche, delle degenze Covid. Il contagio del personale riduce ulteriormente gli organici già carenti, esasperati e stremati. È importante avere la consapevolezza e la coscienza che il personale non è una macchina». Niente di nuovo, sacrifici per tutti, questa volta tutt’altro che silenziosi. Con i soliti interessi politici che (in Lombardia soprattutto) si muovono dietro i sindacati. A quando uno sciopero?
L’inquietudine è aumentata alla lettura sul Corriere della Sera dell’intervista millenarista di Anna Maria Brambilla, primario del pronto soccorso del Sacco, sempre dalla zona rossa di Milano: «Siamo inondati, la situazione è grave, niente sarà mai più come prima». «Capisco le ragioni dell’economia ma la situazione è disperata, la gente deve sapere. Il numero dei contagi continua a crescere in modo preoccupante. In più arriva la stagione fredda». «È un nemico malefico che ti prende alla sprovvista e sbriciola le difese immunitarie. Un nemico mortale». Alla fine della lettura, pur fatta la tara alla naturale bonomia dell’autore Carlo Verdelli, viene voglia di preparare testamento.
Davanti a una pandemia – quindi a uno shock collettivo -, dovrebbero esistere contrappesi sociali, politici e mediatici, per osservare la realtà con occhi meno presbiti. Invece si nota una gran voglia di lockdown generale e i medici sono il megafono più facile. Gli stessi ai quali lo stesso presidente Anelli una settimana fa ricordava: «L’eccessivo dibattito scientifico, con diatribe che fino a ieri avvenivano dietro le quinte e che invece oggi occupano buona parte dei talk show, non aiuta a dare un’immagine di fermezza e di concretezza rispetto all’analisi dei dati. Questo sta disorientando le persone». Poi ci è cascato anche lui.
È evidente che medici e infermieri sono sotto stress, chiamati a replicare (seppure con numeri e preparazione ben diversi rispetto a marzo) una trincea di difesa. Saltano le ferie, i turni di riposo, le serate in relax. Ma se un’intervista avesse come protagonista un barista con il locale in affitto e il fatturato crollato del 90% o un tassista fermo in piazza (due figli da mantenere, ultima corsa una settimana fa), gli accenti sarebbero simili. Tragici allo stesso modo.
La pandemia mette in primo piano anche il male di un giornalismo che da anni, con riflesso pavloviano, usa i bassi per le buone notizie e gli acuti per quelle pessime. Diminuiscono i contagi? Si enfatizzi l’aumento della pressione sugli ospedali. Ci sono meno morti? Male perché il dato dei tamponi è basso. Poi accade come ieri in provincia di Frosinone, dove un uomo è stato dato per morto in ospedale, la moglie ha fatto preparare il funerale e poi si è scoperto che era vivo. Titoliamo: Peccato, uno di meno?
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