- Il ministro dell’Economia fa la ramanzina alla Lega: «Ci siamo trovati i conti di Salvini da pagare». Coerenza vorrebbe che impostasse una finanziaria restrittiva. Invece l’obiettivo di deficit è il 2,2%, ben oltre i gialloblù.
- Il presidente dell’Anci Antonio Decaro, renziano: «Basta usarci come bancomat, siamo pronti a scendere in piazza». Il viceministro Laura Castelli (M5s) frena: «Nessun taglio di risorse».
Lo speciale contiene due articoli.
Il Papeete è di destra. Non avevamo dubbi sul messaggio. L’hanno ripetuto all’infinito tutti i rappresentanti del Pd, poi i grillini nel momento che hanno cambiato sponda politica e così giù in basso fino ai twittaroli di #facciamorete.
Il Papeete e il mojito di Matteo Salvini sono diventati il messaggio del marketing virale della sinistra. Un modo per accusare la Lega e i sovranisti di voler scialacquare, spendere e spandere e rispondere picche all’Europa che impone un deficit contenuto e un modello di spesa limitato. Ne segue, come ha detto espressamente il neo ministro dell’Economia che il conto del Papeete spetti alla sinistra: «C’è il conto Papeete da pagare», ha detto Roberto Gualtieri domenica sera, «lo faremo in modo equilibrato, cercando la giusta mediazione tra posizioni in campo e senza compromettere la crescita». In sintesi, il Carroccio è sovranista perché non tiene a bada i conti e si diverte con il mojito. Ci saremmo aspettati da chi sostiene di dover pagare il conto dell’estate leghista un modello opposto: tirare la cinghia, tagliare la spesa, il debito e soprattutto avviare una manovra nel pieno rispetto dei diktat Ue. Tradotto, un deficit tendenziale all’1,6% e una riduzione al meno di un punto base del deficit strutturale, dallo 0,6% allo 0,5. Invece, la faccia come il fondo del bicchiere da cocktail. I giallorossi chiedono all’Europa più deficit di quanto abbiano concordato i gialloblù lo scorso anno. La percentuale di deficit tendenziale non solo non si avvicinerà all’1,6% ma salirà al 2,2%. Ben più del 2,04 siglato dalla prima edizione del governo Conte; e la Nadef confermerebbe il deficit strutturale dello scorso anno. Pensare che quando i gialloblù a trazione leghista chiesero all’Ue di mettere il paletto del deficit al 2,4, quasi cascò il mondo.
La sinistra urlò allo sfascio, all’avvio di una crisi irrecuperabile. Lo spread ci avrebbe travolti e gli investitori istituzionali avrebbero venduto i Btp per comprare in massa i bond del Mozambico o di altre nazioni africane considerate dal Pd esempio di affidabilità sul mercato delle emissioni. Adesso invece che Gualtieri punta al 2,2% (praticamente un miliardo in meno delle richieste massime della Lega, poi riviste) la colpa di chi è? Ma sempre di Salvini, ovviamente. Con la differenza, per giunta, che il deficit di «destra» avrebbe permesso l’avvio della flat tax, quello di sinistra al momento nasconde qualche pastiglia e più di una supposta.
«Vogliamo partire con un primo scaglione di riduzione del cuneo fiscale, è un elemento importante non solo a livello redistributivo ma anche per la crescita», ha ribadito Gualtieri, senza specificare che la somma per il cuneo non supererà i 2,5 miliardi. «Nei mesi che seguiranno vogliamo ridurre», ha sottolineato, «le tasse sul lavoro e sull’impresa. Quindi vogliamo partire con un primo scaglione di riduzione del cuneo fiscale, un elemento importante non solo a livello redistributivo ma anche macroeconomico, per la crescita». Tradotto: il taglio partirà da giugno del 2020 e si realizzerà nella sua interezza nel 2021, sempre che nei prossimi 12 mesi non si ricambino le carte in tavola.
«Ho la sensazione che il Paese abbia capito che fosse una cosa giusta evitare una deriva irresponsabile. Ma occorre trasformare questo senso di scampato pericolo anche nella capacità di fare una serie di cose che vanno fatte, di essere un governo che lascia un segno». Il riferimento è alla volontà di avviare la grande fuffa del Green new deal, che per inciso si basa su altro deficit e su nuove tasse che andrebbero a discapito del nostro manifatturiero e della filiera agroalimentare del made in Italy.
«Il governo pensa di dare vita da subito a un grande fondo di investimenti per una politica verde attiva. Se non riduciamo le emissioni e le portiamo a zero nel 2050 mettiamo a rischio la vita sulla terra. Dobbiamo essere seri su questo, pensando alle prossime generazioni», ha concluso Gualtieri, precisando che «noi vogliamo investire di più perché la lotta ai cambiamenti climatici si realizza anche con investimenti per riconvertire il sistema produttivo».
L’unica cosa coerente sembra la corposa fetta di coperture che i giallorossi pensano di racimolare attraverso la lotta all’evasione fiscale; ben 5 miliardi di euro. In pratica si tratta di finanziare un raggiro nascosto dalla propaganda «green» con un desiderio astratto e intangibile. La classica truffa delle tre carte. Non a caso quando il governo Berlusconi nel 2011 mise nero su bianco che avrebbe usato 2,6 miliardi di coperture in due anni frutto del contrasto all’evasione, allora la Commissione lanciò strali infuocati che furono l’inizio della caduta di Forza Italia. Adesso l’Ue tace sulle partite di giro dei giallorossi e si accontenta della propaganda riempita dalle piazze che inseguono Greta Thunberg. Perché, come dice Gualtieri, questo è «un governo che deve evitare la deriva Papeete dell’Italia e ha la sfida di migliorare il Paese». A suon di deficit e, per fortuna, di promesse irrealizzabili. Che viste le premesse persino più rassicurante.
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