- Il ministro dell’Economia: «Il governo non ha mai escluso l’uso della nuova linea di credito del Salvastati» Ma per i grillini il sì è impossibile. Il premier prende tempo, però entro settembre chiederà il voto d’Aula.
- Charles Michel promette 2.364 miliardi ma il suo piano è una scatola vuota. Cifra record realizzata sommando varie voci, anche quelle su cui non c’è accordo.
Lo speciale contiene due articoli.
«Il governo non ha mai escluso l’uso della nuova linea di credito del Mes». Queste le testuali parole con cui il ministro Roberto Gualtieri ha risposto ieri sul Corriere della Sera a una precisa domanda di Federico Fubini. In effetti Gualtieri ha ragione e ripete l’ovvio. Deve solo trovare una linea comune con il M5s.
Ed è proprio questo il punto. Secondo Gualtieri, il Mes resta una opzione possibile e ha effettivamente lavorato a lungo, sin da marzo, a livello di Eurogruppo – ma non si sa sulla base di quale mandato – affinché fossero definiti i tratti distintivi della decisione del 15 maggio da parte del Consiglio dei governatori del Mes. Invece, secondo il M5s, quel prestito è oltre la loro linea rossa, senza se e senza ma.
Ma Gualtieri deve anche mettersi d’accordo con il governo di cui fa parte e con il suo presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il primo ha espresso, solo tre giorni fa, parere negativo a una risoluzione, a firma dell’onorevole di +Europa, Riccardo Magi, poi respinta dalla Camera, per impegnare «il governo ad avanzare richiesta di accesso alla linea di credito del Pandemic crisis support (Pcs) nell’ambito del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), per il finanziamento della modernizzazione del sistema sanitario, per le spese ammissibili relative al sistema dell’istruzione e per interventi in altri settori di attività compatibili con la natura e la finalità dello strumento». Il secondo, continua a ripetere che vuole «leggere prima le carte», trascurando il fatto che tutte le carte sono sul tavolo fin dal 15 maggio. E il tempo stringe: entro settembre, il Salvastati tornerà in Aula. Questo se volessimo concedere a Conte il beneficio del dubbio e pensare che un giurista come lui abbia bisogno di leggere le carte del 15 maggio per non sapere che, citando il professor Alessandro Mangia, «il Mes possa essere attivato solo per un’emergenza sanitaria è solo la misura del fatto che chi ne parla non ha chiara la nozione di attività funzionalizzata».
Il Mes ha funzioni rigorosamente tipizzate, tutte riconducibili alla finalità di mantenere la stabilità finanziaria nell’Eurozona. Ora, l’Italia ha problemi di stabilità finanziaria? Ci sono aste dei titoli di Stato deserte? Non pare. E allora l’accesso al Mes finirebbe con ogni probabilità prima davanti a qualche Corte costituzionale e poi davanti alla Corte di giustizia Ue. E non lo diciamo noi, ma numerosi giuristi.
Avantieri ha subito un duro colpo anche l’ultimo baluardo che viene sbandierato a favore del Mes: il mitologico risparmio di centinaia di milioni di interessi l’anno. Abbiamo infatti appreso dal Financial Times che il fondo Sure (prestiti destinati a finanziare la cassa integrazione) ha ricevuto manifestazioni di interesse da parte di ben 18 Paesi per circa 95 miliardi. Ma i tempi sono lunghi perché ci sono da emettere ancora le obbligazioni. Poiché quei prestiti avranno all’incirca lo stesso tasso del Mes, ci si chiede cosa freni gli stessi Paesi dal chiedere anche il prestito al Mes. C’è da ipotizzare allora che il suo tasso non sia poi così conveniente, in connessione alle altre condizioni che lo accompagnano, altrimenti avremmo avuto la coda anche per il Mes.
Non è dato sapere fino a quando Gualtieri, Conte e il M5s condurranno questa contrapposizione stucchevole che; se il mercato dei titoli di Stato resterà «stabile», come ha detto giovedì Christine Lagarde, potrebbe anche restare sulle pagine dei giornali a tempo indeterminato. La situazione potrebbe però precipitare per il motivo che vi descriviamo ormai da mesi: il Mes è uno strumento di disciplina e controllo politico del nostro Paese e le motivazioni tecniche sono una inconsistente foglia di fico.
E giungono fonti diplomatiche olandesi, citate dall’Huffington Post, a confermare clamorosamente la nostra tesi: «Non è una questione di sfiducia, ma ci sono cose che non perdoniamo alla Commissione europea…». Il riferimento è alla procedura d’infrazione per debito eccessivo, poi rientrata a luglio 2019 e l’accusa è che in questi anni la Commissione abbia fatto sconti all’Italia e non abbia applicato il patto di stabilità e crescita per tutti gli Stati membri in egual misura. «A marzo», ragionano le le fonti olandesi, «abbiamo deciso con urgenza 540 miliardi di aiuti europei, tra cui la linea di credito senza condizionalità del Mes. Ma questi soldi non sono stati usati da nessuno Stato membro: dunque non c’è tutta questa urgenza!».
Non avremmo sinceramente sperato in argomenti più robusti per avere conferma del ruolo del Mes all’interno della complessa trattativa europea. Dove non è arrivata la Commissione – che ai sensi dell’articolo 2(1) del regolamento 472/2013 ha solo facoltà di attivare la sorveglianza rafforzata in caso di difficoltà nella stabilità finanziaria di uno Stato membro – arriva invece il Mes, che ai sensi del successivo comma 3, obbliga la Commissione alla sorveglianza rafforzata sullo Stato beneficiario.
Per il blocco nordico, il Mes, nel ruolo di super guardiano dei conti è ancora più utile ora, con i miliardi del Recovery fund in lento avvicinamento. Cose che Gualtieri sa bene. Deve solo parlare con il M5s.
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