Gioco delle tre carte sul decretone. Accordo zoppo ma il Quirinale tace
  • Giuseppe Conte parla di 100 miliardi, i nuovi fondi si fermano a 25. La cifra record si raggiunge sommando gli aiuti da marzo a oggi. Approvazione salvo intese: accordo definitivo entro il 17 o inizieranno i licenziamenti.
  • Incarico a Giacomo Lasorella, già vice segretario d’Aula. I dem perdono peso e sperano di far slittare l’ufficialità a dopo le regionali.

Lo speciale contiene due articoli.

Secondo quanto La Verità aveva correttamente anticipato nell’edizione di ieri, l’approvazione in Consiglio dei ministri del cosiddetto decreto Agosto è avvenuta con l’ormai malinconicamente consueta formula «salvo intese». Cioè, detto brutalmente: senza un’intesa definitiva su una serie di questioni tutt’altro che marginali. In base a una prassi purtroppo largamente accettata, ma non per questo giustificabile, i ministri hanno dunque approvato una copertina, un indice, e una bozza contenente 109 articoli molti dei quali ancora accompagnati dalla dicitura «nodo politico».

Da un punto di vista costituzionale, il problema è duplice: non solo il fatto che seguiranno giorni in cui avverrà una vasta riscrittura del testo all’insaputa della stragrande maggioranza dei ministri; ma anche il fatto che, dietro la foglia di fico della necessità e dell’urgenza, il decreto ha assunto dimensioni «monstre». Infatti, la bellezza di 109 articoli rendono il testo tecnicamente «non lavorabile» in Parlamento: si tratterà del solito pacchetto «prendere o lasciare», che passerà sotto la frusta del voto di fiducia. Una criticità che comunque non ha scalfito il silenzio di Sergio Mattarella.

Secondo questo modo d’operare ormai invalso da anni, e purtroppo elevato a sistema dal governo giallorosso, l’esecutivo, in una situazione ordinaria, non avrebbe esitato a prendersi altri 15-20 giorni per completare il testo, anche approfittando delle due settimane di chiusura della Camera e del Senato. Anzi, sottovoce i capi di gabinetto più scafati sussurrano, ovviamente dietro anonimato: a che serve correre se tanto il Parlamento a cui consegnare il decreto è in vacanza?

Tuttavia, stavolta, ci sono solo (si fa per dire) altri otto giorni per correggere questa stesura, e non è davvero il caso di andare oltre il 17 agosto: anzi, entro quella mattina occorre che il decreto legge sia assolutamente pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Perché? Primo: perché, in base ai decreti precedenti, proprio il 17 agosto scade lo stop ai licenziamenti, che questo decreto prolungherà nella formula «mobile» spiegata ieri (il blocco, impresa per impresa, sarà cioè posposto tra il 17 novembre e il 31 dicembre). Se il nuovo decreto non fosse già in vigore il 17, le imprese avrebbero una finestra temporale per decidere una raffica di licenziamenti, cosa che l’esecutivo vuole evitare. Secondo: perché, in mancanza dei nuovi stanziamenti disposti da questo decreto, gli attuali fondi per la cassa integrazione durerebbero solo fino al 18 agosto, e non oltre. Morale: per queste due ragioni, la deadline è il 17 di questo mese.

Resta infine una questione più di fondo, che ha a che fare con i denari effettivamente stanziati dal governo da marzo a oggi, in un irripetibile arco temporale segnato dall’assenza dei vincoli del Patto di stabilità europeo: complessivamente, prima del decreto Agosto, erano poco meno di 80 miliardi. Aggiungendo i circa 25 del nuovo decreto, si arriva ben oltre quota 100. Tanti soldi, e non a caso il comunicato di Palazzo Chigi, dopo il cdm, ha suonato la grancassa: «Con il decreto, le risorse complessive messe in campo per reagire all’emergenza arrivano a 100 miliardi di euro, pari a 6 punti percentuali di Pil».

Va anche osservato che qualcuno, in termini di copertura mediatica, nell’ansia e nello zelo accompagnare il governo con tanto di fanfara, ha presentato il decreto di ieri come se da solo fosse in grado di muovere 100 miliardi, cosa che ovviamente non sta né in cielo né in terra.

Semmai, sarebbe il caso di ricordare sempre i diversi ordini di grandezza delle risorse messe in campo da altri governi. La sola Germania, e soltanto nel mese di marzo, tra risorse effettivamente stanziate e garanzie, ha deciso un’operazione da 1.100 miliardi, a cui a giugno se ne sono aggiunti altri 130. Per fare solo un altro esempio, il Giappone ha stanziato l’equivalente in yen di quasi un trilione di dollari. Cifra impressionante: tradotta in modo meno criptico, è un uno seguito ben dodici zeri, 1.000 miliardi, la metà del Pil annuale italiano.

Il guaio, tornando ai nostri 100 miliardi, è la fortissima sensazione che non solo moltissime di queste risorse siano state sprecate, ma che soprattutto siano state sminuzzate, spezzettate, suddivise in mille rivoli, di fatto vanificando la possibilità di uno choc positivo per l’economia. Anzi, il timore di molti è che l’intero ventaglio dei decreti varati da marzo a oggi non sia stato nemmeno «percepito» dall’economia reale. Ben diversa sarebbe stata la scelta, a parità di stanziamento, di sparare questi 100 miliardi tutti insieme, e soprattutto di concentrarli solo in quattro direzioni senza altre distrazioni: cassaintegrazione, anno bianco fiscale con la cancellazione di molte scadenze del 2020, avvio di abbassamento di tasse per il 2021, e molto più denaro a fondo perduto alle imprese. Una strategia di questo tipo avrebbe determinato un impatto forte. Si è invece scelta la logica della pioggerellina. E la differenza balza agli occhi: i conti, in termini di chiusure e fallimenti di imprese, si faranno in autunno.


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