- No categorico del Cav, che si aggrappa a ipotetici «problemi giuridici insuperabili». Gelido il Carroccio: «Sta con i dem».
- Il ministro dell’Interno stava lavorando a un’intesa con i forzisti in Vigilanza. Ora resta solo l’ipotesi del passo indietro del giornalista. Ma un nome condiviso non c’è.
- «Silvio Berlusconi al San Raffaele». Il ricovero lampo riaccende il giallo. «Solo controlli di routine», tranquillizza l’entourage del leader azzurro Inevitabile l’apprensione sulla salute del Cav, ma le voci di corridoio vengono subito smentite. Oggi sarà dimesso.
Lo speciale contiene tre articoli
Marcello Foa non sarà il presidente della Rai, ma sarà il nome su cui il centrodestra rischia di infrangersi definitivamente. Ieri la sorpresa in commissione bilaterale di Vigilanza non c’è stata, ma come previsto la nomina di Foa è stata bocciata. Né ci saranno ulteriori trattative tra Lega e Forza Italia dopo la definitiva presa di posizione di Silvio Berlusconi che al diktat di Salvini («Foa deve andare avanti: io gli riconfermo la fiducia. È assurdo che Forza Italia dica no: tutto il centrodestra sia compatto»), ha diffuso una nota assicurando che Fi non rivoterà Foa se venisse riproposto come presidente Rai. Il leader azzurro fa riferimento a «problemi giuridici non superabili, secondo il parere di autorevoli professionisti», evocando il rischio di una violazione della procedura istituzionale. Praticamente lo stesso motivo addotto dal Pd che ha parlato di violazione delle norme parlamentari e di mortificazione del Parlamento. A questo punto il leader della Lega ha tirato le somme: «Forza Italia ha scelto il Pd per fermare il cambiamento».
La nomina del giornalista Marcello Foa, proposto dal Mef su indicazione di Lega e M5s per la presidenza della Rai, è stata bocciata dal voto vincolante di Palazzo San Macuto. Foa ha raccolto solo 22 voti sui 27 richiesti dal quorum dei due terzi necessari per la ratifica. A favore hanno votato Lega, M5s e Fratelli d’Italia, contro Forza Italia, Pd e Liberi e uguali, che non hanno partecipato al voto. L’unico forzista in aula, il presidente di commissione Alberto Barachini, probabilmente ha votato scheda bianca, l’unica. In realtà i voti per Foa avrebbero dovuto essere 23 contando i 14 componenti M5s, i 7 della Lega e i 2 di FdI, ma pare fosse assente un parlamentare grillino. Come da previsioni, l’ok a maggioranza nel cda Rai di martedì alla nomina del giornalista italo elvetico non è bastato: il nome di Foa non era piaciuto fin dall’inizio al Pd per le sue posizioni sovraniste ma soprattutto a Forza Italia che aveva contestato il metodo usato dal governo per sceglierlo attaccando l’alleato Salvini per non aver consultato Berlusconi. Per la verità, il leader della Lega ieri aveva incontrato il Cav al San Raffaele che però gli aveva confermato il suo no. Crisi politica a parte, il nodo resta da sciogliere e per questo dopo una veloce riunione ieri pomeriggio, il cda di Viale Mazzini è aggiornato per oggi.
Il presidente mancato, infatti, aveva commentato così l’esito del voto: «Prendo atto con rispetto della decisione della commissione di Vigilanza della Rai. Come noto, non ho chiesto alcun incarico nel consiglio che mi è stato proposto dall’azionista. Non posso, pertanto, che mettermi a disposizione invitandolo a indicarmi quali siano i passi più opportuni da intraprendere nell’interesse della Rai». Se il governo gli avesse chiesto le dimissioni (come fece Andrea Monorchio nel 2005 bocciato dalla Vigilanza) Foa lo avrebbe fatto con la stessa disponibilità con cui ha accettato l’incarico e invece proprio il ministero dell’Economia gli ha confermato che può restare al suo posto e il cda della Rai andrà avanti così com’è contando sul ruolo che lo stesso Foa ricoprirà nel cda come consigliere anziano (a 55 anni è il più avanti in età tra i sette componenti del consiglio). Un ruolo contemplato dallo Statuto della Rai, ma già contestato dall’opposizione, in particolare dal dem Michele Anzaldi che ha annunciato già ricorsi nell’eventualità che Foa resti come «supplente», domandandosi come fa a tacere «Fico dopo essere stato a capo della Vigilanza. Con un presidente Rai facente funzioni si potrà procedere anche alle nomine dei direttori di rete e di testata che tanto interessano non soltanto al governo gialloblù, ma anche a Forza Italia. Nel frattempo la maggioranza di governo troverà un altro nome oppure sempre su Foa si troverà un accordo in Vigilanza. Al momento sembra decaduta la possibilità di far ritrovare l’intesa al centrodestra puntando sul nome di riserva, Giampaolo Rossi, uno dei consiglieri votati dal Parlamento, vicino a Fdi, ex presidente Rainet che però non trova l’ok del M5s. Luigi Di Maio, infatti, parlando in commissione Lavori pubblici in Senato, ha spiegato che «se ci sarà un’intesa tra le forze politiche su Foa è auspicabile che torni, altrimenti sono le forze politiche che siedono in commissione, nella loro interlocuzione, che possono trovare un’alternativa. Il governo non può ignorare la commissione di Vigilanza Rai: se ci sarà un’intesa su Foa per me è auspicabile che torni in commissione di Vigilanza, se non c’è non può tornare». Più possibilista Gianluigi Paragone, capogruppo M5s in commissione di Vigilanza che a caldo aveva commentato: «Mi auguro che Foa non si dimetta. Il patto del Nazareno regge sulle televisioni, questo è il voto di una minoranza».
«Vogliono una Rai asservita ai comandi di Salvini e della Casaleggio. Il Parlamento ha detto no. La commissione di Vigilanza ha fermato questo scempio», aveva detto il segretario Maurizio Martina. Certi di una soluzione i capigruppo della Lega Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo «dispiaciuti dell’asse Pd-Fi che cerca di fermare il cambiamento, sia del Paese che della Rai. Dal Pd non ci aspettiamo nulla, con Fi invece siamo pronti a confrontarci perché sicuri che anche la Rai abbia bisogno di aria nuova, cambiamento, qualità e meritocrazia. Siamo convinti che i fraintendimenti di questi giorni sul metodo, più che sul merito, possano essere superati». Nessuno spiraglio però avevano lasciato intravedere le capigruppo azzurre, Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini: «Altro che asse tra Pd e Fi sulla Rai. L’unico asse di cui siamo profondamente rammaricati è quello che si è creato in violazione della volontà popolare tra Lega e M5s». Mentre Salvini e Berlusconi sono sempre più lontani la partita torna nelle mani di Lega e M5s. Intanto oggi primo atto di un inedito cda Rai.
Sarina Biraghi
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