Fisco e sberle all’Ue. Il premier non c’è, ma il programma sì
ANSA
Il feeling tra i due vincitori delle elezioni va tradotto in azioni. Bruxelles è il nemico da sfidare con blocco dell’Iva, Fornero, flat tax e reddito base. Intanto dopo anni di insulti all’ex premier, i pentastellati rompono un tabù votando per la Casellati al Senato. Per accedere alla stanza dei bottoni, l’intransigenza anti Cav può momentaneamente andare in soffitta.

E venne il giorno di Roberto Fico. Il giorno della prima poltrona istituzionale di rango conquistata da un parlamentare del Movimento 5 stelle, il giorno che prefigura gli scenari della trattativa sul governo. «Le istituzioni», dice il campano dallo scranno più alto di Montecitorio, «sono tenute a farsi carico della richiesta di rinnovamento che deve essere la linfa vitale di questa legislatura. Gli squilibri vanno riequilibrati, è ora prioritario superare definitivamente i privilegi». Poi la promessa di un nuovo giro di vite su vitalizi, e quella di non consentire più canguri, sub-emendamenti, proliferazione di decreti, e trucchi parlamentari per far prevalere l’esecutivo sulle Camere.

Bisogna provare a fotografare questo fermo immagine di un discorso tanto breve e pacato nella forma, quanto dirompente e forte nei contenuti; bisogna contemplare attentamente tutto quello che succede intorno a Fico nell’Aula e nel Transatlantico di Montecitorio. Perché è in questo fermo immagine che si nasconde un piccolo passaggio di epoca. Per dire: Maria Elena Boschi e Luca Lotti, le due punte di diamante del Giglio magico renziano, restano impietriti, non applaudono il discorso inaugurale del neo presidente. Mentre fuori dall’Aula, davanti allo schermo gigante, intorno al demiurgo mediatico Rocco Casalino – responsabile della comunicazione e forse ghost writer del nuovo presidente – si raccoglie una folla festante: sono i collaboratori dell’ufficio comunicazione del gruppo, sono i deputati che costituiscono la spina dorsale della vecchia compagine parlamentare: ecco Alfonso Bonafede, ministro ombra incaricato. Ecco Giulia Sarti, pilastro del Movimento in commissione, appena scagionata dalla vicenda dei rimborsi, tornata al suo ruolo dopo aver chiarito. Sorrisi solari, abbracci, qualche lacrima di gioia. Non è solo la festa per un deputato che assurge allo scranno più alto, ma quella di un intero gruppo dirigente che ha attraversato il deserto si sente promosso insieme a lui.


Sono passati cinque anni dall’ingresso dei tanti mister Smith nel Palazzo della politica, adesso gli ex debuttanti si sentono veterani che hanno piantato la bandiera. Le parole che Rocco Casalino pronuncia in questo campanello, sembrano già una sorta di codice di comportamento da tenere nella partita per il governo: «Abbiamo vinto senza omologarci», spiega, «abbiamo condotto una trattativa nel Palazzo e con la vecchia politica, senza fare nessun compromesso, e portando a casa il risultato». E ovviamente Casalino si riferisce anche al terreno dei simboli, quelli che stanno più a cuore al gruppo dirigente del Movimento 5 stelle in questo momento: «Hanno fatto qualsiasi offerta e qualsiasi tipo di pressione su di noi: avrebbero dato qualsiasi cosa perché Berlusconi incontrasse Di Maio, o un capogruppo, e alla fine qualsiasi deputato che avesse un ruolo. Ma noi», osserva, «abbiamo tenuto il punto». E qui Casalino, parlando a suoi, spiega che i grillini guardano alla battaglia appena conclusa per la presidenza della Camera come all’anteprima per la trattativa durissima che attende i pentastellati sul governo: «Continuano a non capire come siamo fatti. Vogliamo Palazzo Chigi, e arriveremo. Ma non a qualsiasi costo».

È solo legittimo entusiasmo? Oppure è la spiegazione di un codice che diventerà necessario per capire cosa faranno i 5 stelle nei prossimi giorni? La seconda lettura è quella che si avvicina di più alla realtà. A torto o a ragione il Movimento è convinto che il passo di Fico avvicini Di Maio a Palazzo Chigi. E che la prova di forza di Matteo Salvini su Silvio Berlusconi sia stata l’anteprima di una smarcatura che si ripeterà dopo le consultazioni.


Esiste un feeling tra i due leader che è stato messo alla prova nella giornata cruciale di venerdì pomeriggio: Salvini e Di Maio si sentono al ritmo di un Whatsapp. E lo stratega leghista Giancarlo Giorgetti ha già immaginato un protocollo minimo su cui si può trovare un’intesa: quella di un governo che vota subito due provvedimenti necessari e popolari come la legge elettorale e il blocco dell’aumento dell’Iva disinnescando la clausola di salvaguardia. Il secondo passo è più complesso, ma ancora più qualificante: allestire un provvedimento-simbolo che diventi il punto di incontro tra i due programmi. O uno «smontaggio» della legge Fornero. O un doppio antipasto incrociato per dare un segnale ai rispettivi elettorati: un reddito base che espanda il Rei, e uno scaglione di Flat Tax al 25%. Pochi sanno che anche nel programma del M5s l’idea della semplificazione fiscale era un punto di partenza di una idea di riforma. Terza fase: varare i provvedimenti-choc e attendere la reazione dell’Europa. Se fossero accettati sarebbe un trionfo. Se fossero bocciati diventerebbero il viatico per una campagna elettorale travolgente. C’è un ma, ovviamente, che è rappresentato dal doppio forno che entrambi i leader si tengono aperto. Di Maio coltiva buoni rapporti con il Pd e aspetta un segnale di disgelo. Salvini non ha rotto con Berlusconi dopo la prova di forza, e ieri ha abbracciato il Cavaliere. Ma dopo l’incoronazione di Fico, il prezzo non negoziabile di cui parlavano i deputati del Movimento è uno solo: il governo M5s-Lega, secondo loro, può nascere solo se a Palazzo Chigi ci va Luigi Di Maio.


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