Finta ritirata di Atlantia in rotta per l’estero
  • Pronto l’inciucio col governo: la holding veneta farà un passo di lato in Aspi accontentando Giuseppe Conte sulla riduzione delle tariffe e preparandosi a spostare il suo centro oltre confine. Sulla revoca martedì ci sarà resa dei conti M5s-Pd in consiglio dei ministri.
  • Snack e succhi di frutta in regalo a chi è rimasto intrappolato nel traffico in Liguria.

Lo speciale contiene due articoli.

I Benetton hanno pronto l’inciucio: sono disposti a cedere il controllo di Autostrade ma non a uscire dal capitale azzerando la quota. Spacciandolo per un sacrificio cui si aggiunge la proposta di tagliare del 5% i pedaggi e la promessa di investire almeno 3 miliardi in manutenzione. È questa l’alternativa alla revoca della concessione messa sul tavolo del ministero dei Trasporti, ultima puntata della telenovela che ruota attorno al futuro di Autostrade per l’Italia (Aspi) e alla gestione di 3.000 chilometri di autostrade in Italia. Una partita nella quale anche il fondo australiano Macquarie, particolarmente attivo nel nostro Paese nell’ultimo periodo (guarda anche alla quota di Enel di Openfiber) sarebbe interessato a giocare un ruolo, anche di primo piano.

Nei giorni scorsi il governo Conte ha lanciato l’ultimatum alla società per portare l’offerta all’esame del Consiglio dei ministri in settimana, probabilmente martedì. «O arriva in extremis una proposta cui il governo non potrà dire di no, perché particolarmente vantaggiosa per la parte pubblica, oppure alla fine termina con una revoca», ha detto il presidente del Consiglio nel giorno della verifica del Mose a Venezia. Ieri mattina si è così riunito il cda di Autostrade per l’Italia che ha approvato una nuova offerta messa a punto dall’ad Roberto Tomasi e l’ha poi inviata al ministro delle Infrastrutture e trasporti, Paola De Micheli, che la vaglierà con i tecnici del Mit per poi portarla lunedì sulla scrivania di Conte a Palazzo Chigi. Le carte calate dai Benetton sarebbero due. Sulla questione della concessione in sé (sistema tariffario, manutenzione e investimenti) andare incontro al governo che vuole un taglio delle tariffe pari almeno al 5%, maggiori controlli sulla rete, una accelerazione sugli investimenti. Il tutto per una cifra pari a circa 3,4 miliardi (a inizio giugno Aspi aveva offerto 2,8 miliardi) da aggiungere ai 7,5 miliardi di investimenti del piano presentato da Tomasi a gennaio.

Poi c’è il tema della governance, ossia quale dovrà essere la nuova struttura societaria di Autostrade. Insomma, le poltrone. Roma chiede ai Benetton di fare un passo indietro sul controllo della società (oggi Atlantia ha l’88%) e la holding sembra essere disposta a scendere sotto il 50% (si parla del 30%) non più attraverso una cessione tout court ma con un aumento di capitale pari a circa 3 miliardi per fare entrare nell’azionariato della «nuova» Autostrade Cdp (che potrebbe fare un’operazione di conversione del debito), F2i, Poste Vita e alcune casse previdenziali. Tutelando comunque le minoranze, ovvero il socio cinese Silk Road e i franco-tedeschi di Appia e in prospettiva la stessa Atlantia. Alla fine però la nuova Autostrade dovrà nascere da un aumento di capitale. I soldi, quindi, ce li metteranno F2i o altri e per tutta la società, dove i Benetton ci saranno ancora, seppure non da padroni. Con meno onori, dunque, ma anche meno oneri.

Sul fronte politico, a pochi giorni dalla sentenza della Consulta che ha dichiarato non illegittimo estromettere Aspi dalla ricostruzione del ponte Morandi, crollato a Genova due anni fa, sono ancora le divisioni tra Pd e 5 Stelle ad agitare le acque. Per il Pd la gestione del nuovo ponte è cosa diversa dall’eventuale revoca della concessione ad Aspi, che non ha escluso ma nemmeno accelerato. E i dem spingono per un accordo, anche senza azzeramento della famiglia veneta nel capitale. Per il Movimento, invece, la partita è dirimente anche se le posizioni interne sono frastagliate. La resa dei conti si avrà dunque nel consiglio dei ministri di martedì. Nel frattempo, ieri, si sono espresse le opposizioni: «Riteniamo che la soluzione migliore potrebbe essere quella di rinnovare con condizioni assolutamente diverse la concessione e avviare strumenti per verificare attentamente che le regole vengano rispettate e che la sicurezza dei trasporti sia tutelata», ha detto Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia. Per Giulio Centemero, capogruppo della Lega in commissione Finanze della Camera, «premier e governo hanno combinato un pasticcio, perché, a prescindere dal risultato finale, sui mercati conta soprattutto quello che circonda il risultato stesso, nel senso che il buon governo si fa magari tenendo la bocca chiusa per una settimana o un mese o anche un anno, ma non alimentando l’idea che qui in Italia la certezza del diritto non valga».

Intanto, sul fronte finanziario, se davvero la cassaforte dei Benetton cederà la maggioranza, la galassia di Ponzano è destinata a cambiare spostando il centro di gravità ancora di più oltreconfine. Come spiega bene un articolo apparso ieri sul settimanale Milano Finanza, già nel bilancio 2019 su un totale di 11,6 miliardi di ricavi il singolo maggiore contributo (per oltre 5 miliardi) derivava dalla spagnola Abertis, mentre le attività autostradali italiane si piazzavano seconde con poco più di 4 miliardi. Quanto alla redditività, nel 2019 le autostrade italiane hanno registrato una contrazione fino a 710 milioni (contro i quasi 2 miliardi del 2018) in conseguenza al crollo del ponte di Genova che ha portato all’accantonamento di 1,5 miliardi. Il calo è stato però più che compensato proprio dal gruppo spagnolo, che ha concessioni anche in Francia, Sudamerica e India e che lo scorso anno ha portato in cascina quasi 4 miliardi di ebitda. Cui si devono aggiungere i 500 milioni delle altre attività autostradali fuori confine, non detenute tramite Abertis, e i 122 milioni di margine operativo lordo derivanti dagli aeroporti della Costa Azzurra. Insomma, su 5,7 miliardi di ebitda 4,3 miliardi già oggi arrivano dall’estero, con l’Italia a quota 1,35 miliardi.


Da non perdere

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra
Governo

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra

Mentre il partito del generale continua a crescere (e lui, dopo la Lega, vuole superare anche Forza Italia), tra le opposizioni si fa strada l’incubo della grande alleanza tra le fila degli avversari. Ma toccherà a Giorgia Meloni sciogliere tutti i nodi dell’intesa.