- Ieri mattina il premier online parla di esigenze diverse in ogni regione. Poi nel pomeriggio in Parlamento annuncia «omogeneità» in tutta Italia. Il decreto aprile ancora non si vede, ma lui promette 50 miliardi.
- Duro attacco di Giorgia Meloni. Il Carroccio: «Nemmeno una parola chiara sugli aiuti a cittadini e imprese. Bocciata ogni nostra proposta». Più morbida Forza Italia.
Lo speciale contiene due articoli.
Un Giuseppe Conte totalmente fuori fase parla di fase 2 in Parlamento, ma la confusione regna sovrana sotto il ciuffo più scuro e brillantinato del solito, attaccato alla tempia, per nulla svolazzante come ai bei tempi delle strette di mano con Donald Trump. L’aula sorda e grigia del Senato, nel primo pomeriggio, e quella della Camera, subito dopo, assistono in silenzio alla lettura del compitino scritto di un premier senza idee, o peggio con le idee assai confuse. La fase 2, la ripartenza dell’Italia, sembra più una speranza che un piano: Conte ormai è totalmente in balia dell’esercito di tecnici dei quali si è circondato, e non riesce a dare una sola certezza agli italiani su cosa succederà dal prossimo 4 maggio, dove succederà, quando succederà, e come.
Già disorientati a causa di questa epidemia canaglia, gli italiani si svegliano con un lungo post su Facebook del premier, che tra le tante banalità messe nero su bianco, si lascia andare a questa riflessione riguardo alla riapertura: «Dobbiamo agire sulla base di un programma nazionale», scrive il Conte mattutino, «che tenga però conto delle peculiarità territoriali. Perché le caratteristiche e le modalità del trasporto in Basilicata non sono le stesse che in Lombardia. Come pure la recettività delle strutture ospedaliere cambia da Regione a Regione e deve essere costantemente commisurata al numero dei contagiati e dei pazienti di Covid-19». Bene: ogni italiano in grado di leggere e scrivere, comprende bene che Conte sta dicendo che la riapertura sarà differenziata a seconda della situazione nelle diverse regioni.
Lo comprende bene anche Attilio Fontana, presidente della Lombardia, che infatti va all’attacco: «Un’eventuale riapertura diversificata per regioni», dice Fontana a Radio24, «credo sia una riapertura monca, zoppa, che non consentirebbe un equilibrato sviluppo alle regioni che aprono. Sono convinto che la riapertura debba avvenire quando il rischio del contagio si sia concluso o sia vicino alla conclusione su tutto il territorio». Lo comprende perfino Vito Crimi, autoreggente del M5s, che su Facebook smentisce il suo premier: «La ripartenza», scrive Crimi, «dovrà interessare il Paese nel suo complesso, senza discriminazioni geografiche o settoriali».
Dunque, l’idea della riapertura differenziata a seconda delle regioni viene bocciata in rapida successione da Crimi e Fontana, ovvero dal primo partito di maggioranza (il M5s) e dal primo partito di opposizione (la Lega). Un bel record, che convince Conte ad aggiustare il tiro, e così in Senato il concetto viene completamente ribaltato: «Con l’ausilio degli esperti», dice Conte in aula, «stiamo elaborando un programma di progressive aperture che sia omogeneo su base nazionale, e che ci consenta di riaprire buona parte delle attività produttive e anche commerciali tenendo però sotto controllo la curva del contagio. Questo è molto importante. Dobbiamo tenere sotto controllo», aggiunge Conte, «la curva del contagio in modo da intervenire, se nel caso anche successivamente, laddove questa si rinnalzi oltre una certa soglia. Soglia che non pensiamo debba essere formulata in termini meramente astratti, ma che vogliamo commisurata alla specifica recettività delle strutture ospedaliere dell’area di riferimento».
Grande è la confusione sotto il ciuffo, e la sensazione è che Conte non sia in grado di prendere mezza decisione senza aver prima consultato le centinaia di esperti di cui si è circondato. Manca, a Conte, la qualità che ogni amministratore pubblico, dal sindaco di un piccolo Comune al presidente del Consiglio, deve necessariamente avere: il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, di fare delle scelte, di decidere. Se lo stesso governo non sa ancora cosa fare, come pensate sia possibile che riesca a spiegare agli italiani cosa dovranno fare, dal prossimo, benedetto, 4 maggio?
Confuso e (in)felice, Conte si limita a enunciare concetti generali: «I motori del Paese», dice stancamente, «devono riavviarsi. Ma questo riavvio deve avvenire sulla base di un piano ben strutturato e articolato, che comporti una revisione dei modelli organizzativi di lavoro, delle modalità del trasporto pubblico e privato e di tutte le attività connesse. Una volta completato questo programma lo discuteremo con tutti i soggetti coinvolti, quindi anche enti territoriali», sottolinea Conte, «organizzazioni datoriali, sindacati, al fine di acquisire le loro valutazioni e di condividerlo con tutti i soggetti interessati». Bene (anzi, male): al 4 maggio mancano meno di due settimane, e di questo piano «ben strutturato e articolato», che Conte garantisce sarà pronto «entro la settimana», non si vede traccia.
Considerato che questo programma dovrà essere pure discusso con tutti i soggetti coinvolti, viene da pensare che Conte si riferisca al 4 maggio del 2021. E i soldi? Conte rimette nel cassetto le favolette da 800 miliardi di cui ha parlato in recenti interviste: «In aggiunta ai 25 miliardi di euro già stanziati con il cosiddetto decreto legge Cura Italia», annuncia il premier, «il governo invierà a brevissimo al Parlamento un’ulteriore relazione, contenente una richiesta di scostamento dagli obiettivi di bilancio programmati per il 2020, pari a una cifra ben superiore a quella stanziata a marzo. Una cifra davvero consistente», sottolinea Conte, «non inferiore a 50 miliardi di euro, che si aggiungeranno ai 25 miliardi già stanziati per un intervento complessivo non inferiore a 75 miliardi di euro». Un’altra promessa.
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