- Giorgia Meloni si astiene: «Vedremo cosa vuol fare la Von der Leyen». Ira di Matteo Salvini, critico pure Antonio Tajani. Viktor Orbán vota a favore di António Costa.
- I nomi indicati dagli Stati membri vanno sottoposti ai deputati, i quali dovranno poi esprimersi (nell’insieme e non singolarmente) su commissari e Alto rappresentante.
- È la prima volta che l’Italia rifiuta di piegarsi ai diktat di Bruxelles. Il premier ha varie possibilità: ottenere un commissario di peso, o dare battaglia all’Eurocamera e divenire capo dell’opposizione. Magari sperando che alla conta la candidata tedesca sia silurata.
Lo speciale contiene tre articoli.
Si giocherà tutta sui rapporti di peso all’interno della futura Commissione europea, e sul programma politico della nuova Ue, la partita che l’Italia di Giorgia Meloni sta conducendo a Bruxelles, dove i capi di Stato e di governo europei hanno formalmente trovato l’accordo sul nome del futuro presidente dell’esecutivo – sarà sempre Ursula von der Leyen, la cui riconferma è stata decisa a maggioranza dai 27 – ma annaspano su tutto il resto, a cominciare dalla direzione politica che intende prendere l’Unione.
L’accordo è stato raggiunto senza l’appoggio della Meloni: il presidente del Consiglio si è ufficialmente astenuta, votando inoltre contro la nomina dell’ex premier portoghese António Costa, socialista, nel ruolo di presidente del Consiglio europeo e anche contro quella del premier estone Kaja Kallas, liberale, come Alto rappresentante per la politica Estera e di sicurezza. «La proposta formulata da popolari, socialisti e liberali per i nuovi vertici europei è sbagliata nel metodo e nel merito», ha scritto Meloni sul social X, «ho deciso di non sostenerla per rispetto dei cittadini e delle indicazioni che da quei cittadini sono arrivate con le elezioni». Da Palazzo Chigi è arrivato un ulteriore chiarimento sul voto di astensione di Meloni, deciso «nel rispetto delle diverse valutazioni dei partiti della maggioranza di governo, e nell’attesa di conoscere le linee programmatiche e aprire una negoziazione sul ruolo dell’Italia». Già, il programma: secondo alcuni media, i 27 avrebbero trovato un accordo anche sull’Agenda strategica, ma Meloni ha smentito: «La presidente della Commissione europea prima di andare in Parlamento dovrà dire che cosa vuole fare. E quindi penso che la valutazione vada fatta a valle e non a monte», ha sottolineato. Per poi ribadire quanto già ampiamente annunciato nelle scorse settimane: «Il tema non è Ursula von der Leyen ma quali sono le politiche che vuole portare avanti. E su questo non abbiamo risposte. Il ruolo dell’Italia non è accodarsi».
Il presidente del Consiglio ha anche fermamente condannato alcune voci circolate sui media riguardo un possibile «ricatto» europeo contro il nostro Paese, se avesse votato contro Von der Leyen: «Non sono d’accordo che il voto contrario metta a rischio la nostra posizione in Europa. Sarebbe vergognoso se ce la facessero pagare», ha detto, rivendicando il suo no al tavolo dei negoziati con i Ventisette. Al suo fianco anche il ministro degli esteri Antonio Tajani (che pur sosterrà, insieme con gli eurodeputati di Forza Italia che siedono nel Ppe, Von der Leyen): «È emersa una netta distinzione tra i rapporti tra partiti e i rapporti tra i Paesi, quindi non c’è stato nessun isolamento dell’Italia, se vogliamo fare un’analisi oggettiva. Poi», ha aggiunto Tajani, «per quanto riguarda le scelte di tipo politico, anche io non ho condiviso il metodo e correttamente il presidente del Consiglio ha tenuto conto della nostra posizione quando ha annunciato l’astensione su Ursula von der Leyen».
Sull’accordicchio europeo, invece, è calata la scure di Matteo Salvini, che lo ha stroncato duramente definendolo già giovedì sera, a caldo, un «colpo di Stato»: «Ennesimo gesto di arroganza e mancanza di rispetto per i cittadini che hanno chiesto il cambiamento da parte di Bruxelles e dei burocrati europei che hanno riconfermato la Von der Leyen in una squadra con la sinistra e i socialisti che hanno fatto tanti danni in questi 5 anni», ha dichiarato il leader della Lega in un video diffuso ieri mattina, «noi come Lega stiamo lavorando per un grande gruppo alternativo che porti nei palazzi di Bruxelles la voglia di cambiamento».
L’astensione dell’Italia sull’Ursula bis, anziché un esplicito voto contrario, vuol dire che le trattative non sono affatto finite, fermo restando che la sua riconferma deve peraltro passare al vaglio del Parlamento europeo, formalmente deputato a votarla secondo i Trattati, alla prima sessione plenaria prevista il prossimo 18 luglio a Strasburgo. E si preannuncia un’altra graticola, come già accadde nel 2019 quando Von der Leyen fu eletta con soli 9 voti di scarto: Ursula ha bisogno di una maggioranza di 361 voti e i seggi dei tre partiti che hanno raggiunto l’accordo sul suo nome, popolari, socialisti e liberali, sono 399. Tutto ruoterà, insomma, intorno alla disciplina di partito. È per questo che la presidente guarda disperatamente sia a sinistra che a destra: corteggia silenziosamente i Verdi, che dispongono di 54 eurodeputati, e dall’altro lato blandisce il gruppo dei Conservatori e riformisti (Ecr), quel del premier italiano: «Sì, Meloni si è astenuta sulla mia nomina, ma è importante lavorare bene al Consiglio con l’Italia, così come con gli altri Stati membri, è un principio che seguo sempre», ha dichiarato al termine del vertice, annunciando che si rivolgerà anche alle delegazioni nazionali dei gruppi non maggioritari per convincerle a partecipare «a un’ampia maggioranza per un’Europa forte».
La presidente uscente dovrà fare i conti anche con il cancelliere tedesco Olaf Scholz, che ha salutato l’accordo dichiarandosi «fermamente convinto che sia positivo che i partiti che appartengono alle famiglie populiste di destra non siano parte del sostegno all’intesa sulle nomine Ue e il bis di Ursula von der Leyen. Concetto ribadito anche dalla presidente del gruppo socialista, la spagnola Iratxe Garcia Perez. Voci dell’Europarlamento annunciano franchi tiratori anche dalle fila dei socialisti, mentre, a sorpresa e in contretendenza rispetto ai conservatori, Viktor Orbán ha votato contro Ursula, si è astenuto sulla Kallas e addiritutra ha votato a favore di Costa. Quanto alla Francia, Emmanuel Macron, secondo Le Monde, ha promesso ai suoi di voler stare «alle calcagna» di Von der Leyen sulle nomine: vuole la riconferma del francese Thierry Breton come commissario al Mercato interno, richiesta che si sovrappone a quelle italiane.
La situazione è, dunque, ancora sospesa e più che mai complessa, Von der Leyen per i prossimi 20 giorni camminerà sulle uova: nessuno, alla fine, le ha concesso un assegno in bianco.
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