Mattarella vuole un nome o si vota a ottobre
ANSA

  • Dall’incontro tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio non esce il nome del presidente del Consiglio. I grillini insistono sul loro capo, tra i candidati «terzi» spuntano anche giornalisti. Al Quirinale si aspettano un profilo per lunedì ma intanto si accarezza il dossier urne dopo un passaggio tecnico.
  • Nel programma tanto deficit e ballano le coperture. Senza tagli alla spesa resta la possibilità di sforare. Sgambetto del Cav : «Dove trovano i soldi?»
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Lo speciale contiene tre articoli.

Il banchetto è pronto, gli invitati, affamati, aspettano gli antipasti, ma lo sposo non si trova. La giornata di ieri non è servita a sciogliere il nodo più intricato: chi sarà il presidente del Consiglio del governo M5s-Lega? Non si sa. Quello che si sa, è che ieri mattina Luigi Di Maio e Matteo Salvini si sono incontrati, ancora una volta, a Montecitorio, per tentare di raggiungere un’intesa sul nome del primo ministro da sottoporre poi al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ennesima fumata nera: più di tre ore di faccia a faccia non sono bastati per trovare l’accordo. Oggi nuovo incontro, probabilmente a Milano.

Di Maio, all’uscita da Montecitorio, a chi gli chiedeva se l’intesa sul nome per Palazzo Chigi fosse vicina, ha risposto così: «Lo avremo nei prossimi giorni. Io e Salvini ci parliamo solo da una settimana, non è che possiamo fare miracoli». Una dichiarazione che ha una indiscutibile venatura comica, considerato che dal giorno dopo le elezioni, ovvero due mesi e mezzo fa, i due «ragazzi», come al Quirinale chiamano Di Maio e Salvini, si sono visti, parlati al telefono e scambiati messaggini più che con le rispettive fidanzate. Lunedì prossimo al Quirinale con il nome? «Non vi do scadenze», ha glissato Di Maio, «adesso ci si può concentrare sul premier». «Se chiudiamo», ha commentato Salvini, «chiudiamo lunedì anche con il nome del premier, altrimenti avremmo fatto un grande lavoro di cui qualcuno ci sarà grato. Comunque vada», ha aggiunto, «lunedì la parola torna al presidente Mattarella».

Di Maio intanto insiste su sé stesso: «Io spero sempre che il premier sia Di Maio», ha detto ieri Stefano Buffagni, deputato del M5s e fedelissimo del capo politico, a La7, «il quale ha dato disponibilità a fare un passo indietro ma vuol dire che non ha chiuso assolutamente la possibilità che possa essere lui».

Per la Lega sarebbe un boccone difficile da ingoiare, anche se come contropartita il Carroccio otterrebbe ministeri pesanti: Matteo Salvini sarebbe vicepremier e ministro dell’Interno; Giancarlo Giorgetti diventerebbe sottosegretario alla presidenza del Consiglio, poltrona che fu di Gianni Letta, al quale il capogruppo leghista alla Camera viene spesso paragonato; al Carroccio andrebbero anche l’Agricoltura e i Trasporti. Il M5s si accontenterebbe del Lavoro (Riccardo Fraccaro), della Giustizia (Alfonso Bonafede) e di altri dicasteri di minor rilievo. Agli Esteri, per compiacere Mattarella, potrebbe andare Elisabetta Belloni, segretario generale della Farnesina, già in corsa per il ruolo di premier del «governo neutrale». Anche la scelta dei ministri dell’Economia e della Difesa andrà concertata con il Quirinale.

Se il premier fosse una figura «terza» ma non tecnica, Matteo Salvini e Luigi Di Maio il candidato, sussurra qualcuno, sarebbe bello e pronto: politico (è senatore grillino), ma con un dna leghista. Si tratterebbe di Gianluigi Paragone, giornalista come Emilio Carelli, altro papabile bruciato ieri, ma molto meno berlusconiano dell’ex vicedirettore del Tg5.

Paragone, 47 anni, nato a Varese da papà sannita e madre siciliana, incarna il grilloleghismo. È l’ideale rappresentanza di sintesi tra i due movimenti, che stanno faticosamente cercando di dare vita a un esecutivo che duri cinque anni. Paragone, già importante fautore di dialogo in queste settimane tra i due «mondi», inizia la sua carriera giornalistica collaborando con il quotidiano La Prealpina, per il quale segue le iniziative politiche di Umberto Bossi e Roberto Maroni. Si avvicina alla Lega, e Bossi nel 2005 lo vuole come direttore della Padania, organo ufficiale della Lega Nord. Nel 2009, dopo un periodo a Libero, in quota Carroccio diventa vicedirettore di Rai Uno. Rompe con Bossi e nel 2013 passa a La7. Si avvicina al M5s, e lo scorso 4 marzo diventa senatore grillino.

Un altro possibile premier, fino ad ora coperto, è una donna: Barbara Lezzi. Leccese, 46 anni, è alla sua seconda esperienza da senatore per il M5s, ed è un nome «pesante» del grillismo. Il suo nome è stato in corsa per la presidenza della commissione speciale del Senato, ma è stata lei stessa a rinunciare lasciando la strada libera al suo collega Vito Crimi; si sussurrò che il suo passo di lato fosse dovuto alla possibilità di ricoprire incarichi di governo. Sfiorata ma non travolta dalla vicenda «rimborsopoli», poche settimane fa sorprese tutti rispondendo con afflato dalemiano a una domanda sul conflitto di interessi: «Non sarà», disse la Lezzi, «una legge contro Berlusconi. Nessuna vendetta né strategia punitiva nei confronti di Mediaset che è un’azienda importante del Paese».

Sempre «caldo» il nome del docente di diritto amministrativo Giacinto Della Cananea, colui il quale è stato chiamato da Di Maio a confrontare il programma del M5s con quello di Pd e Lega, e che sarebbe graditissimo al Quirinale. Della Cananea, insieme a Bernardo Mattarella, figlio di Sergio, ha scritto un articolo scientifico sui «Sistemi regolatori globali e diritto europeo»; con Giulio Napolitano, figlio di Giorgio, ha curato il volume «Per una nuova costituzione economica»; infine, con entrambi, ha partecipato alla scrittura del libro Il diritto amministrativo oltre i confini – Omaggio degli allievi a Sabino Cassese. A proposito di Quirinale: ieri al Colle, dopo le schiarite di 24 ore prima, le quotazioni dell’accordo M5s-Lega erano segnalate nuovamente in calo, ed è stata spolverata la cartellina con su scritto: «governo neutrale ed elezioni il 7 ottobre».

Carlo Tarallo



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