- Rispetto all’era Conte, il premier tenta il cambio di passo, ma sulle aperture il governo è ancora timido. Sui vaccini, l’ex banchiere guarda al modello inglese. Il Cts frena sulla ripartenza di palestre e piscine
- Il governatore plaude alla Lega e si mette contro mezzo partito L’obbiettivo è riconquistare il Nord per puntare alla segreteria
Lo speciale contiene due articoli
Anche quella di oggi rischia di non essere affatto una buona giornata per gli «aperturisti», che culminerà con l’intervento in Aula di Roberto Speranza, alle 17. È prevedibile che il ministro della Salute non cercherà provocazioni politiche, ma sembra altrettanto chiaro che si attesterà su una strenua difesa – e se possibile sulla richiesta di inasprimento – della sua tradizionale linea «chiusurista». Il mantra di Speranza sarà, secondo le indiscrezioni circolate ieri: «Non è il momento di abbassare la guardia». Certo, però, balza agli occhi un’evidenza piuttosto bizzarra per chiunque sia affezionato a una politica fact-based e data-driven, cioè basata sui fatti e sui dati. Più che di indici in peggioramento, siamo in presenza di timori e incertezze (magari giustificate, nessuno può escluderlo) sulle varianti e sul loro eventuale sviluppo. Ma, se si adottasse una logica del genere per tutto il tempo necessario alla campagna vaccinale, e quindi se si accentuassero le restrizioni davanti ad ogni eventuale o potenziale variante, allora l’Italia avrebbe davanti altri 8-9 mesi di lockdown strisciante. Un incubo, oltre che un’apocalisse economica.
E ieri il Cts ha sparso altra paura, consegnando a Draghi, a quanto pare, la richiesta di non riaprire palestre e piscine: segnale assai cupo, anche perché già mesi fa, quando quelle strutture erano aperte, si attenevano a protocolli molto rigorosi. Sta di fatto che, in vista della relazione di Speranza di oggi, Mario Draghi ha convocato ieri sera una riunione con alcuni ministri in rappresentanza dei partiti della coalizione (Giancarlo Giorgetti, Stefano Patuanelli, Roberto Speranza, Dario Franceschini, Maria Stella Gelmini, Elena Bonetti), a cui hanno partecipato anche i vertici del Cts Silvio Brusaferro, Agostino Miozzo e Franco Locatelli.
Ma allora cosa c’è di diverso nell’approccio al Covid tra Giuseppe Conte e Draghi? Giuridicamente, è apprezzabile che l’altro ieri Draghi sia partito con un decreto-legge (firmato ieri da Sergio Mattarella), quindi con un atto necessariamente sottoposto a scrutinio parlamentare. Dei dpcm verranno (il primo già molto presto, dopo il dibattito parlamentare di oggi), ma sembra probabile che si tenderà a non abusarne. Ancora, è abissale la differenza tra la nuova fase draghiana e tra la comunicazione martellante, ansiogena, ossessiva, orchestrata da Rocco Casalino, tra pagine Facebook, caccia al like, conferenze a orari improbabili (e poi regolarmente rinviate per sdraiarsi sui palinsesti tv), più il circo dell’improvvisa «apparizione» delle bozze prima di ogni provvedimento. In qualche misura, si è passati a un approccio eccessivo in senso inverso: mutismo, riserbo assoluto, gran silenzio. Peraltro, è abbastanza curioso che gli stessi media che esaltavano il primo approccio ora si dichiarino innamorati del secondo: potenza dell’italica propensione al servo encomio. Come si diceva, invece, il più preoccupante elemento di continuità sta nell’approccio «chiusurista». Su questo, finora, i ministri di centrodestra registrano una sconfitta secca, confermata anche dai retroscena sul Cdm di lunedì, con le posizioni «aperturiste» schiacciate in sandwich tra i no iniziali di Speranza e Andrea Orlando e il no finale, sia pure più sfumato e transitorio, di Draghi stesso, preoccupato di valutare nei prossimi giorni l’impatto delle varianti.
Se, dentro questa cornice di sconfortante continuità, vogliamo cercare un elemento di ottimismo che possa non precludere esiti diversi, c’è da sottolineare il fatto che ora quasi tutti sembrino orientati a escludere chiusure troppo estese. Sembra farsi strada (e questo sarebbe ragionevole) l’idea di chiusure mirate, riservate ai singoli focolai: lo chiede in particolare Matteo Salvini (che ieri ha esplicitamente detto: «Se c’è un problema a Brescia, non chiudi tutta Italia da Bolzano a Catania»). Un’inversione di rotta sembra annunciarsi, e questo è certamente l’aspetto più consolante, in materia di vaccini. Come questo giornale sollecitava da mesi, pare farsi strada il modello britannico. Negli ultimi giorni, sia la rivista The Lancet sia le autorità mediche Uk hanno confermato che posporre nel tempo il richiamo potrebbe perfino giovare. Allora, diventa possibile ipotizzare che l’Italia usi a tappeto (per la prima iniezione) tutte le dosi in arrivo: sono attesi 5 milioni di dosi Astrazeneca entro fine marzo (e, sempre entro fine marzo, le dosi complessivamente giunte da inizio anno arriveranno al numero di 15 milioni, soprattutto tra Pfizer e Astrazeneca), mentre da aprile a giugno (considerando Pfizer, Astrazeneca, Johnson & Johnson, Moderna, ecc) sono attese altre 52 milioni di dosi. La strategia del governo sembra essere quella di usarle a raffica per la prima vaccinazione, riservando al richiamo sia le consegne successive sia l’eventuale produzione nazionale da avviare (tema su cui è al lavoro il dicastero di Giorgetti). Adottando questo modello, il tema delle dosi non sarebbe più un problema insormontabile, mentre tornerebbe in gioco l’irrobustimento di un’adeguata macchina organizzativa. Ed è su questa sfida logistica che il governo Draghi sarà rapidamente giudicato.
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