- Il vertice di Parigi per reagire alla «pace di Trump» sull’Ucraina è un fallimento. La rappresentazione plastica dell’irrilevanza politica dell’Unione a 27. Che cela però un’insidia da sventare: l’idea di aggirare il voto unanime in nome di una Difesa comune.
- Su esercito e bilancio la retorica delle «crisi necessarie» cara a Jean Monnet continuerà. Prossimo obiettivo: il pericoloso superamento del voto all’unanimità.
Lo speciale contiene due articoli.
Scandalo nelle redazioni patinate: Donald Trump e J.D. Vance, apparentemente in combutta con Vladimir Putin, starebbero lavorando per sgretolare l’Europa. Come se l’Europa non si sgretolasse da sé. Per caso ieri, a Parigi, c’era l’Europa unita? No: Emmanuel Macron ha convocato una manciata di Paesi che evidentemente, dentro l’Ue, contano di più, insieme al Regno Unito, che dell’Ue non fa più parte. E nonostante il formato ridotto, le potenze del Vecchio continente non sono state capaci di accordarsi sull’unico elemento che potrebbero mettere sul tavolo delle trattative: l’invio di contingenti in Ucraina. L’Europa sbraita, pretende un posto ai negoziati di Riad, però non sa cosa offrire.
Poniamo, comunque, che le vedove della guerra abbiano ragione. Poniamo che – l’ha scritto ieri Stefano Stefanini sulla Stampa – i nostri nemici siano diventati due: Mosca e Washington. Poniamo che gli Stati Uniti di Trump stiano caldeggiando il tracollo di Bruxelles. E allora? Ci dovremmo preoccupare? Quale vantaggio abbiamo tratto dall’Ue? Quale potremmo trarne, invece, da un ritorno alle logiche bilaterali, alla (relativa) autonomia economica e politica delle nazioni?
L’europeismo è precipitato nella trappola del controfattuale. Ci spiegano che, senza l’Unione, saremmo irrilevanti. Certo, non sappiamo cosa accadrebbe se l’Ue crollasse. Sappiamo che, quando ne è uscita, Londra non è stata distrutta dalle cavallette. E soprattutto sappiamo cosa sta accadendo mentre l’Ue rimane in piedi, a fatica: il punto è che siamo già irrilevanti.
Potremmo sorvolare sulla schizofrenia dei nostri leader: prima escludevano il dialogo con lo zar; ora si strappano i capelli pur di essere inclusi nei colloqui Trump–Putin. Il dettaglio più imbarazzante, però, è che l’Europa ci ha già provato a parlare con il presidente russo. Lo ha fatto lo stesso Macron, lo ha fatto Olaf Scholz. Risultati? Nessuno.
Quindi? Dovremmo vestirci a lutto, se questo carrozzone chiudesse i battenti? All’Ue è mancata qualunque profondità strategica. Adesso che alla Casa Bianca abita un puzzone, l’élite europea rivendica un’indipendenza velleitaria. Ma fino ad oggi, ha seguito per filo e per segno le deleterie istruzioni di Joe Biden, rasentando lo scontro con un Paese dotato di arsenale nucleare, condannandosi alla deindustrializzazione e aggravando, con la crisi energetica, quelle fratture sociali che rendono conto del successo dei sovranisti.
Si straparla di investimenti nella Difesa. Ma manca un accordo: Germania e Olanda non vogliono il debito comune, la Spagna evoca il Mes militare. Nessuno chiarisce chi dovrebbe definire la politica estera unica, di cui la forza militare è una proiezione, né chi guiderebbe quei battaglioni. Il sospetto è che l’«unità europea», che si è sbriciolata di nuovo, fosse la foglia di fico per nascondere il tentativo di Macron di piegare l’Europa ai propri interessi particolari. Non sarebbe stata la prima volta: quell’Unione che doveva portare all’integrazione, cancellando per sempre l’ignominia delle guerre autodistruttive, non ha fatto che trasferire sul piano finanziario la logica della predazione e della sopraffazione reciproca.
I trattati, i vincoli di bilancio, la moneta: tutte leve adoperate dalla Germania per ricostruire un’egemonia che poteva essere definita «riluttante» soltanto perché, a Berlino, mancavano la volontà e il coraggio di diventare un autentico attore geopolitico, anche con l’impiego della Bundeswehr. Peccato che il meccanismo, alla lunga, si sia ritorto pure contro chi lo aveva sfruttato.
Che fine ha fatto la libertà di movimento? I confini colabrodo e la maliziosa inazione nel Mediterraneo hanno provocato un disastro migratorio e il panico da attentati. Che fine ha fatto la prosperità? Ieri, Maurizio Landini ha avuto l’ardire di sostenere che l’Europa «ha rappresentato un modello in cui la mediazione tra il capitale e il lavoro ha prodotto la sanità pubblica e le pensioni». Sarebbe pericoloso ricordargli chi completò la previdenza sociale in Italia; ma il segretario della Cgil potrebbe almeno saggiare l’effetto dell’euro e dei vincoli di bilancio sul welfare e sui salari. Per quale motivo i governi, da Mario Monti in poi, la sanità l’hanno depauperata? Chi impose il «rigore»? Il debito che sarebbe legittimo per le armi non si poteva fare per gli ospedali?
Infine, che ne è stato dei famosi «70 anni di pace»? L’Europa – già inerme nei Balcani, quindi compartecipe della lotta contro la Serbia, dove subì storici smacchi – non ha potuto, saputo, voluto evitare la guerra in Ucraina; poi ha alimentato l’escalation; oggi rosica al pensiero che, sull’armistizio, metta il cappello Trump. Può darsi che in assenza dell’Ue le cose vadano male; di sicuro, con l’Ue sono andate malissimo.
Bruxelles è stata lo strumento per perpetrare il dominio del più forte sul più debole. Per il resto, ci ha oppresso con regolamenti e apparati burocratici. Le resterebbe il progetto di riconversione industriale, per renderci militarmente autosufficienti. Ironia della sorte, l’ultima chance di fare qualcosa di europeo la dà il disimpegno di The Donald. Ma oltre agli ostacoli politici, ci sono limiti tecnici: il mondo corre, noi impiegheremmo anni; e non abbiamo energia a costi ragionevoli.
Nel suo memorabile discorso di Monaco, Vance ha randellato gli psicotici delle ingerenze russe: «Se la vostra democrazia può essere distrutta con poche centinaia di migliaia di dollari di pubblicità digitale da un Paese straniero», ha chiosato, «allora non era molto forte già in partenza». Aveva ragione: questa Unione sta mandando in malora la democrazia liberale, preziosa conquista ottenuta grazie a una cruenta vittoria sul nazifascismo. Ieri, Enrico Letta ha esortato l’Europa a scegliere «tra la sopravvivenza e il declino». Beh, torna alla mente Corrado Guzzanti: la seconda che hai detto…
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