- Ieri il colloquio del presidente ucraino con l’omologo francese, Rutte, diversi leader europei e Starmer. Meloni: «Convergenza Usa-Unione, Mosca dia il suo contributo».
- Col debito Ue armiamo Kiev anziché l’Europa. Fondi Safe di 15 Stati con aiuti alla resistenza. Bruxelles insiste sui beni russi, il Belgio: «Rischio bancarotta».
Lo speciale contiene due articoli.
Washington continua a tessere la tela diplomatica per cercare di portare a conclusione la guerra in Ucraina. L’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, sono attesi oggi a Mosca, dove incontreranno Vladimir Putin. Ci si attende che i tre discuteranno della proposta di pace in 19 punti, emersa dai colloqui di Ginevra tra Washington e Kiev. Alcuni giorni fa, il Telegraph aveva riferito che, nella sua visita in Russia, Witkoff avrebbe sottoposto un’offerta allo zar: gli americani riconoscerebbero la sovranità di Mosca su Crimea e territori occupati, mentre il Cremlino, dal canto suo, accetterebbe un accordo di pace. Non sappiamo se Witkoff avanzerà realmente questa proposta al presidente russo. È tuttavia abbastanza chiaro che il suo viaggio a Mosca potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle trattative.
Tra l’altro, ieri, lo stesso Witkoff ha avuto modo di parlare con Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e l’attuale capo negoziatore ucraino, Rustem Umerov, in quello che il presidente ucraino ha definito un «briefing importante». «Abbiamo concordato di discutere personalmente maggiori dettagli: i team coordineranno i programmi per possibili contatti futuri», ha aggiunto. Poco prima, il leader ucraino aveva avuto una conferenza con i leader europei, a cui aveva preso parte anche Giorgia Meloni, la quale, in una nota di Palazzo Chigi, aveva «ribadito l’importanza della convergenza di vedute tra partner europei e Stati Uniti quale fondamento per il raggiungimento di una pace giusta e duratura», auspicando «che Mosca offra a sua volta un fattivo contributo al processo negoziale».
Non solo. Witkoff era anche presente, insieme al segretario di Stato americano Marco Rubio, ai colloqui tenutisi domenica a Miami tra la delegazione statunitense e quella ucraina, guidata da Umerov. «Abbiamo avuto una sessione molto produttiva. Non vogliamo solo porre fine alla guerra, ma rendere l’Ucraina sicura per sempre», ha dichiarato Rubio dopo il meeting dell’altro ieri, per poi tuttavia precisare che «c’è ancora molto lavoro da fare». Da parte ucraina, i colloqui in Florida sono stati definiti «intensi, ma non negativi». «Ci sono ancora alcune questioni difficili che devono essere risolte», ha comunque dichiarato ieri Zelensky, riferendosi al meeting di Miami.
Secondo The Hill, il nodo principale continuerebbe a risiedere nella questione delle cessioni territoriali e in quella delle garanzie di sicurezza all’Ucraina: due dossier, rispetto a cui si registra ancora una certa distanza tra Washington e Kiev. E infatti ieri, in conferenza stampa con Macron a Parigi, il presidente ucraino ha detto che soltanto l’Ucraina può prendere decisioni sui propri territori. «La Russia deve fermare l’aggressione. Non ha dato alcun segnale, nessuna prova in tal senso», ha inoltre dichiarato, aprendo alla possibilità di un colloquio diretto con Trump per discutere delle «questioni chiave», dopo che Witkoff sarà tornato dalla Russia. «Dobbiamo fare in modo che la Russia non abbia l’impressione di ottenere una ricompensa per la guerra», ha proseguito il presidente ucraino, mentre Macron, sentendo Trump al telefono, ha sottolineato la necessità di garanzie di sicurezza per Kiev.
Il problema, per Zelensky, è che le manovre diplomatiche stanno entrando in una fase delicata proprio mentre lui si è indebolito politicamente. Il passo indietro, venerdì scorso, di Andriy Yermak – che, oltre a essere capo di gabinetto dell’Ufficio presidenziale ucraino era anche il leader del team negoziale di Kiev – ha notevolmente fiaccato la posizione dello stesso Zelensky al tavolo diplomatico. Tanto più che l’uscita di scena di Yermak non sarebbe avvenuta in modo indolore. «Stando alla Urkainska Pravda, Yermak era isterico quando Zelensky gli ha proposto di dimettersi», ha riferito ieri Nexta, secondo cui l’ormai ex capo di gabinetto sarebbe stato silurato da uno sforzo di concerto tra funzionari e ministri che lo ritenevano ormai un problema a causa dell’indagine su di lui condotta dall’autorità anticorruzione. D’altronde, nonostante si parlasse di sue «dimissioni», venerdì stesso Zelensky aveva firmato un decreto di «rimozione» del suo braccio destro. Le stesse parole rilasciate da Yermak al New York Post dopo l’estromissione erano apparse particolarmente astiose. Certo: interpellato sullo scandalo corruzione che sta scuotendo i vertici di Kiev, ieri Macron ha replicato che la Francia «non dà lezioni» all’Ucraina. Resta comunque il fatto che questa situazione rischia di indebolire seriamente il presidente ucraino in una fase cruciale del processo diplomatico. E difficilmente Parigi potrà offrirgli una sponda troppo solida rispetto alle pressioni di Washington, che punta a chiudere il conflitto con l’obiettivo principale di sganciare il più possibile Mosca da Pechino. Agli occhi di Trump è infatti questa la partita prioritaria. Senza infine trascurare che Casa Bianca e Cremlino cercano una sponda reciproca in Medio Oriente. Putin ha bisogno di Trump per recuperare terreno in Siria, farsi coinvolgere nel rilancio degli Accordi di Abramo e non restare tagliato fuori dalla ricostruzione di Gaza. Trump, per parte sua, ha bisogno di Putin per arrivare a un accordo sul nucleare con l’Iran. Non è un caso che oggi, a Mosca, andranno Witkoff e Kushner: i protagonisti del piano di pace per Gaza e, soprattutto, le figure di raccordo della Casa Bianca con Israele e l’Arabia Saudita. È in questo quadro geopolitico complesso che il presidente americano sta leggendo e cercando di risolvere il rebus ucraino.
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