Washington sequestra la petroliera di Putin e il petrolio di Caracas
La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
  • Trump annuncia: «Compriamo fino a 50 barili e controllo io il denaro». L’esercito statunitense abborda due navi cisterna, di cui una russa.
  • Come con la Palestina, è gara tra Cgil e Usb a intestarsi la lotta bolivariana: prossimo presidio sabato.

Lo speciale contiene due articoli.

L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.

Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.

Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.

In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi – che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca – e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.

Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.

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