• Dal 2025 il nuovo governo di unità nazionale è guidato da una donna, Jennifer Geerlings-Simons, che dovrà affrontare le forti tensioni sociali e gestire la rapida crescita economica, per non diventare un nuovo Venezuela.
  • Già Voltaire nel Candido descriveva il Suriname come un luogo dalla forte instabilità sociale. Indipendente dal 1975, vide una dittatura dal 1980 e una guerra civile dal 1986 al 1992.

Lo speciale contiene due articoli.

Marginalizzata, ignorata ed a molti sconosciuta, l’ex colonia olandese del Suriname negli ultimi anni ha accresciuto il suo peso politico in Sud America, attirando l’attenzione internazionale. Un pezzetto di terra incuneato nella foresta amazzonica, stretto fra la Guyana e la Guyana francese con circa 600mila abitanti sparsi in un territorio più grande della Grecia e al 90% coperto da foreste. Il Suriname è indipendente soltanto da 50 anni ed è un melting pot di etnie davvero complesso ed articolato. Qui convivono, non sempre pacificamente, discendenti di schiavi africani, immigrati venuto dall’India britannica, una nutrita comunità cinese, un piccolo numero di indios ed i cimarroni, gli schiavi fuggiti che si sono creati una società parallela nei secoli scorsi. Il Suriname ha cominciato ad attirare le attenzioni internazionali nel 2015, quando sono stati scoperti importanti giacimenti di petrolio off-shore al confine con la Guyana. Le potenzialità di questo giacimento sembrano enormi e le grandi compagnie petrolifere sono presto arrivate a Paramaribo. Le stime sfiorano i 6 miliardi di barili estraibili nella fetta di mare spettante al Suriname, una quantità che potrebbe cambiare la vacillante economia del paese sudamericano, collocandolo fra le nazioni emergenti a livello energetico. La corsa è iniziata subito con Exxon e Total che si sono affacciate rapidamente in Suriname, insieme alla Apa Corporation, una multinazionale americana che lavora già in America meridionale. Ovviamente i nuovi giacimenti hanno attirato anche i giganti asiatici come la malese Petronas e la cinese Sinopec, nell’ennesimo scontro per le risorse. Una svolta epocale per un paese che ha un Pil di 5 miliardi di dollari quasi totalmente dipendente dalle esportazioni di bauxite, oro e legno. Questa improvvisa ricchezza del Suriname potrebbe però essere un’arma a doppio taglio perché l’esperienza del Venezuela insegna che la totale indipendenza economica dal petrolio rende i paesi molto fragili nei mercati internazionali. Caracas negli anni ha gestito malissimo gli introiti petroliferi ed al calo del prezzo del greggio ha subito gravissimi contraccolpi economici che ne hanno messo a rischio la tenuta dello stato. Come detto questa nuova vita del Suriname ha subito attirato nuovi investitori e sono arrivate anche le visite diplomatiche di Cina e Russia già molto attive nel vicino Venezuela. Pechino si è fatta avanti con il consueto pacchetto di infrastrutture da costruire con l’apertura di linee di credito vantaggiose, ovviamente soprattutto per la Cina. Anche l’Europa ha fatto timidi tentativi di avvicinamento, sempre alla ricerca di fonti energetiche alternative. Mosca e Pechino sembrano comunque in vantaggio, con la Repubblica Popolare cinese che ha già spedito in Suriname diverse squadre di ingegneri per costruire un porto abbastanza grande da accogliere le navi container. L’ormai famigerata trappola del debito cinese è già partita e potrebbe fare un sol boccone di una delle economie più fragile di tutto il continente sudamericano. Paramaribo ha un quadro economico molto preoccupante con l’inflazione al 25%, un ingente debito pubblico e molto disoccupazione, soprattutto giovanile. Il governo del Suriname ha più volte tentato di ottenere prestiti internazionali dalla Banca Mondiale e dall’Fmi, ma gli interventi richiesti per l’accesso ai prestiti sono apparsi eccessivamente duri per una società con un tasso di povertà molto alto. Potenzialmente il Suriname potrebbe puntare anche sull’attività estrattiva e le prime indagini avrebbero scoperto anche un certo quantitativo di terre rare, così ricercate per la transizione energetica. Anche la foresta ha grandi potenzialità economiche, ma qui mancano strade e collegamenti lontano dalla costa e lo stato centrale appare debole e settario, inadeguato a modernizzare un paese fermo da sempre. I gruppi etnici infatti non collaborano, dividendosi le zone di influenza e arrivando anche a scontri in una società particolarmente fragile. In Suriname il gruppo numericamente predominante è quello degli indiani che rappresentano il 27% della popolazione e sono politicamente rappresentati dal Partito Riformista Progressista che era al potere con il presidente Chandrikapersad Santokhi fino alle ultime elezioni. Questa tornata elettorale ha visto un sostanziale equilibrio con il Partito Democratico Nazionale avanti di un seggio. Alla fine ha vinto al ragion di stato e soprattutto le enormi ricchezze da gestire ed è nato un governo di unità nazionale guidata dalla candidata dell’opposizione Jennifer Geerlings-Simons, dando al Suriname la prima presidente donna della sua storia.

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