- Il leader del Cremlino vede Olaf Scholz e si dice pronto a «seguire la strada dei negoziati». Truppe ritirate dal confine. Ministero della Difesa e due banche ucraine mandate in tilt. Prosegue la missione di Luigi Di Maio.
- Parla l’italiano andato a sostenere le milizie vicine a Mosca: «Sono otto anni che da queste parti c’è lo stato di guerra. L’invasione imminente? Propaganda».
Lo speciale contiene due articoli.
Distensione sì o distensione no? È questo il problema. Dalla crisi ucraina ieri sono infatti arrivati segnali discordanti. Da una parte, si sono intraviste manifestazioni di disgelo. La Russia ha annunciato il ritiro (peraltro già programmato) di una parte delle proprie truppe dalla Crimea dopo delle esercitazioni militari: una notizia che è stata accolta con (cauto) ottimismo da vari Paesi, tra cui Germania, Francia e Spagna. Vladimir Putin si è inoltre detto disponibile a discutere con Stati Uniti e Nato in materia di sicurezza. E proprio dalla Nato è arrivata una timida mano tesa. «Ci sono segnali da Mosca che la diplomazia dovrebbe continuare. Questo dà motivo di un cauto ottimismo. Ma finora non abbiamo visto alcun segno di de-escalation sul campo da parte russa», ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg.
Dall’altra parte, non sono mancati però segnali di tensione. L’ambasciatrice americana all’Onu, Julianne Smith ha mostrato diffidenza sulle reali intenzioni dei russi, mentre l’Ucraina ha denunciato un attacco informatico al sito Web del proprio ministero della Difesa e a quelli di due grandi banche del Paese. Mosca ha inoltre avviato delle esercitazioni militari nel mare di Barents, schierando più di 20 navi, e ne sta pianificando ulteriori nel Mediterraneo orientale. Londra, dal canto suo, ha esortato a non abbassare la guardia. «Stiamo assistendo a un’apertura russa alle trattative. D’altra parte, l’intelligence che stiamo vedendo oggi non è ancora incoraggiante», ha dichiarato Boris Johnson.
È quindi in mezzo a questa situazione contraddittoria che si sono dipanati i tentativi della diplomazia europea. Olaf Scholz ha innanzitutto incontrato ieri a Mosca Putin. Dopo il colloquio, il leader russo si è detto pronto a «seguire la strada dei negoziati» con l’Occidente in materia di sicurezza, ha negato di volere un conflitto, ha definito un «genocidio» la situazione nel Donbass e ha inoltre indicato il Nord Stream 2 come un «progetto meramente commerciale». Ricordiamo che questo gasdotto sia storicamente osteggiato da Polonia e Ucraina, che lo considerano uno strumento a disposizione di Mosca per esercitare pressione sull’Europa. Putin ha anche invocato delle garanzie sul fatto che Kiev non entri nella Nato, non solo nel breve ma anche nel lungo termine. «Rimandare o ritardare l’adesione dell’Ucraina alla Nato non cambia nulla per la Russia in prospettiva storica, vogliamo risolvere la questione adesso», ha detto. Pur criticando il capo del Cremlino per l’uso del termine «genocidio», Scholz, dal canto suo, ha definito il ritiro di una parte delle truppe russe come «un buon segnale», aggiungendo: «Per gli europei è chiaro che una sicurezza duratura non può essere raggiunta contro la Russia, ma solo con la Russia».
In tutto questo, sempre ieri, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si è recato a Kiev, dove ha incontrato l’omologo ucraino, Dmytro Kuleba, il quale, nell’occasione, ha di fatto replicato a Putin, affermando: «Nessuno tranne l’Ucraina e i membri della Nato dovrebbero avere voce in capitolo nelle discussioni sulla futura adesione dell’Ucraina alla Nato». Di Maio, che è atteso a Mosca nella giornata odierna, ha per parte sua parlato ieri di uno «spazio per una soluzione diplomatica». «L’unica via da percorrere», ha sottolineato, «è quella che porta alla pace e alla stabilità». Tutto questo, mentre il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky ha avuto un colloquio telefonico con Mario Draghi: colloquio in cui, secondo una nota di Palazzo Chigi, il nostro premier «ha ribadito il fermo sostegno del governo italiano all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina». Sempre ieri, hanno avuto luogo ulteriori telefonate: si sono sentiti non solo Joe Biden ed Emmanuel Macron, ma anche il segretario di Stato americano Tony Blinken con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.
Non mancano comunque problemi da entrambe le parti. Il fronte occidentale continua a rivelarsi piuttosto sfilacciato, con i vari Paesi che si muovono in ordine sparso e la diplomazia di Bruxelles quasi del tutto assente. Dall’altra parte, delle divisioni si registrano anche dal lato russo. Ieri la Duma ha approvato a larga maggioranza una mozione che chiede a Putin di riconoscere formalmente le due repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk: una mossa che, se si concretizzasse, sconfesserebbe gli accordi di Minsk, su cui però si stanno concentrando attualmente gli sforzi europei e russi per trovare una soluzione diplomatica alla crisi in atto. Non è quindi un caso che il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, sia dovuto intervenire per gettare acqua sul fuoco. «Nessuno rimane indifferente al destino della gente del Donbass», ha detto, per poi tuttavia precisare: «La Russia ha ripetutamente dichiarato il suo impegno per il pacchetto di misure di Minsk e sostiene la rapida attuazione del piano d’azione di Minsk».
Insomma, la mozione della Duma, inizialmente presentata dal Partito comunista russo in una fase tanto delicata, non era stata coordinata con il Cremlino: il che può voler dire che alcuni settori politici russi o hanno cercato di mettere i bastoni tra le ruote a Putin oppure hanno tentato di forzargli la mano nella crisi in corso. Come che sia, il capo del Cremlino si è ritrovato in difficoltà nel pieno dei negoziati ucraini, visto che sia l’Ue che la Nato hanno criticato la mozione della Duma, mentre Kiev ha chiesto un incontro urgente con Mosca e l’Osce. La crisi, insomma, resta ricca di incognite.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >