- Lo Stato islamico ha rivendicato la carneficina in una moschea sciita a Muscat. Lanciando la lotta per la supremazia nell’area.
- Uno dei Paesi più stabili del Medio Oriente ha paura degli attacchi kamikaze. Che rischiano di vanificare una crescita iniziata negli anni Settanta e sostenuta dall’assenza di legami della popolazione con il jihad.
- Lo studioso statunitense Adrian Calamel: «L’organizzazione fondata da Bin Laden ha maggiore forza e può contare sull’Iran. Ma la cellula afgana del califfato è più pericolosa».
Lo speciale contiene tre articoli.
Lo Stato islamico ha rivendicato la responsabilità dell’attacco a una moschea musulmana sciita in Oman, avvenuto lo scorso 15 luglio e nel quale sono morte almeno nove persone. Il gruppo islamista ha dichiarato il giorno dopo che tre dei suoi «attentatori suicidi hanno sparato ai fedeli nella moschea e hanno scambiato colpi di arma da fuoco con le forze di sicurezza dell’Oman fino a mattina». Lo Stato islamico ha anche diffuso un video dell’attacco e, successivamente, la fotografia degli attentatori che, a volto scoperto, mostrano la bandiera nera dell’Isis.
L’Isis, descrivendo l’attacco, ha parlato degli attentatori come degli «inghimasi». Gli inghimasi, a differenza dei classici attentatori suicidi, si infiltrano di nascosto e massimizzano le vittime usando armi da fuoco prima di far detonare i loro esplosivi. L’incidente ha sconvolto un Paese che, fino a oggi, era riuscito a evitare la violenza settaria che ha colpito alcuni Stati mediorientali, tra cui alcuni dei vicini, ricchi di petrolio, dell’Oman, dopo che l’Isis ha dichiarato che considera gli sciiti «rawafidh» (rifiutatori), accusandoli di «rifiutare» la legittimità dei califfi storici Abu Bakr, Umar e Uthman in favore di Ali Bin Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto (tra le molte altre differenze teologiche). La Royal Oman Police ha dichiarato che nove persone sono state uccise nella sparatoria nel distretto di Wadi al Kabir della capitale Muscat, tra cui i tre autori e un poliziotto. Più di due dozzine di persone di varie nazionalità sono rimaste ferite, tra cui quattro soccorritori omaniti.
L’attacco era stato programmato durante l’Ashura, che gli sciiti considerano un importante giorno annuale di lutto per Husayn Bin Ali, nipote di Muhammad e terzo imam sciita. Verso la fine del settimo secolo, Husayn si rifiutò, per motivi morali, di offrire «baya» (fedeltà religiosa) al califfo omayyade Yazid Bin Muawiyah e fu successivamente ucciso insieme alla maggior parte dei suoi parenti maschi nella celebre battaglia di Karbala.
Il ministero degli Esteri del Pakistan ha dichiarato, lo scorso 16 luglio, che tra i morti ci sono quattro pakistani. Altri 30, invece, sono rimasti feriti e sono attualmente in cura in ospedale, ha aggiunto il ministero pakistano, che ha condannato l’incidente come un vile attacco terroristico. «Siamo confortati dal fatto che il governo dell’Oman abbia neutralizzato gli aggressori», ha affermato il ministero.
Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha detto, martedì su X, di essere «profondamente rattristato dall’incidente. Il mio cuore è rivolto alle famiglie delle vittime. Ho dato istruzioni all’ambasciata pakistana a Muscat di estendere tutta l’assistenza possibile ai feriti e di visitare personalmente gli ospedali», ha scritto. Un cittadino indiano è stato ucciso e un altro ferito, ha annunciato l’ambasciata indiana a Muscat in un post pubblicato su X. L’ambasciata statunitense in Oman ha diramato un avviso di sicurezza per i cittadini statunitensi, consigliando loro «di rimanere vigili, monitorare le notizie locali e seguire le indicazioni delle autorità locali».
L’attentato alla moschea musulmana sciita in Oman è un messaggio che lo Stato islamico invia alle autorità locali ma anche, e soprattutto, ad Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), la sezione yemenita di Al Qaeda. Questo gruppo ribelle islamista sunnita è stato costituito nel 2009 e, fino allo scorso 11 marzo, era guidato dall’emiro Khalid Batarfi (sul quale pendeva una taglia di 5 milioni dollari), che è stato incenerito da un drone americano durante un attacco. Alla sua morte, Aqap ha nominato come suo leader Sa’ad Bin Atef Al Awlaki Abu al Laith. Secondo quanto riportato dai media, Al Awlaki, di nazionalità yemenita, sarebbe uno di coloro che Osama Bin Laden avrebbe riportato dall’Afghanistan allo Yemen. Al Awlaki diventa così il quinto leader a guidare Al Qaeda nello Yemen, dopo aver lavorato per anni come numero due dell’organizzazione estremista nel Paese.
Al Awlaki, sul quale gli Usa hanno messo una taglia da 6 milioni di dollari, è nato nella città di Al Shu’bah a Wadi Yasbam, nel distretto dell’Alto Egitto, nel governatorato di Shabwa (Sud). La sua data di nascita esatta non è nota, ma il dipartimento di Stato americano ha stimato tre date: 1978, 1981 e 1983, indicando che la sua altezza era di 168 cm.
Proviene dalla grande tribù Al Awalqi, la stessa da cui discende l’iconico leader di Al Qaeda, Anwar Al Awlaki, ucciso da un drone americano nel 2011 durante l’operazione Objective Troy. Approvata dal presidente Barack Obama dopo una revisione legale segreta, ha rappresentato un evento storico perché è stata la prima esecuzione intenzionale di un cittadino statunitense da parte del proprio governo su diretto ordine presidenziale. Due settimane più tardi, anche suo figlio, Abdulrahman Al Awlaky, di 16 anni, venne ucciso da un drone.
Sulla morte di Khalid Batarfi, invece, grava il sospetto che sia stato il suo successore a rivelare, attraverso persone terze al gruppo, dove si trovasse dato che tra i due i rapporti erano di «pesante conflitto». L’obiettivo di Al Qaeda è sostituire i governi islamici cosiddetti «apostati» con regimi di stretta osservanza salafita, puntando contro gli Stati Uniti e i suoi alleati, ritenuti responsabili della corruzione di questi regimi.
Aqap condivide questa missione, ma in passato ha anche preso di mira direttamente il governo yemenita per ottenere il controllo del territorio. Attualmente, la presenza operativa di Aqap è più forte nei governatorati di Abyan e Shabwa. Il gruppo è attivo anche nei governatorati di Hadramawt, Marib e al-Bayda, con segnalazioni di cellule dormienti ad al-Mahra, Aden e Lahij. Si stima che Aqap conti tra 3.000 e 4.000 membri, comprendendo sia elementi attivi che passivi. Lo Stato islamico vuole le stesse cose, ovvero prendere il potere nei Paesi del Golfo Persico e per questo ha iniziato dal 2014 a colpire quei Paesi che ritiene apostati come l’Iran, alleato dell’organizzazione fondata da Bin Laden che, oggi, è diretta dall’ex colonnello dell’esercito egiziano Saif Al Adel, che si è unito ad Al Qaeda negli anni Novanta ed è stato uno stretto collaboratore di Osama bin Laden e, successivamente, anche di Ayman Al Zawahiri.
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