C’è grande attesa per la partecipazione di Joe Biden, questa sera verso l’ora di cena, all’incontro con i leader dell’Ue riuniti in occasione del Consiglio europeo. «Ho invitato il presidente degli Stati Uniti a partecipare alla riunione e a condividere le sue opinioni sulla nostra futura cooperazione», ha scritto su Twitter il presidente del Consiglio Charles Michel, «è tempo di rinsaldare la nostra alleanza transatlantica».
Ci ha pensato il presidente della Commissione europea a mettere le carte in tavola. «Gli Usa sono un valido e importante partner per l’Ue, vogliamo creare un’agenda globale Ue-Usa e la vostra presenza qui è un chiaro segnale che condividiamo le stesse ambizioni», ha dichiarato Ursula von der Leyen a margine dell’incontro svoltosi ieri con il segretario di Stato americano Antony Blinken. Per poi aggiungere che «la nostra immediata priorità è affrontare la pandemia da Covid-19». Infine, un auspicio: «Non vedo l’ora di impegnarmi con te, Tony, per rafforzare la catena di fornitura globale per i vaccini».
Ormai nemmeno le alte sfere di Bruxelles fanno mistero che la situazione sull’approvvigionamento del siero anti Covid si è fatta critica. Stretta com’è tra Russia, Cina e Regno Unito, per l’Unione europea quella degli Stati Uniti rappresenta di fatto l’ultima spiaggia. Proprio ieri, la Commissione ha ufficializzato la già annunciata revisione del meccanismo per l’autorizzazione all’esportazione dei vaccini, introducendo i principi di reciprocità e proporzionalità quali nuovi criteri da considerare per il rilascio del via libera. Rispettivamente, cioè, occorrerà accertare se «il Paese di destinazione limita, per legge o con altri mezzi, le proprie esportazioni di vaccini o delle relative materie prime» (reciprocità), e se «le condizioni vigenti nel Paese di destinazione sono migliori di quelle dell’Ue, in particolare per quanto riguarda la situazione epidemiologica, il tasso di vaccinazione e l’accesso ai vaccini» (proporzionalità)».
Bruxelles ha fatto sapere che dall’avvio del meccanismo Ue di controllo dell’export a fine gennaio 2021 sono state accolte 380 richieste di esportazione verso 33 diverse destinazioni, per un totale di circa 43 milioni di dosi. L’unico rifiuto si è verificato ai primi di marzo, quando la Commissione ha bloccato 250.000 dosi del vaccino Astrazeneca in partenza per l’Australia. Tra le principali destinazioni di esportazione guida la classifica il Regno Unito (10,9 milioni di dosi), seguito dal Canada (6,6 milioni) e dal Giappone (5,4 milioni).
L’eventuale blocco dell’export sarà deciso «caso per caso, non c’è un algoritmo preciso», ha precisato ieri il vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis, ma prima di tutto gli Stati membri e la Commissione dovranno verificare che le esportazioni di cui viene fatta richiesta non costituiscano una minaccia per la sicurezza dell’approvvigionamento dei vaccini e dei relativi componenti dell’Unione. «Garantire consegne tempestive e sufficienti di vaccini ai cittadini dell’Ue», questo l’obiettivo dichiarato da Ursula von der Leyen in occasione della presentazione delle nuove misure tese ad arginare l’emorragia di fiale dal continente europeo.
Insomma, un giro di vite dell’export in piena regola, che secondo la ricostruzione piuttosto fantasiosa di certa stampa nostrana il presidente Usa Joe Biden avrebbe dovuto avallare. Un’eventualità piuttosto remota per diverse ragioni. La richiesta di autorizzazione da parte di Astrazeneca alla Food and drug administration è attesa già nei prossimi giorni. «Ci stiamo preparando per il lancio di milioni di dosi in tutta l’America», ha dichiarato lunedì Mene Pangalos, vicepresidente esecutivo Ricerca e sviluppo biofarmaceutici della casa farmaceutica britannico svedese Nel frattempo, però, le dosi già presenti nei frigoriferi americani – stimate in circa 30 milioni di unità, di cui circa 7 pronte per la spedizione – faranno comodo a Biden per tenere buoni Messico (2,5 milioni di dosi) e Canada (1,5 milioni). Non va dimenticato, inoltre, che Astrazeneca ha ricevuto da Washington la bellezza di 1,2 miliardi di dollari (circa un miliardo di euro) nell’ambito dell’operazione Warp speed.
C’è di più, perché il beneplacito alla stretta europea equivarrebbe a una dichiarazione di guerra nei confronti di Downing Street, uno scenario che di certo Biden vuole evitare a tutti i costi. «Faccio solo gentilmente notare a chiunque stia considerando un blocco sull’esportazione o a un’interruzione della catena delle forniture», ha dichiarato ieri sibillino il premier britannico Boris Johnson intervenuto durante un’audizione parlamentare sulle minacce dell’Ue in materia di vaccini, «che le aziende osservano queste azioni e traggono le conclusioni», incluso domandarsi se effettuare o meno «investimenti in quei Paesi che impongano blocchi arbitrari».
Uno scenario da incubo di fronte al quale Bruxelles ha levato bandiera bianca con l’arrivo, nella tarda serata di ieri, del comunicato congiunto che annuncia l’intesa tra il governo di Sua Maestà e la Commissione. «Stiamo lavorando a misure specifiche da intraprendere per creare una situazione vantaggiosa per tutti ed espandere l’offerta di vaccini per tutti i nostri cittadini», si legge nella nota, «alla fine, l’apertura e la cooperazione globale di tutti i Paesi saranno fondamentali per superare finalmente questa pandemia e garantire una migliore preparazione per affrontare le sfide future». Una vittoria per tutti, ma soprattutto per Boris Johnson.
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