Da settimane l’India è sconvolta dalle manifestazioni di protesta guidate ancora una volta dall’ormai noto Cockroach Janta Party, il cosiddetto Partito degli scarafaggi, una formazione nata sui social come risposta sarcastica alle parole pronunciate dal presidente della Corte Suprema, Surya Kant, contro i giovani scesi in piazza.
Dalle proteste per gli esami alla rivolta elettorale
A fine luglio questo movimento si era scatenato per presunti brogli sull’esame di ammissione alla facoltà di medicina che aveva dimostrato la corruzione del sistema scolastico indiano. Il 9 maggio, soltanto una settimana dopo la prova d’esame, il governo aveva infatti dovuto annullare il test perché le risposte erano state diffuse in anticipo. Le proteste avevano portato alle dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan, sul quale erano state scaricate tutte le responsabilità.
Oggi i giovani e giovanissimi del subcontinente indiano sono tornati nelle piazze per contestare la revisione delle liste elettorali iniziata a giugno nello Stato del Bihar, prima delle elezioni locali, e poi estesa a gran parte del Paese. La Commissione Elettorale voleva eliminare persone defunte, trasferite o divenute irrintracciabili e alla fine sono stati cancellati dai registri circa 130 milioni di elettori.
L’opposizione, guidata dall’Indian National Congress (INC) di Rahul Gandhi, ha accusato la Commissione di favorire il Bharatiya Janata Party (BJP) del primo ministro Narendra Modi, al potere da 12 anni. Il Partito degli Scarafaggi ha subito chiesto le dimissioni del presidente della Commissione Gyanesh Kumar, che per il momento rimane però al suo posto.
Arresti e piazze blindate
La polizia e tutte le forze di sicurezza hanno blindato la capitale Nuova Delhi, proibendo ogni tipo di raduno, ma migliaia di giovani hanno continuato a convergere verso il centro del potere indiano. Il Jantar Manar, storico centro delle proteste, è stato interdetto ai giovani e presidiato giorno e notte dalle forze di polizia. Alcuni giovani hanno comunque scavalcato le barriere raggiungendo il centro di Jantar Manar e sono stati subito arrestati.
Gli arresti supererebbero già le mille unità, stando ai dati forniti dai manifestanti, ed anche circa 400 avvocati radunati davanti alla Corte Suprema e al tribunale di Patiala House sarebbero stati fermati, mentre marciavano tenendo in mano la Costituzione.
I leader del movimento come Abhijeet Dipke, Saurav Das e Ashutosh Ranka sono stati arrestati addirittura prima di scendere dall’aereo, tutto meticolosamente trasmesso sui social diventando l’immagine simbolo delle proteste. Dipke ha attaccato frontalmente l’esecutivo, sfidando il premier Modi a nome delle classi più giovani della nazione asiatica.
«Narendra Modi è una vergogna per il Paese», ha tuonato Dipke appena dopo il suo rilascio, «come primo ministro, è una vergogna per l’India, mai abbiamo visto un codardo e un prepotente più grande di lui».
Il nodo delle liste elettorali
Il governo non ha risposto alle provocazioni ed ha ribadito che questa operazione della Commissione è necessaria per garantire la regolarità del procedimento di voto. Per l’opposizione, invece, il rischio è che milioni di cittadini vengano esclusi dalle urne, soprattutto tra le fasce più povere e tra le minoranze religiose, in particolare quella musulmana.
In realtà è possibile chiedere la reiscrizione se si è vittima di errore, ma i deputati dell’opposizione hanno denunciato che le procedure sono estremamente complesse e i tempi lunghi.
Il presidente del BJP Nitin Nabin ha definito tutti i membri dell’opposizione degli anarchici che vogliono sovvertire il risultato delle urne.
La protesta si allarga, ma il governo resta solido
L’ondata di proteste ha raggiunto anche Mumbai, capitale finanziaria della nazione, dove sono state arrestate quasi 500 persone, compreso l’attore di Bollywood Imran Khan e Tushar Gandhi, pronipote del Mahatma. Anche in altre città il Cockroach Janta Party si sta organizzando, ma il governo indiano resta solido a livello elettorale dopo aver ottenuto nel maggio scorso una clamorosa vittoria anche nelle elezioni locali del Bengala Occidentale, lo Stato indiano che comprende Calcutta (ora chiamata Kolkata), guidato per 34 anni da una maggioranza comunista e poi per 15 da un partito di centrosinistra.
L’Indian National Congress (INC) di Rahul Gandhi ha commentato la sconfitta nel Bengala parlando della cancellazione di circa 9 milioni di elettori dalle liste (12% del totale), mentre l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) si è detto preoccupato per le operazioni delle forze dell’ordine indiane ed ha chiesto l’immediato rilascio di tutte le persone detenute arbitrariamente.
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