- Il premier israeliano esclude il cessate il fuoco senza la liberazione degli ostaggi, ma fa timide aperture alle pause umanitarie. Dal dipartimento di Stato Usa arriva però la bordata: «La Striscia è terra palestinese, non sosteniamo la sua rioccupazione».
- Antonio Tajani al G7: «Dobbiamo aiutare la popolazione coinvolta, ma Hamas è un’altra cosa».
Lo speciale contiene due articoli.
È il 7 novembre, ore 20.10 locali. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu parla nuovamente alla nazione, questa volta in occasione del primo mese di guerra con Hamas.
Nel pomeriggio in un’intervista alla Abc, aveva detto: «Israele avrà la responsabilità generale della sicurezza a Gaza» per «un periodo indefinito». «Abbiamo visto cosa succede quando non ce l’abbiamo», ha aggiunto il premier israeliano, «cioè l’esplosione del terrore di Hamas su una scala che non potevamo immaginare». Inoltre non ci sarà nessun «cessate il fuoco» senza il rilascio degli ostaggi da parte di Hamas. Concetto che ribadirà nel discorso serale: «Ribadisco e lo dico sia ai miei amici, sia ai miei nemici: non avremo un cessate il fuoco senza gli ostaggi liberi». Timide aperture, invece, per «piccole pause tattiche, un’ora qui, un’ora là», al fine di «consentire l’arrivo di beni umanitari o il rilascio di singoli ostaggi».
Mentre Netanyahu si rivolge alla nazione, un’agenzia di stampa rompe gli equilibri fin lì certi. «Il nostro punto di vista è che i palestinesi devono essere in prima linea in queste decisioni», commenta un portavoce del dipartimento di Stato americano, «Gaza è terra palestinese e rimarrà terra palestinese. In generale, noi non sosteniamo la rioccupazione di Gaza e nemmeno Israele». Con quel «nemmeno Israele» sembra sconfessare Netanyahu, come se le decisioni che stesse prendendo non fossero il frutto della volontà israeliana. Ipotesi naturalmente da confermare.
Netanyahu si rivolge poi a Hezbollah: «Se si unirà alla guerra, farà l’errore della sua vita».
Probabilmente sordo all’opposizione Usa, nel suo discorso il premier afferma di essere in «contatto continuo» con il presidente Usa Joe Biden e che Israele apprezza il sostegno da parte sua e degli Stati Uniti. Poi Netanyahu promette ancora una volta di «distruggere completamente» la capacità di Hamas di controllare la Striscia di Gaza: «Il mio è un invito ai cittadini di Gaza: per favore andate a Sud. Completate lo spostamento verso Sud perché Israele non si fermerà».
Nelle ore precedenti il leader centrista Benny Gantz, incontrando gli abitanti israeliani che confinano con la Striscia di Gaza, aveva precisato: «Gaza non sarà cancellata, resterà là con Khan Yunes e Rafah anche il giorno dopo», cioè alla conclusione della guerra. «Ma noi», ha aggiunto, «faremo in modo che da là non provengano più minacce, e che possiate dunque tornare alle vostre case». Stesso concetto ribadito anche dal ministro della Difesa, Yoav Gallant: «Non ci sarà alcuna minaccia alla sicurezza di Israele da parte di Gaza, e Israele manterrà completa libertà di azione, per rispondere a qualsiasi situazione nella Striscia che rappresenti una minaccia», aggiungendo che «alla fine di questa campagna, Hamas, come organizzazione militare o organo di governo a Gaza, cesserà di esistere». Il titolare della Difesa ha poi definito Gaza «la più grande base terroristica che l’umanità abbia mai costruito».
Le forze di difesa israeliane sono decenni che non combattono così, nel cuore di Gaza City. Yaron Filkelman, il comandante del fronte Sud di Israele ha detto: «Siamo nel cuore del terrore. Questa è una guerra complessa e difficile e sfortunatamente ha i suoi costi». Il bilancio delle vittime ha superato i 10.000 morti.
L’Idf continua a facilitare l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza: 665 camion sono entrati nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah. Oltre 3.000 tonnellate di cibo, 1.720 tonnellate di attrezzature mediche, più di 600 tonnellate di attrezzature per ricoveri temporanei. Infine superato 1,15 milioni di litri d’acqua. Ieri è anche aumentato il numero di sfollati in movimento da Gaza verso l’Egitto. Almeno 320 cittadini stranieri e persone a loro carico sono passati attraverso il varco di Rafah. Il ministero degli Esteri giordano ha detto che 262 giordani sono stati evacuati ieri, su un totale di 569 rimasti bloccati a Gaza in seguito allo scoppio dei combattimenti. Hamas ha poi dichiarato che sarebbe stata pronta a rilasciare 12 ostaggi con cittadinanza non israeliana. Ad impedirlo sarebbe stata «l’occupazione» israeliana della Striscia di Gaza. Secondo il New York Times 24 ostaggi thailandesi detenuti a Gaza saranno i prossimi ad essere rilasciati poiché «non hanno nulla a che fare con la guerra».
Ma è in Libano che si è concentrata la battaglia di ieri. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver individuato circa 20 razzi lanciati da lì e ha reagito attaccando le basi di Hezbollah con il fuoco d’artiglieria, per poi alzare in volo anche i bombardieri. Alcuni di questi avrebbero sorvolato anche la capitale, Beirut, secondo l’agenzia di notizie libanese Nna- National news agency.
Boati ed esplosioni si sono sentiti anche sulle Alture del Golan. Un’area non lontana dal Sud del Libano contesa tra Siria e Israele. Secondo le fonti, le esplosioni sono state udite sulle pendici del Monte Hermon (Jabal Shaykh), poco lontano dalla cittadina drusa di Majdal Shams, nel territorio che Israele ha annesso nel 1981. Ma le sirene israeliane hanno suonato anche ad Ashdod e nelle comunità meridionali vicine in Israele.
Operazioni militari che si sviluppano anche fuori dai confini dei due Paesi. Una base militare Usa nella Siria sud-orientale è stata attaccata da milizie irachene filo-iraniane, operative al confine tra Siria e Iraq.
Mentre la tensione continua a salire ad aggiungerne altra ci si mette una fake news: si diffonde la voce di un attentato nei confronti del presidente palestinese Abu Mazen. Una fonte di governo smentisce subito: la notizia è infondata.
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