- Risoluzione Onu chiede lo stop alla vendita di armi a Israele. Chiusa l’ambasciata ebraica a Roma dopo le minacce dell’Iran.
- Espulse sospette spie russe dal comando Nato. Colpita la centrale di Zaporizhzhia.
Lo speciale contiene due articoli.
La crisi mediorientale prosegue a rivelarsi turbolenta. Ieri, l’esercito israeliano ha reso noto di aver licenziato due alti ufficiali a causa del loro ruolo nel raid a Gaza dove sono rimasti uccisi sette operatori umanitari dell’organizzazione Wck. Per il medesimo motivo, alcuni comandanti sono inoltre stati redarguiti. Il siluramento è arrivato dopo la chiusura di un’indagine dello stesso esercito israeliano, presentata giovedì al capo di Stato maggiore, Herzi Halevi.
«Il raid contro i veicoli umanitari è un grave errore derivante da un grave fallimento dovuto a un’identificazione errata, a errori nel processo decisionale e a un attacco contrario alle procedure operative standard», ha dichiarato l’Idf. «Esprimiamo il nostro profondo dolore per la perdita e inviamo le nostre condoglianze alle famiglie e all’organizzazione Wck», ha aggiunto. Wck ha intanto invocato un’inchiesta indipendente, mentre gli Stati Uniti e la Gran Bretagna stanno esaminando quella condotta dalle forze israeliane. Nelle scorse ore, Israele ha inoltre accettato di riaprire il valico di Erez, dopo le pressioni esercitate da Joe Biden per incrementare l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza: pressioni arrivate giovedì, nel corso di una telefonata piuttosto tesa con Benjamin Netanyahu. Lo Stato ebraico ha fatto sapere che sarà anche aumentata la quantità di aiuti provenienti dalla Giordania. «Israele sta facendo quel che ho chiesto sugli aiuti a Gaza», ha detto ieri Biden, mentre questo fine settimana il direttore della Cia, William Burns, s’incontrerà al Cairo col capo del Mossad David Barnea per dei colloqui sugli ostaggi. Eppure il premier israeliano deve gestire ulteriori fronti.
Innanzitutto si registrano scricchiolii nel suo stesso governo. Il ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, è andato all’attacco, sostenendo che la decisione di riaprire il valico sia stata presa in sua assenza. «Hanno votato nel governo prima del mio arrivo, anche se sapevano che ero a una riunione relativa alla sicurezza», ha dichiarato. Lo stesso Ben Gvir ha anche criticato il licenziamento dei due alti ufficiali dell’Idf. «La decisione del capo di Stato maggiore di rimuovere gli alti ufficiali equivale all’abbandono delle truppe nel mezzo di una guerra», ha tuonato. Questa non è d’altronde l’unica turbolenza che Netanyahu deve affrontare in seno al suo esecutivo. Ricordiamo infatti che, mercoledì, il ministro Benny Gantz ha invocato elezioni anticipate per settembre, irritando notevolmente il Likud. Non va inoltre trascurato che l’ex premier di centrosinistra Yair Lapid è atteso a Washington la settimana prossima: quello stesso Lapid che, oltre a essere un irriducibile avversario di Netanyahu, intrattiene solidi legami con il Partito democratico statunitense. Vale infine anche la pena di ricordare che, a metà marzo, il leader della maggioranza al Senato americano, il dem Chuck Schumer, invocò nuove elezioni in Israele.
Un ulteriore fronte per Netanyahu è quello iraniano. «L’Iran risponderà senza dubbio all’attacco israeliano contro il consolato iraniano a Damasco», ha tuonato ieri il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah. «Solo Khamenei può decidere come, quando e dove ci sarà la risposta dell’Iran a Israele», ha continuato il leader sciita, per poi concludere: «L’attacco al consolato costituisce una svolta nella guerra in corso». La tensione sempre più alta con Teheran ha portato Gerusalemme a chiudere una trentina di missioni diplomatiche in tutto il mondo per il fondato timore di attentati da parte iraniana: in particolare, a chiudere è stata anche l’ambasciata israeliana a Roma. Intanto ieri è stata lanciata una molotov contro una sinagoga nel Nord della Germania.
«In un messaggio scritto, la Repubblica islamica dell’Iran avverte la leadership americana di non lasciarsi trasportare nella trappola tesa da Netanyahu per gli Usa: state lontani per non farvi male. In risposta, gli Usa hanno chiesto all’Iran di non prendere di mira le strutture americane», ha twittato ieri il consigliere presidenziale iraniano, Mohammad Jamshidi. Il nodo fondamentale risiede nel fatto che Biden continua a mantenere una linea fondamentalmente blanda verso Teheran, ostinandosi a non ripristinare la politica della «massima pressione» sul regime khomeinista, che era invece stata attuata dall’amministrazione Trump. Il ritorno a quella linea indebolirebbe l’Iran e il suo pericoloso network regionale (che va da Hezbollah ad Hamas, passando per gli Huthi): il che garantirebbe anche un ripristino della deterrenza statunitense nei confronti degli ayatollah. Tuttavia l’irresolutezza di Biden impedisce di imprimere una svolta alla crisi in corso.
Un altro fronte per Netanyahu è poi rappresentato dall’Onu. Ieri, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione, in cui si chiede di cessare la vendita di armi allo Stato ebraico e si cita il rischio di un «genocidio». In particolare, il documento ha ricevuto 28 voti a favore, a fronte di sei contrari e 13 astenuti. «Secondo la risoluzione presentata oggi, Israele non ha il diritto di proteggere il suo popolo, mentre Hamas ha tutto il diritto di uccidere e torturare israeliani innocenti», ha detto la rappresentante permanente di Israele presso le Nazioni Unite a Ginevra, Meirav Eilon Shahar. Dal canto suo, la relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi, Francesca Albanese, ha elogiato la risoluzione: una risoluzione in cui manca però una chiara condanna di Hamas e dell’attacco del 7 ottobre.
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