- Accuse da repubblicani e dem al presidente: è una disfatta. Rischio attentati in Usa per il ventennale dell’11 Settembre.
- A 24 ore dalla caduta della capitale è il caos. Aerei presi d’assalto da chi pur di scappare si appende alle ali e precipita nel vuoto. Finte rassicurazioni del mullah Baradar. Rastrellamenti talebani casa per casa alla ricerca di chi ha collaborato con gli occidentali.
Lo speciale contiene due articoli.
È un prezzo altissimo quello che Joe Biden rischia di pagare per la disfatta afghana. Il presidente americano si è infatti ritrovato al centro di dure critiche per la controversa gestione del ritiro dal Paese. Se i repubblicani sono sul piede di guerra, non mancano strali anche da parte dell’area democratica. «Questa è una crisi di proporzioni indicibili. Questo è un fallimento dell’intelligence. Abbiamo sottovalutato i talebani e sopravvalutato la determinazione dell’esercito afghano», ha affermato la deputata dem Jackie Speier. Sulla stessa linea la collega di partito, Debbie Dingell, che domenica ha dichiarato: «Sembra la caduta di Saigon oggi». Duro anche l’ex ambasciatore in Afghanistan ai tempi di Barack Obama, Ryan Crocker, che ha accusato l’amministrazione Biden di «una totale mancanza di pianificazione coordinata post-ritiro». A intervenire è stato anche l’ex direttore della Cia (in carica ai tempi di Obama), David Petraeus, che ha definito «catastrofica» la conquista dei talebani. In tutto questo, sono sorte polemiche anche per il fatto che, nel mezzo della crisi afghana, il presidente avesse scelto di rimanere nella residenza di Camp David, anziché tornare a Washington. Inoltre, da più parti, è stato invocato un suo discorso alla nazione. Man mano che la pressione aumentava, la Casa Bianca ha alla fine annunciato che Biden – che appena un mese fa riteneva «altamente improbabile» una escalation talebana – sarebbe tornato nella capitale per parlare nella serata italiana di ieri (quando La Verità era già andata in stampa). Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha frattanto cercato di gettare acqua sul fuoco. «Questa non è Saigon. Gli Stati Uniti sono riusciti nella loro missione di fermare gli attacchi contro gli Stati Uniti», ha detto. Peccato che le cose non stiano esattamente così. Le presidenze di Bush jr e Obama avevano infatti condotto una poderosa azione di nation building che – costata oltre 133 miliardi di dollari – puntava anche ad addestrare le forze militari afghane. Proprio quest’ultimo fu, tra l’altro, uno degli obiettivi dichiarati dallo stesso Obama nel dicembre 2009: un obiettivo che non è stato raggiunto. Come evidenziato dal Washington Post nel dicembre 2019, proprio il presidente dem accelerò infatti il processo di nation building, aumentando gli investimenti e restringendo le tempistiche: una strategia che ha finito col favorire il formarsi di un governo afghano debole, impopolare e venato di corruzione, oltre che di truppe locali impreparate. A tutto questo si aggiunga il fatto che, secondo Axios, domenica i talebani abbiano liberato un’ingente quantità di prigionieri: tra costoro figurerebbero in particolare alcuni esponenti di Al Qaeda. Del resto, sempre domenica, il capo di Stato maggiore, Mark Milley, ha definito come sempre più alto il rischio che l’Afghanistan possa presto tornare un ricettacolo di sigle terroristiche. Uno scenario tanto più inquietante, alla luce della recente allerta del governo americano per il rischio di attentati in occasione del ventennale degli attacchi dell’11 Settembre. Dovessero questi rischi disgraziatamente concretizzarsi, per Biden si profilerebbe all’orizzonte un grosso problema di consenso.
C’è poi chi – come la deputata repubblicana Liz Cheney – addossa (almeno in parte) la colpa del disastro afghano all’accordo concluso da Donald Trump nel febbraio 2020 con i talebani. Ora, che quell’intesa presentasse degli aspetti controversi è fuori dubbio. Ma vanno anche fatte delle precisazioni. Trump – che ha invocato l’altro ieri le dimissioni del proprio successore – partiva da un’ottica di forte diffidenza verso gli esperimenti di nation building attuati da Bush e Obama: esperimenti di cui Biden (in quanto vice dello stesso Obama) è corresponsabile. In secondo luogo, è vero che Trump puntasse al ritiro, ma è anche vero che l’anno scorso, in riferimento ai talebani, ebbe a dire: «Se accadono cose brutte, torneremo indietro con una forza che nessuno ha mai visto». Del resto, che l’allora presidente repubblicano, nei rapporti con gli avversari, mirasse a mantenere la deterrenza era fuori di dubbio (si pensi soltanto all’uccisione di Qasem Soleimani). Infine, Biden ha assai spesso picconato ampi pezzi dell’eredità di Trump: l’attuale presidente avrebbe quindi potuto sconfessare i termini di quell’intesa (soprattutto alla luce dell’allarme lanciato dall’intelligence americana lo scorso giugno).
In tutto questo, il Global Times (organo del Partito comunista cinese) ha accusato Washington di inaffidabilità sull’Afghanistan, sostenendo che gli americani non si impegneranno seriamente per difendere Taiwan in un eventuale conflitto. Il dossier afghano rischia quindi di indebolire Biden nel confronto con Pechino e di acuire le divisioni interne al suo stesso partito. Doveva portare gli Stati Uniti a una rinascita. E invece questo presidente sembra sempre più preda di contraddizioni e veti incrociati. Lui, che ha sempre invocato la difesa dei diritti umani, dovrebbe spiegare adesso al mondo che cosa significhi lasciare le donne afghane nelle mani dei talebani.
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