Dopo anni di battaglie di principio contro il fisco offshore emerge chiaramente la volontà dell’Unione europea di sradicare i vecchi equilibri tra grandi potenze e piccole nazioni a zero tasse per crearne di nuovi favorevoli a Bruxelles. I 19 documenti visionati dimostrano che prima si sono decise le amicizie politiche e poi sono stati stabiliti i criteri normativi. Alla faccia delle dichiarazioni di comodo dopo Panama papers e altri presunti scandali.
Lo speciale contiene tre articoli
Opacità e pressioni politiche sono state le protagoniste indiscusse del processo che ha portato il 5 dicembre 2017 l’Unione europea ad annunciare l’elenco dei 17 Paesi extracomunitari considerati paradisi fiscali. I 19 documenti del Consiglio europeo che
La Verità è riuscita a visionare in esclusiva mostrano come tutto il processo di analisi e selezione non sia stato guidato da aspetti tecnici, quanto più da intromissioni politiche da parte del Regno Unito, della Francia, del Lussemburgo e dell’Irlanda. Questi Paesi hanno fatto rimuovere alcuni territori, che storicamente sono sotto la loro ala protettiva, e annacquato le posizioni più forti prese dal gruppo del codice di condotta. In pratica, prima si sono individuate le nazioni amiche e da lì si è proceduto a costruire un quadro normativo in grado di soddisfare le esigenze politiche. Anche lo stesso Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici, aveva dichiarato, durante la conferenza stampa del 20 novembre 2017: «Voglio essere chiaro sulle responsabilità, questa lista non è una proposta della Commissione. La black list dei paradisi fiscali è scritta dagli Stati e loro sono i responsabili». Parole che già potevano far presagire come il processo di screening non sarebbe stato altro che un gioco forza fra i vari stati membri. Un decennio di dichiarazioni politiche e inchieste giornalistiche hanno visto dunque il loro epilogo, non in processo trasparente e tecnico, ma in un braccio di ferro fra gli Stati dell’Ue.
Il caso britannico
Il rappresentante del Regno Unito all’interno del Gruppo del codice di condotta (organismo preposto alla creazione della lista dei Paesi extra Ue non fiscalmente collaborativi) si è opposto fin dal principio all’introduzione del criterio della «bassa tassazione». Questo criterio andava a designare come paradisi fiscali, senza se e senza ma, tutte quelle giurisdizioni che avevano una corporate tax (imposta sulla società) «vicina o pari allo 0%». Come mai l’opposizione? Perché, secondo i documenti trapelati dal Consiglio, undici Paesi sarebbero rientrati sotto questo criterio. Anguilla, Bahamas, Bahrain, Bermuda, Isole Vergini Britanniche, Isole Cayman, Guernsey, Isola di Man, Jersey, Palau e Vanuatu. Molte di queste giurisdizioni sono da sempre sotto la protezione del Regno Unito, oltre che note per essere state coinvolte nei recenti scandali fiscali (Panama papers e Paradise papers). L’opposizione dell’esponente inglese ha raggiunto l’obiettivo di «esclusione» perché il gruppo del codice di condotta, a ottobre 2017, ha deciso che ogni tipo di decisione si sarebbe presa «secondo il criterio dell’unanimità».
INFOGRAFICA
Da sottolineare come la posizione inglese sia stata spalleggiata anche dal Lussemburgo e dall’Irlanda. Secondo i documenti del Consiglio dell’8 novembre 2016, questi due Paesi avrebbero infatti sostenuto la non introduzione, nei criteri di selezione, della corporate tax pari o vicina allo 0%. C’è anche da dire che Lussemburgo e Irlanda avevano come punto di forza una corporate tax molto bassa (basti pensare al caso Apple). Per questo più volte le due giurisdizioni sono state oggetto dell’attività parlamentare del gruppo a Strasburgo dei Verdi attraverso indagini che poi sono state sottoposte al commissario europeo alla Concorrenza. Il Lussemburgo, oltre che spalleggiare il Regno Unito, si è opposto anche a qualsiasi regime sanzionatorio. Dai documenti emerge, infatti come (il Lussemburgo) «fin dal principio non dava il proprio supporto a sanzioni» per i Paesi che sarebbero finiti nella black list fiscale dell’Unione europea.
Il caso francese
Il Regno Unito non è stato l’unico Paese a esercitare pressioni politiche. La Francia ha infatti spinto affinché il Marocco fosse tolto dalla black list fiscale prima dell’annuncio del 5 dicembre 2017. C’è da dire, però, che la sua intromissione è stata più «tecnica» rispetto al Regno Unito. Il Marocco, dopo aver ricevuto una prima lettera di ammonizione da parte dell’Ue, ha inviato una risposta il 22 novembre dove però non figurava «l’impegno politico». Il 29 novembre invia, dunque, una seconda missiva dove c’è l’impegno politico ma non viene specificato come si sarebbe posto rimedio al regime fiscale contestato dall’Ue. Lo scenario prefigurava dunque il Marocco dentro la lista nera. Il 2 dicembre, però, il Marocco invia una terza lettera, molto diversa dalle prime due. In questa viene infatti affrontata la questione fiscale sollevata dal gruppo del codice di condotta, vengono specificate le scadenze che si intendono rispettare per porre fine al «regime (fiscale) dannoso» e si offre «un dialogo costruttivo» per poter risolvere tutti i problemi. La lettera viene discussa il 4 dicembre e il Marocco viene tolto dalla lista nera.
Il giallo dei Paesi esclusi
Brasile e Georgia attualmente non sono né nella lista nera né nella lista grigia dell’Ue. Secondo i documenti del Consiglio questi due Paesi sarebbero dovuti rientrare almeno nella lista grigia. Il 31 ottobre il segretario generale del Consiglio informa gli Stati membri sullo stato dei lavori di 59 giurisdizioni. Tra queste figurano anche il Brasile e la Georgia. Al Brasile il gruppo del codice di condotta aveva inviato una lettera il 19 giugno 2017, per chiedere informazioni sul regime fiscale «export processing zone». In base alle informazioni ricevute il gruppo del codice di condotta decide che il regime fiscale risulta essere dannoso e invita il Brasile a modificarlo o abolirlo. La presenza di un regime fiscale dannoso implica due conseguenze. Se ci fosse stata la volontà di modificarlo, il Brasile sarebbe stato classificato nella lista grigia, nel caso in cui si fosse opposto (alla decisione europea) il Brasile sarebbe stato inserito nella lista nera. Attualmente però il Brasile non è presente né nella prima né nella seconda. Che il Portogallo abbia esercitato pressioni per escludere il suo protetto?
Il caso Georgia è molto simile al Brasile. Il codice di condotta ha inviato una lettera alla giurisdizione l’8 giugno 2017 dove chiedeva informazioni su due regimi fiscali: il «free industrial zone» e lo «special trade company». Sulla base delle informazioni ricevute si è ritenuto che i due regimi fiscali fossero dannosi e dunque è stato chiesto alla Georgia di modificarli o abolirli. Anche in questo caso la Georgia non figura in nessuna lista Ue.
Criteri a lunga scadenza
Nell’ottobre del 2017 gli stati membri hanno deciso che, non avrebbero considerato «dannosi» tutti quei regimi fiscali, in contrasto con il principio della tassazione equa (l’esistenza di meccanismi fiscali che favoriscono la creazione di strutture offshore) se avessero avuto al loro interno la clausola «grandfathering» fino al 2021. L’inserimento della clausola impegna i governi, dei Paesi terzi, a eliminare o modificare gradualmente i «regimi fiscali dannosi» entro il 2021. Questo significa però che anche nel caso in cui tutti gli Stati membri fossero d’accordo nel classificare un regime fiscale come «dannoso», se è presente la clausola «grandfathering», questo potrà rimanere in vigore per altri tre anni.
Un calendario che nessuno rispetta
Il 5 dicembre 2017 otto giurisdizioni sono state escluse dallo screening del gruppo del codice di condotta perché colpite dagli uragani di settembre. A ottobre 2017 gli Stati membri hanno dunque deciso di voler concedere a questi Stati più tempo per presentare i propri impegni in campo fiscale. E a febbraio 2018 il gruppo del codice di condotta avrebbe dovuto valutare gli impegni presi da questi Paesi. Data che non è stata rispettata perché si è dato tempo, alle otto giurisdizioni, fino al 28 febbraio 2018 per fornire le lettere di impegni. Questo ha spostato la decisione al 13 marzo 2018 durante l’Ecofin, ma la riunione non ha partorito nulla. Infine, il 5 dicembre 2017 nella stessa sede gli Stati membri si erano impegnati ad aggiornare l’elenco dei Paesi non fiscalmente collaborativi entro la fine del 2018. Anche questa scadenza non potrà essere rispettata. La presidenza bulgara a gennaio 2018 ha infatti ufficialmente segnalato come è stato concesso, ai Paesi terzi, tempo «fino alla fine del 2018» per attuare le promesse fiscali annunciate all’Ue. Questo porta con sé la conseguenza che «un aggiornamento della lista nera non potrà ragionevolmente essere previsto prima del consiglio dell’Ecofin di febbraio 2019».
Le lettere inviate dall’Ue.pdf
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