- L’11 aprile si vota per le presidenziali in Azerbaijan. A presentarsi è ancora una volta Ilham Aliyev, padre padrone di un Paese dove nel 2013 ha vinto con l’85% delle preferenze e ora punta a restare in carica fino al 2025.
- Gli anni della Caviar diplomacy, la diplomazia a base di caviale, petrolio e gas, non sono ancora finiti. La lista di parlamentari italiani, ma anche delle istituzioni europee legate a Aliyev e alla moglie Mehriban è lunghissima. Non c’è solo Luca Volonté.
- Dopo 25 anni di guerra con l’Armenia, la situazione del Nagorno-Karabakh è sempre più preoccupante. Si teme una escalation in un conflitto silenzioso che ha già causato più di 30.000 vittime e dove a pagarne le conseguenze sono soprattutto gli armeni.
Lo speciale contiene tre articoli
La recente visita in Italia del presidente dell’Armenia, Serzh Sargsyan, riapre il vaso di pandora dei rapporti che il nostro Paese ha intrattenuto in questi anni con l’Azerbajan, lo Stato dell’ex Unione Sovietica dove dal 1992 governa la famiglia Aliyev e dove quasi l’80% del bilancio statale arriva da petrolio e gas. L’abbraccio azero all’Italia, infatti – malvisto dagli armeni con cui gli azeri sono in guerra da decenni – va avanti da almeno 25 anni, sia per questioni commerciali legate all’Eni, le esplorazioni di gas nel Mar Caspio, sia politiche, come dimostrato dalla vicinanza di nostri europarlamentari, parlamentari e persino università al regime di Aliyev.
E’ un abbraccio a tutto tondo che varia dall’oro nero fino alla cultura, con fondi a profusione per ristrutturare opere d’arte, chiese e reperti. Non c’è da stupirsi. Siamo stati anche noi attirati nella rete della Caviar diplomacy, la secolare diplomazia del caviale, e a quanto sembra l’Italia si è trovata molto bene: siamo considerati i primi partner commerciali del regime. Ruolo d’onore nelle rete diplomatica spetta alla fondazione Heydar (in onore del padre di Ilham nonchè ex funzionario del Kgb) diretta da Mehriban Aliyeva, moglie del presidente: la donna è stata nominata vicepresidente dell’Azerbaijan dal 2017. Secondo l’associazione Trasparency International (dati 2017) il livello di corruttela di questo Paese sarebbe pari a quello di una nazione africana come come la Liberia. Comunità internazionale e Italia (dove spesso si critica il presidente russo Vladimir Putin) non si sono mai interessate del tema.
In pochi fiatano, da destra a sinistra. Nonostante i rapporti a Baku siano diventati più tesi negli ultimi anni, da quando il presidente azero ha iniziato a perseguitare dissidenti politici e giornalisti per mantenere il potere e la stretta sul crocevia geopolitico più delicato per Europa e Asia, senza dimenticare Russia, Turchia e Iran. La parte più spinosa della questione riguarda soprattutto il Nagorno-Karakabakh, questa piccola repubblica indipendente nel sud del Caucaso contesa da più di un secolo da Armenia e Azerbaigian, dove si disputa pure una riedizione della vecchia guerra fredda, con Stati Uniti più vicini agli azeri e invece Putin più in sintonia con le posizioni armene. Il tema, oltre che politico (la perdita della regione è sempre stato uno smacco per gli azeri e Aliyev ha sempre usato la guerra come motivo di vanto nazionalistico ndr) è soprattuto economico, perché vicino al Nagorbo-Karabakh passano due oleodotti che trasportano gas e petrolio.
Think tank occidentali sostengono che negli ultimi tempi Ilham Aliyev sia in difficoltà. Il motivo starebbe nelle ultime inchieste giornalistiche (la più importante è The Azerbaijani Laundromat del consorzio giornalistico Occrp) che hanno portato alla luce l’esistenza dei conti della famiglia a Panama, con società intestate alle figlie Arzu e Leyla Aliyeva. Si tratta di dettagli che hanno messo in cattiva luce all’estero il presidente (a Malta la giornalista uccisa Daphne Caruana Galizia aveva raccontato proprio dei rapporti economici e della corruzione che correva da Baku fino a La Valletta). Forse per questo in patria ha sentito l’esigenza di abolire il limite dei mandati presidenziali, modificando la costituzione a suo piaceimento. A ottobre dello scorso anno con un blitz ha anticipato le elezioni politiche che così si svolgeranno l’11 aprile. Secondo gli oppositori il motivo sarebbe quello di non dare tempo ad altri partiti di organizzarsi e avere così una chance in più di vincere e restare così al potere fino al 2025. Non certo un sogno irrealizzabile, visto che alle ultime elezioni del 2013 aveva ottenuto più dell’85% dei voti.
L’Osce aveva denunciato intimidazioni su candidati e elettori. Destò così particolare sorpresa che uno dei commissari europei inviati a Baku, Pino Arlacchi, all’epoca europarlamentare del partito di Antonio Di Pietro, avesse preso una posizione a favore del governo, in controtendenza rispetto a quella del presidente della delegazione, Tana De Zulueta, che fornì un rapporto dove si evidenziavano pesanti brogli e azioni tipiche di un regime contro i diritti umani. Un evento provvidenziale legato al fatto che che gli azeri In Italia trovino sempre un deputato amico. Un motivo c’è. I rapporti tra il nostro Paese e Baku sono sempre stati idilliaci, con ogni tipo di governo, sia di centrodestra sia di centrosinistra. Basti pensare che la prima visita ufficiale di Heydar Aliyev, padre di Ilham, è del 1997, quando al governo c’era Romano Prodi e al Colle Oscar Luigi Scalfaro. Gli azeri ci tengono a ricordare quell’accordo, perché da lì in poi le relazioni si sono estese a qualsiasi settore, di tipo industriale, culturale, scientifico e persino giornalistico. I rapporti si sono intensificati durante Expo 2015 e nel 2016 il fondo sovrano Sofaz (State oil fund of the Republic of Azerbaijian con un portafoglio da 35 miliardi di euro) ha comprato l’immobile dove si trova la Camera di Commercio di Milano (in locazione fino al 2021) per 97 milioni di euro.
Eni ha una partecipazione del 5% nel Consorzio Baku-Tbilisi-Ceyhan, ma soprattutto i rapporti più importanti riguardano la Tap (Trans Adriatic Pipeline), il maxi gasdotto contestato in Puglia dal governatore Michele Emiliano. Tutto gira intorno al corridoio Sud del gas che vede gli azeri collaborare con l’Unione europea per mettere fuori dai giochi la Russia, ma trova soprattutto impegnate numerose nostre aziende, tra le quali Hera. Perché, come spiegano proprio il sito dell’ambasciata che celebra rapporti con l’Italia, dal «19 settembre del 2013, secondo l’accordo sottoscritto per la vendita del gas di Shah Deniz-2, a seguito dell’avviamento del gasdotto Tap, il gruppo Hera diverrà l’acquirente del gas naturale proveniente dall’Azerbaigian>. Inoltre, a varie società italiane come Saipem, ValvItalia, Renco, Bonatti, Enereco, Max Streicher, Honeywell sono stati affidate le forniture e i servizi di un valore di 6 miliardi.
Nel frattempo, inchieste giornalistiche e della magistratura, hanno dimostrato che tra il 2012 e il 2014 la famiglia Aliyev avrebbe destinato all’Europa 2,5 miliardi di euro. Poco prima, nel dicembre del 2011, la bella Merhiban, moglie del presidente, arrivava in Italia per una serata di gala insieme con la moglie dell’allora premier, Mario Monti, dove veniva celebrato in lungo e in largo il prestigio del governo di Baku. La fondazione azera stacca un assegno da 100.000 euro per ristrutturare alcune opere e affreschi della Capitale. Certo, Roma è solo un dettaglio. I grandi fondi sono stati destinati all’Europa per smussare gli attacchi da parte delle opposizioni. A finire nella rete, però, è stato Luca Volontè, ex parlamentare dell’Udc nonché nel 2008 nel consiglio d’Europa, destinatario di 18 pagamenti alla fondazione Novae Terrae e alla sua società di famiglia Lgv srl. Ne è nato un processo in procura di Milano dove sul tavolo ci sono più di due milioni di euro di finanziamento che lui ha sempre dichiarato come consulenze. Accusato di riciclaggio e corruzione internazionale, è stato prima archiviato, poi dopo la ripertura del fascicolo da parte della procura generale è stato assolto sul primo capo d’accusa mentre il secondo è ancora in piedi: gli avvocati hanno chiesto il giudizio immediato, che arriverà presto.
Ma oltre a Volontè la lista di italiani amici degli azeri è lunga. Ci sono giornali, come il Nodo di Gordio, sito dove vengono celebrate le virtù azere. O professori come Antonello Biagini presidente della Università Sapienza di Roma, spesso invitato in conferenze dove si discute del Nagorno-Karabakh. Nella scorsa legislatura per di più esisteva l’associazione Interparlamentare Italia-Azerbaijan, massima rappresentazione del trasversalismo della Caviar diplomacy. Gli esponenti che la rappresentavano erano Sergio Divina della Lega, Maria Rizzotti di Forza Italia e Mauro Maria Marino del Partito democratico.
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