Meno migranti e meno Stato. Kast vuol riportare il Cile nell’orbita degli Stati Uniti
José Antonio Kast, neo presidente cileno (Ansa)
  • Il presidente conservatore appena eletto ha sfruttato il malcontento per le politiche permissive del predecessore. Il voto obbligatorio (una novità) ha favorito la destra.
  • Il Paese è tra i maggiori produttori mondiali delle materie chiave per la transizione energetica e per la difesa. Chi vuole investire, però, deve pagare royalty salate. Specie se paragonate a quelle chieste dall’Argentina.

Lo speciale contiene due articoli.

La vittoria schiacciante di José Antonio Kast al ballottaggio per le elezioni presidenziali del Cile il 14 dicembre scorso consolida l’allineamento del Sudamerica con l’era Trump, dimostrando che l’esasperazione per il crimine e l’immigrazione illegale pesa più delle ideologie del passato. Si può etichettare il voto cileno come nostalgia autoritaria, come stanno facendo in molti? Questa semplificazione eccessiva taglia fuori gran parte della realtà di quei Paesi in cui ciò che emerge è il più chiaro ripudio della sinistra, tra difficoltà economiche e violenza di strada.

Il conservatore (per alcuni, ultraconservatore) Kast ha vinto il ballottaggio con uno squillante 58,16% dei voti, superando nettamente la comunista Jeannette Jara. Questo risultato non è solo un cambio della guardia, dal presidente di sinistra Gabriel Boric al conservatore Kast, ma segna per il Cile un rifiuto storico della sinistra che ha radici profonde.

Kast viene spesso definito di estrema destra, ma la sua elezione è stata accompagnata da toni misurati e concilianti nel discorso di vittoria, volto a rassicurare gli elettori moderati. Il presidente eletto ha promesso di essere un leader conservatore di destra «misurato, ragionevole, sensato e di buon senso», che invita i cileni a lavorare sodo, a rispettare le istituzioni e le regole, con un messaggio ironico e chiaro: «Rendiamo di nuovo il Cile noioso». Nondimeno, il successo elettorale consolida la tendenza che ha visto quasi il 70% degli elettori sostenere candidati di destra al primo turno.

Un fattore cruciale che ha pesato sul risultato elettorale è stata la reintroduzione del voto obbligatorio per le elezioni presidenziali cilene. L’introduzione di questo sistema (con multe dai 30 ai 160 euro a chi non si reca a votare, cifre elevate nel contesto del reddito mensile cileno) ha mobilitato un’ampia fascia dell’elettorato che era generalmente disimpegnata dalla politica e profondamente diffidente nei confronti delle élite politiche. L’affluenza è stata dell’85%, il doppio dell’elezione precedente.

L’obbligo di voto si è rivelato essere chiaramente correlato a uno spostamento dell’elettorato verso destra.

Il vero motore di questa decisa virata non è stato un ritorno ideologico, ma una profonda e diffusa frustrazione popolare nei confronti dell’aumento della criminalità e dell’insicurezza. Il Cile, sebbene rimanga uno dei Paesi più sicuri della regione, è scosso da episodi di violenza e rapine brutali un tempo assai rari. La paura del crimine è diventata la principale preoccupazione dei cileni, con circa il 63% che la considera tale, un dato tra i più alti al mondo.

Gran parte di questo allarme è direttamente collegato all’afflusso di immigrati irregolari, in particolare dal Venezuela, con la popolazione residente nata all’estero che ha raggiunto circa il 10%, rispetto al 2,1% del 2010. Una vera e propria esplosione, cui è correlato un aumento della criminalità.

L’arrivo di violente bande transnazionali come il Tren de Aragua, originaria del centro penitenziario di Tocorón in Venezuela e coinvolta in rapimenti a scopo di estorsione, omicidi, tratta di esseri umani e torture, ha introdotto nel Cile reati un tempo sconosciuti.

Kast, cogliendo in pieno il sentimento anti immigrazione e le richieste di mano dura contro il crimine, ha promesso un governo di emergenza poiché il Paese «cade a pezzi». La sua agenda di sicurezza è intransigente e si ispira apertamente al modello adottato dal presidente di El Salvador, Nayib Bukele, che gode di un indice di popolarità positivo tra oltre il 70% dei cileni. Da quando Bukele è entrato in carica (nel 2019) gli omicidi nel Salvador sono diminuiti del 90%. Come? Arresti di massa, sospensione di alcuni diritti costituzionali, una mega prigione di massima sicurezza.

Le promesse di Kast in questo senso non sono da meno e includono la militarizzazione della frontiera settentrionale con la costruzione di fossati, muri e recinzioni elettriche per contrastare l’immigrazione clandestina e i traffici. Il suo approccio è chiaro e afferma che i migranti irregolari dovranno andarsene o saranno espulsi. In un avvertimento diretto, Kast ha detto agli immigrati irregolari che possono andarsene «con i soli vestiti che hanno addosso», o saranno detenuti ed espulsi in seguito senza i loro averi.

Kast ha strategicamente evitato di porre i suoi valori sociali da fervente cattolico padre di nove figli (come l’opposizione all’aborto e al matrimonio omosessuale) al centro della campagna. Ma il ricordo del passato autoritario non è lontano, in Cile, come evidenziato dalla sua dichiarazione secondo cui l’ex dittatore Augusto Pinochet «voterebbe per me se fosse vivo». Una dichiarazione che risale a quasi dieci anni fa, ma che ancora pesa nel dibattito. Voci insistenti dicono che il padre di Kast, tedesco emigrato in Cile nel 1950 all’età di 26 anni, abbia fatto parte del Partito nazista tedesco. Tutti elementi che hanno scandalizzato la sinistra ma che non hanno influito sul consenso alle elezioni.

I sondaggi rivelano che gli elettori di Kast mostrano alti livelli di nostalgia autoritaria, con circa il 50% tra i suoi sostenitori che si dichiara d’accordo con l’idea che se i politici cileni seguissero gli ideali di Pinochet, il Paese recupererebbe il suo posto nel mondo. Questa «nostalgia» (che raggiunge il 30% dell’elettorato totale in Cile) è significativamente più alta dell’analoga «malinconia per il franchismo» registrata anche recentemente in Spagna (circa il 15% nel 2023).

Dall’altra parte, la candidata sconfitta Jeannette Jara, membro del Partito comunista fin dall’età di 14 anni, difendeva un modello sociale contestato ed era strettamente associata al governo uscente di Gabriel Boric, che ha registrato tassi di approvazione bassi (intorno al 30%) ed è stato percepito come inefficiente e incapace di affrontare la crisi di sicurezza.

Il Cile è strategicamente cruciale: è il primo produttore mondiale di rame e detiene circa un terzo delle riserve globali di litio, materiali indispensabili per l’elettrificazione e le tecnologie di difesa. Kast, la cui piattaforma economica è vigorosamente pro mercato, ha promesso un taglio dell’imposta sulle società (dal 27% al 23%), una drastica riduzione della spesa pubblica di 6 miliardi di dollari in 18 mesi e una crescita economica annua del 4%.

Mentre il Cile, anche sotto Boric, aveva lanciato la sua Strategia nazionale del litio per aumentare il controllo statale, la nuova amministrazione si troverà nel mezzo della competizione tra Stati Uniti e Cina per le risorse critiche. Sebbene la Cina sia il principale partner commerciale del Cile, gli Stati Uniti stanno aumentando la pressione per costruire una catena di approvvigionamento di litio slegata dalla lavorazione cinese. L’elezione di Kast segnala che il Cile è pronto a schierarsi con l’ondata conservatrice e pro mercato che sta rimodellando il continente sudamericano, promettendo ordine e prosperità in un’alleanza strategica con Washington.

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