Per il centenario del Partito comunista Xi si fa un regalo: «Schiaccerò Taiwan»
  • Il leader, vestito come Mao, punta a riunificare il Paese: «Il partito ha eliminato la povertà». E sfida l’attivismo Usa.
  • L’analista esperto di geopolitica: «La Cina sa che l’isola rappresenta una tappa cruciale per la sua volontà imperiale. Però sa altrettanto bene che sulla propria strada ha gli Stati Uniti. Dal Tienanmen è partita una dichiarazione di guerra indiretta».
  • I satelliti svelano la possibile minaccia nucleare. Nuove esercitazioni militari con Tokyo.

Lo speciale contiene tre articoli.

Pechino mostra i denti. Ieri, in occasione delle celebrazioni per i 100 anni del Partito comunista cinese, Xi Jinping ha tenuto un discorso, volto a compattare internamente la Repubblica popolare e a lanciare minacciosi avvertimenti verso l’esterno. L’evento è stato particolarmente significativo dal punto di vista simbolico. Da una parte, il presidente cinese ha indossato il classico camiciotto grigio alla Mao Zedong: non è la prima volta che Xi Jinping si rifà all’eredità politica ed ideologica del Grande timoniere. Un’eredità che, in questi anni di governo, l’attuale presidente ha spesso e volentieri ripreso ed enfatizzato. Una linea che non evoca soltanto l’autoritarismo dottrinale di Mao, ma che punta, soprattutto con il discorso di ieri, a una sorta di identificazione tra i due leader. Xi ha del resto sempre visto proprio nel lascito maoista lo strumento necessario non solo per incrementare la capillarità e la centralizzazione del proprio potere ma anche per cercare di impedire che la Repubblica popolare possa finire col seguire la sorte dell’Unione sovietica.

Dall’altra parte, va anche sottolineato che l’evento si sia tenuto davanti a una folla di 70.000 persone (o meglio dire, comparse) presenti in Piazza Tienanmen: un luogo che richiama alla memoria la sanguinosa repressione del 1989. Una repressione che sottopose la Repubblica popolare a una fortissima pressione internazionale: pressione che irritò non poco la leadership cinese di allora.

In questo quadro, Xi Jinping ha innanzitutto rivendicato la tradizione storica del Partito comunista cinese. «Negli ultimi 100 anni, il partito ha unito e guidato il popolo cinese nello scrivere il capitolo più magnifico della storia millenaria della nazione cinese, incarnando lo spirito intrepido espresso da Mao Zedong», ha dichiarato. «Dobbiamo sostenere la ferma direzione del partito. Il successo della Cina dipende dal partito. Gli oltre 180 anni di storia moderna della nazione cinese, i 100 anni di storia del partito e gli oltre 70 anni di storia della Repubblica popolare cinese forniscono tutti ampie prove che senza il Partito comunista cinese, non ci sarebbe una nuova Cina e nessun ringiovanimento nazionale. Il partito è stato scelto dalla storia e dal popolo», ha aggiunto, per poi ribadire la fedeltà ai principi del marxismo, definito come ideologia «fondamentale».

Il presidente è quindi passato ai messaggi rivolti verso l’esterno. Pur asserendo che la Cina sia favorevole alla pace, la sua retorica ha assunto tratti non poco minacciosi. «Noi cinesi», ha dichiarato, «siamo un popolo che difende la giustizia e non si lascia intimidire dalle minacce della forza. Come nazione, abbiamo un forte senso di orgoglio e fiducia. Non abbiamo mai maltrattato, oppresso o soggiogato la gente di nessun altro Paese, e mai lo faremo». «Allo stesso modo», ha proseguito, «non permetteremo mai a nessuna forza straniera di prevaricarci, opprimerci o soggiogarci. Chiunque tenti di farlo si schiaccerebbe la testa e verserebbe il suo sangue contro una muraglia d’acciaio forgiata da un miliardo e 400 milioni di cinesi». Il senso di rivalsa verso l’oppressione straniera è del resto un vecchio topos del Partito comunista cinese.

Tuttavia, è sui dossier di Taiwan e Hong Kong, che il discorso di ieri ha assunto le tinte più allarmanti. «Risolvere la questione di Taiwan e realizzare la completa riunificazione della Cina», ha detto Xi, «è una missione storica e un impegno incrollabile del Partito comunista cinese. Nessuno deve sottovalutare la determinazione, la volontà e la capacità del popolo di riunificare la Cina e di schiacciare i complotti indipendentisti di Taiwan, la questione della sovranità e integrità nazionale sarà risolta».

Parole che mettono evidentemente Pechino in rotta di collisione con Washington, che ha al contrario intenzione di salvaguardare l’autonomia dell’isola. «Rimarremo fedeli alla lettera e allo spirito del principio dell’“un Paese, due sistemi” in base al quale il popolo di Hong Kong amministra Hong Kong e il popolo di Macao amministra Macao, entrambi con un alto grado di autonomia», ha inoltre dichiarato. Un’asserzione, questa, che lascia un po’ perplessi, visto quanto sta accadendo a Hong Kong, in cui è di fatto vietato manifestare, vengono chiuse le redazioni e sono condotti arresti contro i giornalisti.

Le celebrazioni del centenario stanno inoltre compattando un asse internazionale che trova proprio in Pechino il proprio baricentro. Il Cremlino ha fatto sapere di non essere preoccupato per l’ascesa della Cina: quello stesso Cremlino che, appena pochi giorni fa, aveva rinnovato il trattato di amicizia sino-russo con Pechino, originariamente siglato nel 2001. Dall’altra parte, congratulazioni per il centenario sono arrivate ieri dal leader nordcoreano Kim Jong-un, che ha biasimato la pressione di «forze ostili» contro il Partito comunista cinese. L’obiettivo di Xi è insomma chiaro: compattamento esterno, minacce ai nemici e mano tesa agli amici.


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