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Sei un adolescente la cui ragazza ha abortito? Niente paura, anzi rallegrati: farai più strada dei tuoi coetanei diventati genitori. È lo sconvolgente messaggio che trapela da un nuovo studio pubblicato sul Journal of Adolescent Health da cui, in sintesi, si evince che ai partner di ragazze che hanno abortito tocca un futuro educativo e finanziario migliore rispetto agli altri coetanei.
Nello specifico, i ricercatori hanno scoperto che i fidanzati di giovani reduci da un aborto sono laureati nel 22% dei casi, contro appena il 6% di quanti invece hanno scelto di diventare genitori.
Anche in termini di istruzione post secondaria la differenza è parsa netta, dal momento che quasi il 60% dei giovani che da adolescenti hanno visto la propria ragazza abortire hanno conseguito un titolo di quel livello, rispetto al 32% degli altri.
Benché la ricerca non sia risultata statisticamente significativa, gli autori non si sono risparmiati di evidenziare pure una differenza di reddito tra i giovani adulti che hanno segnalato l’esperienza di un aborto e quelli che sono diventati padri: i primi guadagnano in media circa 39.000 dollari annui, i secondi 33.000.
Evidenze alla luce delle quali Bethany Everett dell’università dello Utah, l’autrice principale dello studio citato – eloquentemente intitolato «Male abortion beneficiaries» – non si è risparmiata un commento surreale. «In un periodo in cui, negli Stati Uniti, assistiamo al diffondersi di leggi restrittive sull’aborto», ha infatti dichiarato la Everett, «dovremmo considerare anche le potenziali conseguenze dannose di queste restrizioni». Come a dire: attenti, cari politici pro life, a scoraggiare la soppressione prenatale, perché potreste concorrere alla diffusione dell’analfabetismo e dell’abbandono scolastico, se non perfino alla disoccupazione. Siamo evidentemente alle farneticazioni.
Del resto lo stesso studio, esaminato da vicino, presenta limiti enormi. Tanto per cominciare, non accosta le biografie dei maschi che hanno vissuto con la propria partner l’esperienza di un aborto con quanti, invece, da giovani non hanno ingravidato la propria ragazza, che logicamente sarebbe il solo confronto utile a mettere in luce gli eventuali «benefici maschili» dell’aborto in quanto tale.
C’è inoltre da dire che i ricercatori hanno riscontrato solo un’associazione tra aborti e livello di formazione raggiunto dai giovani adulti. Ma un’associazione non equivale sempre a un nesso di causalità. Altrimenti i maschi più istruiti dovrebbero essere quelli che hanno fatto abortire più volte la propria compagna, il che vorrebbe automaticamente dire che i professori universitari hanno tutti almeno un’esperienza di paternità mancata alle spalle. Un assurdo, ovviamente.
In terzo luogo, spulciando le sette pagine dello studio si scopre come gli stessi autori ammettano a denti stretti che il loro campione – pari a 597 uomini individuati nel National longitudinal study of adolescent to adult health, uno studio sugli adolescenti reclutati all’inizio degli anni Novanta e seguiti in età adulta – non consente alcuna conclusione generale. «Our sample may not be generalizable», sono le parole esatte.
Tutto questo, unitamente alla già ricordata e non significativa differenza di reddito tra i giovani padri e gli altri, fa capire come le parole della Everett sulle restrizioni dell’aborto siano da intendersi come una mera opinione, senza alcuna base scientifica.
Un quarto limite di questa ricerca concerne poi il suo ignorare una dimensione fondamentale: quella psicologica. Sì, perché l’aborto ha conseguenze anche sulla salute maschile. Ad attestarlo, numerose ricerche che hanno messo in luce il dolore, l’ansia, i profondi sensi di colpa nonché la depressione che colpiscono i padri mancati. Nel loro libro, Fatherhood aborted: the profound effects of abortion on men, gli studiosi Guy Condon e David Hazard arrivano a parlare addirittura, per l’uomo, di un trauma post abortivo, mentre lo psicologo Vincent Rue evidenzia che la sofferenza maschile per la paternità interrotta è poco esaminata ed è pure difficile da studiare perché gli uomini «sono più propensi a negare il loro dolore o a interiorizzare i loro sentimenti di perdita piuttosto che ad esprimerli apertamente».
Una quinta, enorme criticità di questa ricerca riguarda il fatto che – quand’anche il «beneficio maschile» per una paternità interrotta fosse provato, anche se provato non è affatto, anzi – essa non considera minimamente le conseguenze sulla donna, queste sì riscontrate da evidenze scientifiche che mostrano come l’aborto volontario faccia rima con maggiori rischi di isterectomia post partum, placenta previa, futuri aborti spontanei, depressione, abuso di sostanze, tumori al seno, mortalità materna e suicidi. Meglio andarci piano, insomma, prima di esaltare i presunti benefici dell’aborto.
Anche perché a ben vedere, al di là delle criticità fin qui esposte, quanto emerso nello studio della Everett sembra in realtà avere un’altra spiegazione. La minor istruzione dei padri adolescenti, infatti, più che la penalizzazione per un aborto non effettuato, rispecchia i maggiori – e ovvi – impegni del farsi una famiglia. Lo suggerisce un altro studio pubblicato nel 2012 sulla rivista «peer reviewed» Economic Inquiry, che ha riscontrato come la paternità in giovane età sia legata a matrimoni precoci e a ingressi anticipati nel mondo nel lavoro. In altre parole, non è l’aborto bensì l’irresponsabilità a determinare vantaggi. Vantaggi assai relativi, s’intende. Perché, come chiunque ha figli ben sa, quella della paternità è una gioia che non ha prezzo.
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