- Ursula von der Leyen, presunta aperturista, chiude ai coronabond. Giuseppe Conte piccato: «Non l’abbiamo chiesto a lei. Ue sia all’altezza».
- Da Romano Prodi a Mario Monti, il brusco risveglio di quelli che idolatravano l’Europa. Gli ultrà dell’Unione scoprono la realtà: le regole, a Bruxelles, valgono solo per i nemici.
Lo speciale comprende due articoli.
Il panico si diffonde nei palazzi romani nel pomeriggio di ieri, quando, con singolare ritardo e per vie traverse, siti e social network fanno rimbalzare i virgolettati di Ursula von der Leyen a Dpa, la principale agenzia di stampa tedesca. Interpellata sui coronabond, la presidente della Commissione Ue, che in Italia molti osservatori – non si capisce su quali basi – avevano iscritto nell’elenco degli «aperturisti», stronca l’ipotesi di emissioni comuni, di fatto derubricandola a poco più di un tormentone: «Solo uno slogan. Ci sono limiti legali molto chiari, non è questo il piano. Non ci stiamo lavorando».
Un clamoroso schiaffo ai nove Paesi firmatari dell’appello anti austerità, e – per converso – un’adesione morale al cartello dei rigoristi del Nord mandati avanti dalla Germania nei giorni scorsi. A questo punto, non solo è da escludere un’ipotesi di emissione comune, ma c’è da temere che possa in qualche modo resuscitare un pezzo del Patto di stabilità: magari non le regole sul deficit, sospese per l’emergenza del virus, ma quelle sul debito.
A maggior ragione, qualcuno a Palazzo Chigi avrebbe motivo per profonde riflessioni. Intanto Rocco Casalino, ieri, ha veicolato un’imbarazzata nota per negare tensioni tra Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri. Ma in questi casi la regola è quella di sempre: la smentita è una notizia data due volte.
In ogni caso, nel nuovo quadro europeo che va delineandosi, ben altre dovrebbero essere le preoccupazioni del governo. Che succede se – ormai tra meno di due settimane – viene confermato il no alla nostra impostazione? Ad una ad una, molte porte vanno chiudendosi. Si chiude quella dei coronabond. Sulla Francia si può contare ma solo fino a un certo punto: Emmanuel Macron, infatti, ha dapprima firmato la lettera con Giuseppe Conte, Pedro Sanchez e altri sei capi di stato e di governo, ma alla fine si è riservato un ruolo negoziale in proprio. E soprattutto punta – per conto suo – a quello che l’Italia avrebbe dovuto fare per prima: un’interlocuzione privilegiata con Donald Trump.
Alla von der Leyen, Conte ha risposto in modo solo retorico in conferenza stampa: «Il compito di elaborare proposte non l’abbiamo affidato alla von der Leyen ma all’Eurogruppo. Tutti i dibattiti di questo mondo, ma qui c’è un appuntamento con la storia. L’Europa deve dimostrare se è all’altezza di questa chiamata. Mi batterò fino all’ultima goccia di sudore per ottenere una risposta». E Roberto Gualtieri ha definito «sbagliate» le parole della presidente della Commissione Ue.
Quanto ai giorni rimasti per cercare altre soluzioni, sul Messaggero è stato Romano Prodi, non certo una personalità sospettabile di euroscetticismo, a definire «tragicamente umoristica» l’idea di «passare la palla ai ministri delle Finanze, come se essi potessero avere posizioni diverse da quelle dei loro superiori». Lo stesso Prodi che, interpellato da Radio Rai, ha prefigurato una soluzione umiliante per l’Italia, e cioè la riemersione del Mes.
Da prospettiva culturale e politica opposta a quella di Prodi, è esattamente la soluzione temuta e descritta in modo doloroso e disincantato da Stefania Craxi, che ha parlato del rinvio come «di una messa in scena premeditata e ben orchestrata con tanto di regia». Nell’analisi della senatrice di Fi, si paventa che la perdita di tempo vada di pari passo con l’aggravarsi della situazione (sia sanitaria sia finanziaria), «puntando una pistola fumante sulla tempia dei refrattari». A quel punto, teme la Craxi, scatterebbero trattative confuse, riemergerebbe la «relazione speciale tra Francia e Germania», e per l’Italia, come in un tragico gioco dell’oca, si tornerebbe al Mes, con i leader dei Paesi più colpiti che otterrebbero nulla più di «una bella pacca sulla spalla nel mentre gli è stato sfilato di tasca il Paese». Scenario cupo e umiliante, ma purtroppo tutt’altro che irrealistico, a questo punto. E la Craxi conclude con queste parole: «Visti i precedenti, qualcuno nell’Unione pensa, non a torto, di trattarci come quei buoi legati a un palo: li si fa girare liberamente intorno e poi, quando serve, si riportano a casa».Naturalmente, in queste ore, è tutto un fiorire di indiscrezioni, bozze e paper, che adombrano soluzioni ulteriori, talora ingegnose, anche coinvolgendo la Bei. Ma il punto politico resta insormontabile: c’è un no «nordico» a qualunque forma di vera mutualizzazione dei rischi.
E allora? E allora ognuno fa da sé. E non è un caso se tutti abbiano già messo in campo mega piani molto impegnativi. Tutti tranne l’Italia, che risulta paralizzata. Se Conte fosse conseguente, dovrebbe riprendere la velina che il solito Casalino aveva fatto circolare qualche sera fa, quando il premier italiano voleva veicolare l’idea di aver battuto i pugni sul tavolo in Europa: altrimenti faremo da noi. Ecco, «fare da noi» significherebbe assumere decisioni di spesa ingentissime, emettere titoli, e scommettere sul fatto che la Bce li acquisti, a maggior ragione essendo stati cassati i vincoli alle acquisizioni di titoli da parte di Francoforte. La scommessa starebbe qui: andare a «vedere» i comportamenti reali di Christine Lagarde, anche come leva negoziale rispetto all’ultimo round di trattative. Ma a Palazzo Chigi sembrano paralizzati dal virus della mancanza di visione e convinzioni.
E dalla trincea opposta Matteo Salvini rilancia: «Ben vengano teste come quelle di Mario Draghi, che ha saputo, saprebbe e saprà contrastare a testa alta la signora Merkel». Conte avvisato…
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >