- Paolo Savona parla alle commissioni Ue del Parlamento: «Vogliamo un’Europa più forte ed equa, la Bce deve garantire i titoli del debito e servono investimenti senza gli attuali vincoli. Nessuno vuole uscire, ma mi hanno insegnato a essere pronto a tutto».
- Antonio Patuelli, numero uno dell’Abi, punta il dito sul nazionalismo: «Con meno partecipazione all’Unione, scenari da Sudamerica».
Lo speciale contiene due articoli
«Mi dicono: “Tu vuoi uscire dall’euro”? Badate che potremmo trovarci in situazioni in cui sono altri a decidere. La mia posizione è essere pronti a ogni evenienza». Il famigerato «piano B» di Paolo Savona è tutto qui, e assomiglia molto a una pura dichiarazione di buon senso istituzionale. «In Banca d’Italia mi hanno insegnato», prosegue il ministro per gli Affari europei davanti alle Commissioni Ue di Camera e Senato, «a essere pronti non ad affrontare la normalità ma il “cigno nero”, lo choc straordinario». Le parole di Savona non sono ambigue, e anche per questo, ieri, lo staff del ministro è rimasto stupito quando è ripartito, su diversi siti di informazione, il tam tam di titolazioni allusive alla volontà di Savona di uscire dalla moneta unica unilateralmente: atto, peraltro, non compreso nel contratto di governo. La relazione del professore, mancato ministro del Tesoro a causa dell’esplicito veto del Quirinale proprio per le posizioni sulla moneta unica, mostra come il pensiero di Savona da un lato non sia affatto cambiato rispetto a fine maggio, e dall’altro come esso si richiami alla migliore e più consolidata teoria economica internazionale. «Dal momento che sono stato delegittimato dai media, ho cercato legittimazione democratica», ha scandito.
La disfunzionalità dell’unione monetaria, descritta con dovizia dagli economisti ancor prima della sua entrata in vigore, mostra oggi la corda, sembra spiegare Savona, soprattutto perché le «riforme» tanto invocate hanno significato fin qui politiche dal lato dell’offerta a scapito di interventi di stimolo alla domanda aggregata in grado di correggere i «difetti strutturali» dell’architettura dell’eurozona. E dunque, spiega ai membri della commissione, l’euro è a rischio non perché qualche esponente politico italiano o straniero si agiti particolarmente, ma perché mancano politiche di stabilità e crescita capaci di garantire benessere economico e sociale ai Paesi membri, assicurando così il necessario consenso alle istituzioni europee e ai singoli governi, come si conviene a una «casa comune».
Che fare? Savona elenca tre esempi. Primo: dotare la Bce di «pieni poteri sul cambio»; secondo, rendere l’Eurotower «prestatore di ultima istanza», cioè garante dei titoli del debito sovrano (senza questo, i debiti stessi restano oggetto di attacchi speculativi indipendenti dai fondamentali economici del Paese, amplificando squilibri e asimmetrie); terzo, keynesiamente, fare investimenti.
Qui Savona mostra astuzia dialettica, dipingendo l’azione comunitaria del governo Conte come autenticamente europea («Sono europeo, non europeista, e sono trattativista e non sovranista», chiosa il ministro): «Questa politica (di investimenti, ndr) si è scontrata con l’assenza di mezzi finanziari autonomi dell’Ue, ma soprattutto con il rifiuto di conciliare le riforme richieste – la politica dell’offerta – e l’indispensabile politica di stimolo della crescita del reddito e dell’occupazione -la politica della domanda -, finendo con il far dominare la seconda dalla prima». Così, spiega, «la preoccupazione del mercato è che la spesa relativa causi un aumento del disavanzo di bilancio e del rapporto tra debito pubblico e Pil usati come indicatori di solvibilità. Giusto o sbagliato che sia, la politica del governo ne deve tenere conto». Savona conferma così che a finanziare investimenti e programma di governo sarà nuovo deficit, e non nasconde che la scelta può produrre turbamenti sui mercati e sullo spread. Dunque? «L’ideale sarebbe che fosse l’Ue a chiedere di fare la politica indicata, delimitata nei tempi e nelle dimensioni, il che non equivarrebbe alla consueta richiesta di “flessibilità” di bilancio. L’Ue avrebbe interesse a farlo se si intende riproporre come un’alleanza tra stati favorevole al progresso economico e sociale, e non solo a un accordo per la stabilità monetaria e finanziaria da imporre ai Paesi in difficoltà, che non genera sufficiente crescita». Come dire: o l’Europa è capace di fare questo, o non è Europa.
Il primo nodo, Savona lo ripete alle Commissioni, è la Bce, e non a caso fa sapere di avere chiesto udienza a Mario Draghi. Poi tocca agli investimenti, e qui viene la parte più politicamente cruciale: «Per raggiungere questo risultato occorre uscire dai vincoli finanziari del bilancio europeo che non generano spinte autopropulsive e ricorrere a meccanismi capaci di imprimere una spinta esogena alla domanda, ricorrendo ai finanziamenti della Banca europea degli investimenti come esplicitamente previsto dagli accordi di Maastricht».
Le «idee chiare» di cui aveva parlato il vicepremier Matteo Salvini alla Verità sono dunque queste, e Savona le chiarisce ulteriormente: «L’esecutivo deve realizzare i provvedimenti promessi: reddito di cittadinanza, flat tax, Fornero: non è vero che l’Italia vive al di sopra delle sue risorse. Viviamo al di sotto, perché esistono i vincoli europei».
Così, nel giorno in cui il presidente dell’Abi Antonio Patuelli dipinge un’Italia che potrebbe finire nei «gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani» (sic) e il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ammette che il Paese è «più fragile di dieci anni fa» – malgrado le «riforme» – Savona indica una strada che ha più i toni della ragionevolezza quasi ovvia (eppure mai percorsa dagli ultimi governi) che quelli del tavolo da ribaltare, tanto che perfino dal Pd arrivano timidi plausi. Resta un problema: e se su statuto della Bce, investimenti e vincoli ci dicono di no? Ecco, è in casi del genere che può tornare utile avere nel cassetto un «piano B».
Martino Cervo
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