La Carta green è il cavallo di Troia nel piano per il ricatto all’Italia
Europa e sinistra hanno trovato un insperato alleato nella riforma costituzionale di un anno fa per scardinare interi settori industriali nazionali. Si parte coi motori a diesel e poi si finisce con l’edilizia: a rischio 80.000 posti.

Guardando al futuro, per l’Italia non c’è solo l’insidia politica franco-tedesca: da questo punto di vista, come questo giornale ha scritto ieri, in particolare Emmanuel Macron soffre Giorgia Meloni (ma pure il tedesco Olaf Scholz e lo spagnolo Pedro Sanchez hanno lo stesso problema). Da un lato, questi leader temono che un successo dell’esperimento-Meloni in Italia irrobustisca gli schieramenti di centrodestra in Francia, Germania, Spagna. Dall’altro, la paura fa novanta, sempre per i tenutari degli attuali equilibri di Bruxelles, rispetto a un’eventuale convergenza tra Conservatori e Ppe che sovvertirebbe i rapporti di forza esistenti sia nell’Europarlamento, sia nella futura Commissione, sia nel futuro Consiglio europeo.

Ma l’insidia è anche un’altra: quella legata al tentativo sempre più evidente di usare la transizione green come un corpo contundente. L’attacco è concentrico e multiforme. Primo: la direttiva Ue sugli immobili. Sappiamo che il percorso è ancora lungo, e che occorrerà un’intesa tra Europarlamento, Consiglio e Commissione. Ma intanto la scorsa settimana la commissione parlamentare competente per materia ha licenziato un testo pessimo, che speriamo sia emendato a marzo in plenaria. Secondo: c’è l’autentica follia (sempre in tempi ultra-accelerati: entro il 2035) della messa al bando dei motori a benzina e diesel. Solo per l’Italia sono direttamente a rischio 70-80.000 posti di lavoro nell’automotive: e la cosa appare letteralmente insensata, visto che si tratta di autodistruggere un settore di eccellenza nel Continente per una riduzione di emissioni risibile rispetto all’incessante attività inquinante di Cina e India. Terzo: buona parte della logica del Pnrr è improntata a obiettivi green e digitali, il che è oggettivamente sconnesso dalle caratteristiche del tessuto produttivo italiano. Diciamolo in termini rozzi ma efficaci: se saltano 70-80.000 posti di lavoro nell’automotive, li mettiamo tutti a fare i webmaster o i webdesigner? Se non parlassimo di cose drammaticamente serie, ci sarebbe perfino da ridere.

Ecco: a questa intelaiatura si aggiunge un elemento che è divenuto più chiaro nell’ultima settimana. Da un lato (successo italiano netto, come sull’immigrazione), è ormai a portata di mano una maggiore flessibilità nell’uso dei fondi europei esistenti: anche su questo, la Meloni ha totalmente ragione nell’esprimere «soddisfazione per le conclusioni del Consiglio europeo, che rispecchiano pienamente le posizioni sostenute dall’Italia». Dall’altro lato, però, Francia e Germania, rispetto al complesso delle iniziative di risposta all’Inflation Reduction Act Usa, insistono sul green, e c’è davvero poco da stare tranquilli. Il ministro dell’Economia di Parigi Bruno Le Maire è stato esplicito al riguardo, menzionando i settori dell’idrogeno, delle turbine eoliche e dei pannelli solari.

Chi scrive ritiene che sia rischioso limitarsi a una riduzione del danno o a una spalmatura temporale: è proprio la logica della transizione green così com’è stata concepita dall’Ue che andrebbe rigettata, perché comporta la desertificazione di alcuni settori industriali, un pericolo di impoverimento, e un danno diretto alla nostra economia.

Attenzione, però. Perché una parte del male l’Italia se l’è fatto da sola. Esattamente un anno fa (con la legge costituzionale 11 febbraio 2022 num. 1), sono stati modificati gli articoli 9 e 41 della Costituzione. Morale: il nuovo articolo 9 (comma 3) stabilisce che la Repubblica «tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni». Apparentemente, una formulazione neutra. Ma, a ben vedere, quel riferimento all’interesse delle future generazioni diventerà il grimaldello per ogni tipo di attacco anti imprese.

E ancora peggiore è l’operazione compiuta sull’art. 41. Già quell’articolo, per com’era stato scritto tra il 1946-48, portava con sé un’evidente schizofrenia: primo comma di limpida impronta liberale («L’iniziativa economica privata è libera»), ma secondo comma di marca anti liberale («Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»). Ancora più inquietante il comma 3: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

A questo impianto già apertamente diffidente verso l’intrapresa privata si è aggiunta la modifica di un anno fa, che ha inserito anche «la salute e l’ambiente» al comma 2. Morale: l’iniziativa economica privata «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

Non occorre un indovino per immaginare l’effetto che potrebbe determinarsi: ogni compressione (legislativa o giudiziaria) della libertà di impresa, ogni aggressione (europea o nazionale) contro la libera iniziativa economica troverà una copertura costituzionale molto forte. E già circolano analisi giuridiche che alzano ancora l’asticella, sostenendo che con il nuovo ombrello costituzionale si possa addirittura modificare per via legislativa lo «scopo» dell’impresa (fare profitto), imponendo al soggetto regolato di farsi totalmente carico dell’«interesse ambientale», con ciò modificando (traduzione: vanificando) la nozione stessa di attività economica privata. Un sogno per i comunisti (ex, neo e post); un incubo per tutti gli altri.

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