• L’Ue non riesce a gestire le conseguenze delle proprie scelte belliche, come nella ex Jugoslavia, e le nazioni leader dipendono per il gas da russi o arabi. Non c’è coesione, quindi l’Unione va ripensata.
  • L’Olanda guida un gruppo di nazioni che dissente sulla riforma dell’eurozona.
  • E la Bulgaria ha affossato la Web tax di Bruxelles. Durante il suo semestre di presidenza, Sofia chiede di abbassare da 750 a 50 milioni la soglia di fatturato tassabile: «Per neutralità».

Lo speciale contiene tre articoli

L’Ue è finalmente arrivata a un bivio che la costringerà a ripensarsi. Un punto di non ritorno. Il vertice sulla crisi migratoria, più subìto che voluto da Angela Merkel, dimostrerà una volta per tutte le crepe politiche e istituzionali su cui poggia il progetto della Casa Comune, ovvero evidenzierà il fatto che nonostante il nome essa non è un’unione. Non lo è in senso prettamente tecnico dato che le competenze più importanti rimangono intergovernamentali e non lo è in senso politico in quanto nessuno Stato ha rinunciato al proprio interesse nazionale negli ultimi 60 anni di storia. La geografia e la storia sono ancora i fondamenti su cui le capitali formano le proprie politiche estere. A partire dalle guerre nella ex Jugoslavia fino ad arrivare alla Libia, passando dall’Ucraina, i Paesi membri hanno sempre dimostrato d’inseguire interessi particolari e di mancare completamente della capacità di gestione delle conseguenze dei propri atti dovendo affidarsi alla fine quasi sempre agli Usa. Nel campo energetico – politica ufficialmente comune – i Paesi mediterranei necessitano del dialogo con le capitali arabe mentre la Germania si affida a partnership con la Russia e Paesi centro europei, per non ritrovarsi stretti nella morsa tra due giganti storicamente ingombranti, chiamano in aiuto Washington per rifornirli di gas liquefatto. Nel bel mezzo della crisi migratoria scopriamo di non avere una politica d’asilo unica, di non riuscire a proteggere i confini e di mancare d’una struttura d’intelligence minima che invece funziona in ambito Nato. La tanto decantata tassa comune sui giganti del Web fallisce in quanto i piccoli Stati come il Lussemburgo, detentori di privilegi fiscali ad altri negati, si oppongono.

Gran parte dei Paesi europei ha accolto l’obbligatorietà delle istituzioni di Bruxelles solo in quanto apportatrici d’un compromesso necessario, accettabile finché utile, e in quanto la sicurezza veniva comunque garantita in ambito Nato da un membro esterno assai più forte, gli States. Nonostante l’innegabile interesse americano a costruire un sistema economico e sociale stabile sul confine con la zona comunista nel secondo dopoguerra, le comunità europee hanno avuto origine grazie alla spinta propulsiva di uomini quali De Gasperi, Adenauer e Schuman legati alla dottrina sociale cattolica e alle idee propugnate fin dal 1923 dal fondatore del movimento paneuropeo, l’aristocratico austriaco Richard Coudenhove-Kalergi. Per loro l’idea di un’Europa comune non era solo una necessità strategica abbisognante la benevolenza di Washington – che aveva ereditato da Londra il compito realpolitico d’evitare la formazione di qualunque forma d’egemonia sul Vecchio Continente – ma era anche un’idea utopica che poteva portare, grazie al principio di sussidiarietà tanto caro alla dottrina sociale, alla realizzazione di una società europea non conflittuale e consapevole della propria unicità storica. Il rifiuto francese alla Comunità di Difesa Comune nel 1954 menomò pesantemente le loro speranze, tolse la guida del progetto alla politica e passò la palla dell’integrazione alla classe dei burocrati. Questi nei successivi 50 anni hanno pressato i Paesi membri sulla via della rinuncia forzata a parte delle sovranità statali senza tuttavia pensare di compensare funzionalmente la perdita di tali prerogative.

Nonostante la sussidiarietà, cioè l’idea che i problemi vadano gestiti e risolti sempre al livello più prossimo al cittadino, lasciando ai vertici solo le competenze inesorabilmente comuni, sia uno dei principi fondamentali dei trattati europei esso non è mai stato applicato. Probabilmente la sussidiarietà risulta eccessivamente cattolica per una classe di burocrati formatasi sul pensiero federalista di Spinelli e nel laicismo giacobino d’ispirazione francese. Tutto ciò ci ha portato al paradosso massimo della moneta comune, che però non ha portato consequenzialmente – come invece pretendevano i teorici – a un governo comune e men che meno, premessa di ogni tipo di stabilità, a una società europea fiduciosa nelle proprie istituzioni. La fluidità della geopolitica post guerra fredda, che in questi anni sta ridisegnando il bilanciamento dei poteri globali, unito alla mancanza di una classe dirigente capace, non ha fatto che palesare le problematicità con cui l’Unione europea convive. Rinchiusa nella sua torre d’avorio idealista, essa non riesce ad ammettere di non essere un giocatore globale, priva com’è di capacità militari o di politiche estere comuni, ma cosa assai peggiore essa non riesce ad ammettere d’essere inconsistente poiché ha abbandonato i principi dei padri fondatori. Vogliono convincerci che è colpa dei cosiddetti populismi per non spiegarci le cause del problema. Alle prime difficoltà internazionali l’Ue ha dimostrato la sua inconsistenza politica e le pretese egemoniche di alcune capitali stanno riportando i Paesi verso un rigurgito sovranista da cui sarà arduo svincolarsi nei prossimi decenni. L’Europa del futuro prossimo dovrà rivedere il proprio modello evolutivo e probabilmente favorire, se vuole sopravvivere in attesa di tempi migliori, la formazione di blocchi politici tali da dar adito a un palesato – e non più ipocritamente negato – sistema di bilanciamento dei poteri interno all’Unione. Paesi medio piccoli, di cui Visegrad ed il Benelux rappresentano alcuni esempi, in dialogo realpolitico con i grandi Stati. Un passo indietro per riprovare, un giorno, a farne due in avanti.

Laris Gaiser


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