- Lo scandalo delle tangenti del Qatar è stato il convitato di pietra del Consiglio europeo. Giorgia Meloni: «Ci deve essere una reazione».
- Il diktat della Bce al governo: «Ratifichi presto il Mes». Christina Lagarde alza ancora i tassi: Borse giù e spread su. Il ministro Guido Crosetto sbotta: «Non capisco questo regalo di Natale all’Italia».
Lo speciale comprende due articoli.
Come un fastidioso convitato di pietra, il Qatargate aleggia sul Consiglio d’Europa natalizio in scena a Bruxelles. Nessuno vorrebbe parlarne, il minuetto dei leader procede sui consueti ritmi settecenteschi e l’ordine del giorno si guarda bene dall’ufficializzare, sui tavoli che contano, lo scandalo dell’anno per non infastidire i manovratori. Eppure quei sacchi di denaro targati sinistra europea (e italiana, tanto italiana) proiettano un’ombra lunghissima. Giorgia Meloni, al suo primo summit continentale, poco abituata alle ipocrisie della casa, dichiara: «Lo scenario è preoccupante, le notizie che escono raccontano qualcosa che non avremmo mai immaginato e di fronte a questo tipo di cose ci deve essere una reazione, serve che si vada fino in fondo, senza fare sconti, perché ne va della credibilità dell’Ue e delle nostre nazioni: noi chiederemo che sia fatta piena luce su quello che sta accadendo».
È una richiesta precisa, l’agenda di Bruxelles non può prescindere dalle mazzette e dal sottobosco di corruzione. Ma nessuna decisione viene ipotizzata, nessun incontro multilaterale viene formalizzato sul tema, anche se nei corridoi non si parla d’altro. Alla fine, il Parlamento europeo ha chiesto una commissione d’inchiesta sulla vicenda. Più che tuonare, i vertici balbettano. Emmanuel Macron si nasconde dietro due frasi fatte: «La Ue deciderà sulla base dei fatti e la giustizia avrà il suo corso», come Giuseppe Garibaldi e il generale Ferdinand Foch.
Un po’ più concreta la presidente del Parlamento, Roberta Metsola, che si ha visto comparire i serpenti sotto il tappeto. «Le accuse penali che coinvolgono il Parlamento sono un colpo alla democrazia e a tutto ciò su cui abbiamo lavorato per molti anni. Spero non ci siano impunità. Ci sono voluti anni per costruire la fiducia e un attimo per distruggerla». Un’assunzione di responsabilità politica doverosa, dalla quale discende la necessità di rivedere tutto il sistema legato al lobbismo. Approfondisce la numero uno: «Sto mettendo insieme un ampio pacchetto di riforme. Includerà un rafforzamento dei sistemi parlamentari di protezione degli informatori: il divieto a tutti i gruppi di amicizie non ufficiali, la revisione del controllo delle regole del nostro codice di condotta e uno sguardo approfondito su come interagiamo con i paesi terzi».
Il terremoto ha messo paura, le rivelazioni giudiziarie sono solo all’inizio e mentre il Consiglio d’Europa prosegue indisturbato su un altro pianeta, il procuratore capo europeo ha chiesto la revoca dell’immunità dell’eurodeputata greca Eva Kaili, la vicepresidente socialista travolta dallo scandalo. Lo ha comunicato in una nota la Procura europea, senza fare alcun riferimento al Qatargate, ma alla retribuzione degli assistenti parlamentari. L’Eppo ha chiesto anche la revoca dell’immunità all’europarlamentare greca Maria Spyraki (Ppe), non coinvolta nel caso del Qatar. «Sulla base di un rapporto investigativo ricevuto dall’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf)», si legge nella nota, «si sospetta una frode a danno del bilancio dell’Ue, in relazione alla gestione dell’indennità parlamentare, e in particolare per quanto riguarda la retribuzione degli assistenti parlamentari accreditati. Kaili e Spyraki hanno diritto alla presunzione di innocenza».
Tutto il resto è guerra ed energia. Nel senso di conflitto in Ucraina e delle conseguenze sulle bollette dei cittadini occidentali, vere vittime economiche delle sanzioni decise da Washington. Anche qui la premier italiana Meloni non è stata zitta, sottolineando in un intervento che «c’è la necessità di trovare una soluzione riguardo al meccanismo di riduzione del prezzo del gas. Il tempo perso nel trovare un’intesa è in realtà in contraddizione rispetto alla discussione sulla competitività dell’industria europea nei confronti degli altri concorrenti globali. Bisogna rispondere tempestivamente ai bisogni crescenti di famiglie e imprese». Il tema è stranoto e l’impossibilità di trovare un accordo comune anche. Per la settima volta è stato ribadito che «sul price cap siamo d’accordo» ed è stato dato il via libera alla «ricerca di una soluzione condivisa sulla soglia». Sofisma puro. I Paesi più pesanti (Germania, Francia, Italia) stanno trattando in vista del Consiglio Affari Energia di lunedì. Spiegano gli sherpa: «Se trovano un accordo loro, allora il più è fatto». È così da sei mesi.
Come spesso accade in questi summit, a un certo punto si attiva un collegamento e sullo schermo compare Volodymyr Zelensky con la lista della spesa per i prossimi sei mesi. Campeggiano due richieste: 800 milioni di euro di forniture elettriche e armi sempre più sofisticate.
Il premier ucraino ritiene che «i prossimi sei mesi saranno decisivi in questa aggressione che ha lanciato la Russia. Quindi richiederanno da parte nostra sforzi ancora maggiori rispetto al passato. Il terrore energetico della Russia deve essere sconfitto in tutte le sue forme. Abbiamo bisogno di due miliardi di metri cubi di gas, di forniture elettriche consistenti per superare l’inverno, di armi più moderne e di più rifornimenti». A margine del Consiglio d’Europa ci sono le letterine di Natale. La prima la scrive Macron: «Ci vuole una risposta europea alla legge sull’inflazione degli Stati Uniti, dobbiamo reagire con forza e dobbiamo farlo per avere una competizione equa».
La seconda riguarda l’impegno di tutti a intensificare le sanzioni contro l’Iran che «viola in modo insopportabile i diritti umani». Su queste ultime due parole il pensiero torna dritto al Qatargate, ai sacchi di soldi, alla figura planetaria. Si decide che è arrivato il momento degli auguri.
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