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2022-01-13
Più gas e tecnologia nucleare: l'energia secondo il Copasir
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«Poiché», si legge a tal proposito nella relazione, «la continuità nell’approvvigionamento energetico costituisce un elemento indispensabile per la garanzia della sicurezza nazionale, appare quanto mai opportuno che il nostro Paese si doti di un piano per la sicurezza energetica nazionale, nell’ambito di un più ampio e complessivo piano di sicurezza nazionale». In particolare, questo rapporto nasce anche dall’esito di un’indagine conoscitiva: un’indagine nel cui corso sono stati auditi, tra gli altri, il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani; il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti; il ministro dell’Economia, Daniele Franco; il sottosegretario Franco Gabrielli; il direttore generale del Dis, Elisabetta Belloni; il direttore dell'Aise, Giovanni Caravelli; e il direttore dell'Aisi, Mario Parente.
Ebbene, per far fronte alla crisi energetica in corso, il Copasir ha raggiunto alcune conclusioni. Innanzitutto ha conferito significativa importanza all’approvvigionamento di gas, dicendosi favorevole alla sua estrazione dai giacimenti italiani. «Il gas naturale», si legge nella relazione, «sembra rappresentare una risorsa irrinunciabile nel breve-medio termine in attesa che possa completarsi la transizione energetica. Anche allo scopo di invertire il dato relativo all’aumento del 250% della spesa delle famiglie per il gas naturale in regime di tutela, al netto dei costi di trasporto, degli oneri di sistema e delle tasse, verificatosi negli ultimi mesi, occorrerebbe valutare l’ipotesi di incrementare l’estrazione di gas dai giacimenti italiani, riducendo allo stesso tempo gli acquisti dall’estero in modo da mantenere costante il volume dei consumi».
Il documento mette inoltre in evidenza come la Croazia abbia già autorizzato nuove esplorazioni nell’Adriatico, «in aree in cui sono presenti giacimenti il cui sfruttamento è condiviso con il nostro Paese». Il Copasir ha comunque specificato che «quanto all’ipotesi di concedere nuove trivellazioni sul territorio nazionale, la decisione resta subordinata a valutazioni di carattere politico». Il tema di una maggiore autonomia energetica, fa inoltre notare il comitato, non è da intendersi soltanto come un passo importante dal punto di vista economico, ma anche sotto il profilo geopolitico: intraprendere questa strada significherebbe rendere infatti il nostro Paese meno dipendente da nazioni estere spesso caratterizzate da instabilità politica (si pensi solo a quanto sta accadendo in Libia e in Europa orientale).
Il secondo binario su cui il Copasir lascia chiaramente intendere che bisognerebbe muoversi è poi quello del nucleare di quarta generazione (una linea, questa, che coinvolgerebbe direttamente l’Eni). La relazione mette infatti in evidenza che un numero crescente di Paesi europei si sta orientando verso questa soluzione. «In Italia, sebbene non vi sia produzione di energia mediante l’utilizzo di centrali nucleari, la ricerca in questo settore non si è arrestata ed ha consentito di stabilire importanti presidi sia nel campo scientifico sia in quello industriale», si legge nel documento. Questo poi non significa che le energie rinnovabili debbano essere escluse: il Copasir invita tuttavia a un approccio pragmatico e non ideologico. Le rinnovabili sono infatti descritte nella relazione come «un punto di forza del nostro sistema», ma – al contempo – vengono sottolineate anche alcune loro criticità, come «i costi da sostenere, il problema della staticità dell'offerta che ancora risulta influenzata dalle fasi stagionali, la lontananza dei centri di consumo da quelli di produzione».
Insomma, il concetto di fondo è chiaro. Secondo il Copasir, bisogna puntare su una maggiore autonomia energetica non soltanto per far fronte ai costi crescenti dell’energia, ma anche – se non soprattutto – per rafforzare l’Italia sul piano geopolitico, rendendola meno dipendente da potenze straniere instabili o – peggio ancora – mosse da intenti poco amichevoli. L’energia è un dossier che deve quindi essere prontamente de-ideologizzato, in nome di una bussola chiara e urgente: quella dell’interesse nazionale.
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Il Comitato presieduto da Adolfo Urso lancia l’allarme sulla sicurezza energetica. Il Copasir ha appena pubblicato la sua Relazione sulla sicurezza energetica nell’attuale fase di transizione ecologica: un documento significativo, che è finalizzato soprattutto a trattare il delicato dossier energetico nell'ambito dell'atlantismo.Relazione Copasir sicurezza energetica.pdf «Poiché», si legge a tal proposito nella relazione, «la continuità nell’approvvigionamento energetico costituisce un elemento indispensabile per la garanzia della sicurezza nazionale, appare quanto mai opportuno che il nostro Paese si doti di un piano per la sicurezza energetica nazionale, nell’ambito di un più ampio e complessivo piano di sicurezza nazionale». In particolare, questo rapporto nasce anche dall’esito di un’indagine conoscitiva: un’indagine nel cui corso sono stati auditi, tra gli altri, il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani; il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti; il ministro dell’Economia, Daniele Franco; il sottosegretario Franco Gabrielli; il direttore generale del Dis, Elisabetta Belloni; il direttore dell'Aise, Giovanni Caravelli; e il direttore dell'Aisi, Mario Parente. Ebbene, per far fronte alla crisi energetica in corso, il Copasir ha raggiunto alcune conclusioni. Innanzitutto ha conferito significativa importanza all’approvvigionamento di gas, dicendosi favorevole alla sua estrazione dai giacimenti italiani. «Il gas naturale», si legge nella relazione, «sembra rappresentare una risorsa irrinunciabile nel breve-medio termine in attesa che possa completarsi la transizione energetica. Anche allo scopo di invertire il dato relativo all’aumento del 250% della spesa delle famiglie per il gas naturale in regime di tutela, al netto dei costi di trasporto, degli oneri di sistema e delle tasse, verificatosi negli ultimi mesi, occorrerebbe valutare l’ipotesi di incrementare l’estrazione di gas dai giacimenti italiani, riducendo allo stesso tempo gli acquisti dall’estero in modo da mantenere costante il volume dei consumi». Il documento mette inoltre in evidenza come la Croazia abbia già autorizzato nuove esplorazioni nell’Adriatico, «in aree in cui sono presenti giacimenti il cui sfruttamento è condiviso con il nostro Paese». Il Copasir ha comunque specificato che «quanto all’ipotesi di concedere nuove trivellazioni sul territorio nazionale, la decisione resta subordinata a valutazioni di carattere politico». Il tema di una maggiore autonomia energetica, fa inoltre notare il comitato, non è da intendersi soltanto come un passo importante dal punto di vista economico, ma anche sotto il profilo geopolitico: intraprendere questa strada significherebbe rendere infatti il nostro Paese meno dipendente da nazioni estere spesso caratterizzate da instabilità politica (si pensi solo a quanto sta accadendo in Libia e in Europa orientale). Il secondo binario su cui il Copasir lascia chiaramente intendere che bisognerebbe muoversi è poi quello del nucleare di quarta generazione (una linea, questa, che coinvolgerebbe direttamente l’Eni). La relazione mette infatti in evidenza che un numero crescente di Paesi europei si sta orientando verso questa soluzione. «In Italia, sebbene non vi sia produzione di energia mediante l’utilizzo di centrali nucleari, la ricerca in questo settore non si è arrestata ed ha consentito di stabilire importanti presidi sia nel campo scientifico sia in quello industriale», si legge nel documento. Questo poi non significa che le energie rinnovabili debbano essere escluse: il Copasir invita tuttavia a un approccio pragmatico e non ideologico. Le rinnovabili sono infatti descritte nella relazione come «un punto di forza del nostro sistema», ma – al contempo – vengono sottolineate anche alcune loro criticità, come «i costi da sostenere, il problema della staticità dell'offerta che ancora risulta influenzata dalle fasi stagionali, la lontananza dei centri di consumo da quelli di produzione». Insomma, il concetto di fondo è chiaro. Secondo il Copasir, bisogna puntare su una maggiore autonomia energetica non soltanto per far fronte ai costi crescenti dell’energia, ma anche – se non soprattutto – per rafforzare l’Italia sul piano geopolitico, rendendola meno dipendente da potenze straniere instabili o – peggio ancora – mosse da intenti poco amichevoli. L’energia è un dossier che deve quindi essere prontamente de-ideologizzato, in nome di una bussola chiara e urgente: quella dell’interesse nazionale.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.