- Il presidente Usa imita Trump su batterie e pannelli. L’Europa può seguirlo, ma la Germania teme le dure minacce di Pechino.
- Donohoe (Eurogruppo) usa «la scusa» della difesa delle banche per forzare il sì al Mes. Discussione sull’unione dei mercati dei capitali.
Lo speciale contiene due articoli.
Gli Stati Uniti alzano le barriere contro la Cina, accusata di invadere i mercati utilizzando pratiche commerciali scorrette. Il democratico Joe Biden manda alle stelle i dazi sulle auto elettriche cinesi, portandoli al 102,5%, e colpisce una serie di altre merci rilevanti in arrivo dalla Cina. Il comunicato della Casa Bianca è molto duro nei toni e nella sostanza, arrivando ad accusare esplicitamente la Cina di furto di proprietà intellettuale, di trasferimenti forzati di tecnologia e di concorrenza sleale.
«Le pratiche commerciali sleali della Cina riguardanti il trasferimento di tecnologia, la proprietà intellettuale e l’innovazione stanno minacciando le imprese e i lavoratori americani», si legge nel comunicato. «I trasferimenti forzati di tecnologia e il furto di proprietà intellettuale da parte della Cina hanno contribuito al suo controllo del 70, 80 e persino del 90% della produzione globale» degli input necessari all’industria americana. Oltre alle auto elettriche, saranno gravate di dazi del 25% le importazioni di alluminio e acciaio, come già annunciato da Biden un mese fa a Pittsburgh. Inoltre vengono alzati i dazi su semiconduttori, batterie, minerali critici (tra cui zinco, cobalto, tungsteno), celle solari, gru portuali e prodotti medicali (dettagli in tabella). In alcuni casi si tratta di nuove tariffe doganali, in altri di un aumento di due o tre volte di dazi già in essere. Non vengono invece toccati diciannove elementi che servono alla produzione di pannelli solari, utili, questi, all’industria americana del fotovoltaico.
L’import oggetto dei dazi ha un valore di circa 18 miliardi di dollari, non molto rispetto ai 427 miliardi di dollari di importazioni complessive dalla Cina nel 2023 (il 4,2%). Tuttavia, la mossa di Biden è da leggere in chiave prospettica, considerato che la filiera green americana, auto elettrica compresa, è in fase nascente o poco più. Allo stesso tempo, inoltre, restano in vigore le tariffe doganali imposte alle merci cinesi da Donald Trump durante il suo mandato presidenziale, che riguardano circa 300 miliardi di dollari di importazioni. Così si spiega il dazio complessivo del 102,5% sulle auto elettriche cinesi. La reazione cinese è stata immediata. Il ministero del commercio in una dichiarazione ha affermato che la Cina è fortemente scontenta dei nuovi aumenti tariffari statunitensi e adotterà misure «risolute» per difendere i propri diritti e interessi. «Gli Stati Uniti dovrebbero correggere immediatamente le proprie illecite decisioni e annullare i dazi aggiuntivi«, conclude il comunicato di Pechino.
Sorgono ora molte domande: come reagirà la Cina, a parte le parole?
La scelta di Washington rappresenta una brusca frenata in quello che Janet Yellen in visita a Pechino qualche settimana fa aveva definito un dialogo costruttivo con la Cina. Ciò potrebbe aumentare le tensioni tra i due Paesi.
Vi è poi un interrogativo legato alle turbative sui prezzi dei materiali critici, che metterebbero in dubbio gli investimenti nella transizione ecologica, soprattutto quelli europei. La decisione di Biden muove anche da motivazioni elettorali. Entusiaste le reazioni del sindacato dell’auto, la United Auto Workers, che elogia le misure tese a garantire che «la transizione ai veicoli elettrici sia giusta». Diverse associazioni industriali hanno lodato l’iniziativa di Biden, mentre Donald Trump ha fatto sapere che Biden dovrebbe fare di più e alzare i dazi su molti altri prodotti. L’amministrazione democratica compie un passo deciso verso il cosiddetto decoupling, una frattura nella globalizzazione, e al contempo costringe una parte del surplus commerciale cinese alla ricerca di nuove destinazioni.
Per l’Europa si pongono ora i maggiori interrogativi: cosa farà Bruxelles? La posizione della Germania, in particolare, è molto delicata. L’interscambio tra i due paesi è stato di 253 miliardi nel 2023, sia Mercedes che Bmw devono un terzo del loro giro d’affari alle vendite in Cina. Il gruppo Volkswagen è presente in Cina da 40 anni, ha tre joint venture, 39 stabilimenti con 90.000 dipendenti e 50 milioni di clienti. L’ID.3 di Volkswagen è uno dei veicoli elettrici più venduti in Cina. Se l’Unione europea decidesse di seguire Washington e di alzare a sua volta il muro dei dazi, sarebbe proprio il blocco finanziario-industriale tedesco legato all’automobile a subire le conseguenze peggiori. Non è un caso che l’indagine sugli aiuti di stato ai veicoli elettrici cinesi, avviata mesi fa dalla Commissione, sia ancora lungi dal concludersi.
Dall’altra parte, in assenza di barriere doganali paragonabili a quelle americane, l’Unione europea potrebbe diventare la destinazione di quel surplus di merci cinesi che non troveranno spazio nel mercato americano, radendo al suolo ciò che resta dell’industria europea di molti settori. In questo caso la Germania sarebbe meno danneggiata, tuttavia entrerebbe in urto con gli Stati Uniti, che per l’auto tedesca rappresentano un mercato fondamentale, ed anche con qualche alleato europeo. Un’equazione di difficile soluzione per il già fragile governo di Olaf Scholz. Il quale ieri, interpellato sul tema, ha detto infatti: «Circa la metà delle importazioni cinesi di auto elettriche provengono da produttori occidentali». «Non bisogna dimenticare che ci sono tante sovrapposizioni e scambi reciproci», ha concluso Scholz, mostrando scetticismo sul fatto di imitare gli Usa ed evidenziando così l’enorme problema tedesco.
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