- Su un treno regionale lombardo un gruppo di nigeriani senza biglietto pesta a sangue un poliziotto. A Treviso uno spacciatore marocchino non viene espulso perché padre di sette figli. Ecco cosa producono le frontiere aperte.
- Il documento dell’Ispi che vorrebbe proporre un fact checking accurato sul tema immigrazione per smentire le «bufale» sugli sbarchi fornisce un rendiconto opposto: «Ne arriveranno ancora e l’Ue non ci aiuterà».
- Il ministero dell’Istruzione organizza un concorso che coinvolgerà più di 12.000 studenti, tra i 16 e i 18 anni, in cui i ragazzi dovranno esprimere la loro empatia verso gli immigrati. Intanto per i richiedenti asilo spuntano iniziative assurde in nome dell’integrazione, come a Firenze dove la Caritas offre ai suoi ospiti nordafricani dei corsi gratuiti di tennis.
Lo speciale contiene tre articoli.
Non sono storie adatte per una fiction Rai intrisa di buoni sentimenti. Non sono materiale maneggiabile da registi e sceneggiatori che puntano a vincere qualche festival internazionale. Sono faccende piccine, che toccano la vita di persone comuni e dunque non interessano quasi a nessuno. Sono vicende di ordinaria immigrazione, brutali nella loro verità, dolorose ma oscurate, perché mostrano il volto reale del Paese che, secondo il premier Paolo Gentiloni, ha «bisogno degli immigrati». Cominciamo il nostro viaggio a bordo di un treno, il regionale 18058 partito domenica pomeriggio dalla stazione di Milano Porta Garibaldi. A bordo c’è un poliziotto di una quarantina d’anni, originario di Verbania. Sale a bordo alle 14.30, deve andare a Lecco, dove prenderà servizio alle 19. Il suo viaggio procede tranquillo per alcune fermate, almeno fino a quando il capotreno non decide di compiere un gesto assurdo: chiedere il biglietto a un immigrato.
Già, il controllore si è permesso di avvicinare un giovane nigeriano, invitandolo a mostrare il cartoncino timbrato. Scelta folle, non trovate? Perché mai un capotreno dovrebbe pretendere che un passeggero compri il biglietto? Di fronte all’allucinante richiesta, il nigeriano si mette a inveire, a insultare il capotreno e gli altri passeggeri presenti a bordo. Ed è qui che interviene il poliziotto. Benché non sia ancora in servizio, si alza e si mette a fare il suo dovere, cercando di riportare la calma. Il treno è ormai giunto nei pressi di Arcore, l’agente prova a convincere il nigeriano a sedersi e a star buono. Solo che il giovane immigrato non è solo. Nel vagone c’è una decina di suoi connazionali. Il gruppo si dirige con rabbia verso il poliziotto, e comincia a pestarlo. Dopo aver bloccato il capotreno, i nigeriani picchiano l’agente, cercando pure di rubargli il portafogli. Alla stazione di Carnate, i picchiatori scappano, lasciando l’agente a terra, cosciente ma coperto di sangue. La banda viene bloccata poco dopo, alla stazione di Calolziocorte, nel Lecchese. Due degli aggressori nigeriani vengono individuati e arrestati. Sono due signori di 24 e 25 anni, entrambi regolarmente presenti sul territorio italiano. Si sentivano in diritto di viaggiare gratis, tanto da aggredire un controllore e pestare a sangue un agente di polizia.
Questa però è solo la prima storia. Il nostro viaggio prosegue, stavolta ci spostiamo a Nord, a Treviso. Il nuovo protagonista è un marocchino di 50 anni. Nel 2015 è stato condannato a 18 mesi di reclusione (pena sospesa) per spaccio. L’anno dopo si è trovato a dover rinnovare il permesso di soggiorno e si è presentato in Questura a Treviso con un bel plico di documenti, tra cui un’istanza di riabilitazione, tutti falsi. Ovviamente, il permesso di soggiorno gli è stato negato, e la Questura ha pure rilevato la «pericolosità sociale» del marocchino.
Il quale, però, ha presentato ricorso al Tar contro il mancato rinnovo. E, indovinate un po’, il Tribunale amministrativo gli ha dato ragione. Lo spacciatore socialmente pericoloso deve rimanere in Italia, e sapete perché? Perché ha 7 figli residenti nel nostro Paese, di cui alcuni minorenni. Dunque non possiamo liberarcene, deve poter rimanere qui onde provvedere ai suoi pargoli. Poco importa se, per portare il pane in casa, gli toccherà vendere droga. Vi viene il voltastomaco? Beh, il vostro mal di pancia sarà sempre meno grave di quello patito dai poveri profughi ospiti del centro d’accoglienza di via Taddeo da Sessa, a Napoli. Ieri hanno inscenato una rivolta, sono scesi in strada a protestare per via del cibo scadente fornito nella struttura.
Nulla di strano, non temete: di manifestazioni del genere se ne vedono ogni settimana in ogni parte d’Italia. Vogliono farci credere che il problema siano soltanto gli sbarchi di massa, ma la verità – come ha notato pure uno studio dell’Ispi fresco di pubblicazione – è che i guai più grossi ci derivano dalla gestione delle migliaia e migliaia di persone già presenti sul suolo italiano. Tra queste, tanto per restare nei dintorni di Napoli, ci sono anche i due ghanesi Ernest Mumufie e Jonson Yaw. Li hanno arrestati ieri, il primo è stato fermato mentre presentava richiesta per ottenere il permesso di soggiorno. Volete sapere che cosa hanno fatto?
Lo scorso ottobre sono entrati in casa di un loro connazionale, e lo hanno sequestrato davanti allo sguardo terrorizzato della moglie e dei figli piccoli. Lo hanno rapito a scopo di estorsione: a quanto pare, per restituirlo ai suoi cari, volevano ben 50 euro. Anche questa è una storia atroce, ma lo squallore è il filo conduttore di queste giornate di ordinaria immigrazione.
Lo si respira a Parma, dove è appena stata arrestata dalla polizia una trentenne nigeriana. Era scesa in strada, giovedì sera, in evidente stato di alterazione. Aveva in braccio la figlia di un anno, sbraitava, e quando sono arrivati gli agenti ha cercato di strangolare la piccola con una canottiera arrotolata. Lo squallore si avverte pure a Milano, dove è stato arrestato un romeno di 30 anni. La sera del 26 aprile, durante una rissa nel quartiere «multietnico» di via Padova, aveva ammazzato un connazionale a pugni. Nelle stesse ore, poco lontano, due marocchini si davano alla pazza gioia rapinando ragazzine e accoltellando i passanti, tra cui un bengalese di 23 anni, ammazzato con una pugnalata al torace.
Sono storie normali, che passano quasi inosservate. Dopo tutto, ieri i grandi giornali dovevano occuparsi dei 105 migranti che si trovano da oltre un giorno a bordo della nave Astral della Ong Proactiva open arms. Gli spiriti candidi di casa nostra sono angosciati perché queste persone versano in condizioni igieniche precarie, donne e bimbi compresi. «Nessuno li vuole», titolava Repubblica ieri. Ma sapete perché non sbarcano? Perché le autorità italiane sono crudeli e vogliono farli morire? No. Sono rimasti oltre 24 ore in mezzo al mare perché gli spagnoli di Proactiva si rifiutano di affidare i migranti alla guardia costiera libica: «Sarebbe un respingimento illegale di richiedenti asilo», dicono.
La guardia costiera italiana (che ha istruito e formato i libici) ha dato precise indicazioni, ma le Ong se ne fregano, come già avvenuto in un caso analogo qualche mese fa. Si sentono in diritto di decidere dove e come debbono essere portati gli stranieri partiti dalla Libia. Vogliono che arrivino tutti in Italia, in modo che il disastro migratorio prosegua. E noi non possiamo opporci in alcun modo, dobbiamo assistere a queste scene grottesche.
Se le partenze dalla Libia sono diminuite lo dobbiamo (anche) alla guardia costiera locale. Come ha scritto l’Ispi, tale diminuzione (che probabilmente avrà vita breve) ha prodotto anche un calo delle morti in mare. Ma alle Ong non interessa. Vogliono dettare legge, e guai a toccarle. L’ordinaria immigrazione deve proseguire, non importa quanto sia squallida, dolorosa o violenta.
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