- Resq, associazione che ha l’ex magistrato come presidente onorario ed è vicina a «don Barcone», fa un video spot per raccogliere 250.000 euro e aggregarsi ai tassisti del mare. L’obiettivo è approfittare di dispute politiche nella zona per incoraggiare le partenze.
- A «Quarta Repubblica», delirio di Christopher Hein: «Vanno importati, scortiamoli con gli aerei».
Lo speciale contiene due articoli.
«Sei pronto a salvare una vita per 600 dollari?». «Lo vuoi comprare un giubbotto salvagente per una mamma e un bambino per 50 euro?». Con tanto di video promozionale, l’Ong italiana Resq, che come presidente onorario vanta il magistrato Gherardo Colombo, richiama alla memoria una tragedia vecchia di otto anni, quella del 3 ottobre 2013, in cui 360 eritrei persero la vita davanti alle coste di Lampedusa, per raccogliere 250.000 euro entro il 30 giugno e unirsi alla flotta delle Ong in mare. Le bare, le lacrime, i barconi stracolmi, nel video in inglese c’è tutto, persino un’allegra musica eritrea di sottofondo forse per aiutare ad affrontare il viaggio verso la Libia e l’Europa con una certa serenità. «Molti eritrei si stanno preparando ad andare verso la Libia perché da maggio ad agosto è il momento migliore», spiega una carrellata di attivisti stranieri come se lasciare il proprio Paese sia un’urgenza naturale alla stregua di quella degli uccelli migratori. «Quest’anno ci aspettiamo che saranno molti di più quelli che decideranno di intraprendere questo viaggio pericoloso». Un’operazione di marketing a dir poco curiosa però, perché basta dare un’occhiata ai numeri per accorgersi che da un paio d’anni gli eritrei hanno smesso, o quasi, di migrare. Da gennaio 2021 infatti gli arrivi in Italia sono solo 800, poca cosa a confronto dei 16.000 del 2015 e di medie annuali che ai tempi del naufragio di Lampedusa viaggiavano oltre i 10.000. Un calo progressivo iniziato nel 2018, quando l’Eritrea e l’Etiopia firmano un accordo di pace che pone fine a un clima da guerra fredda che andava avanti da 18 anni. Con la salita al potere del nuovo premier etiope, Abiy Ahmed, infatti, finalmente l’Etiopia riconosce all’Eritrea i confini stabiliti dalle Nazioni Unite nel 2002 e dà il via a un nuovo corso. Nonostante fossero già state ritenute del tutto infondate dallo stesso monitoring group del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario Onu Antonio Guterres decide di revocare le sanzioni contro l’Eritrea. «Erano motivate da una serie di fattori che ora non esistono più», spiegherà, senza però specificare che chi doveva porre rimedio a un comportamento scorretto non era l’Eritrea, ma l’Etiopia.
Forse Resq non sa che il Paese è ormai avviato verso un percorso di ricostruzione e ignora che il tam tam mediatico, se sicuramente aiuta il fund raising, al momento a quota 20.000 euro, un boost lo può dare anche ai flussi.
Nel video nulla è casuale. Non si parla di «migranti» ma di «rifugiati». Una giovane attrice americana racconta con tono fermo che «nel 2020 ne sono morti 1.000». L’intero fenomeno migratorio viene ricondotto allo status degli eritrei, i rifugiati per eccellenza, in conseguenza di quelle annose sanzioni inflitte al proprio Paese. L’associazione tra l’arrivo di una nuova nave e la tragedia del 2013 suggerisce che l’aumento delle navi di soccorso riduca le morti in mare, quando basta leggere i dati per rendersi conto di come la presenza delle navi di soccorso ha aumentato il numero dei morti e l’utilizzo dei pericolosissimi gommoni. Non è un caso che gli anni di Mare Nostrum e Triton II, che hanno visto un dispiego enorme di mezzi di soccorso, sono stati anche quelli con più morti. Quando chiedo informazioni a Resq, come mai una campagna di raccolta fondi punti proprio agli eritrei, Lia Manzella, vicepresidente di Resq mi spiega che l’iniziativa è nata dall’esterno, nello specifico da Alganesh Fessaha, della Ong Ghandi Charity, che da anni lavora con gli eritrei nei campi profughi dell’Etiopia e figura tra i partner di Resq. La dottoressa Alganesh, anche detta «Angelo dei profughi», fa parte di quella cosiddetta opposizione eritrea che insieme a don Mussie Zerai, alias «don Barcone», da anni è particolarmente attiva per facilitare il percorso di fuoriuscita dei giovani eritrei dal loro Paese, anche se questo può significare rimanere bloccati in un campo profughi in Etiopia (al momento sarebbero almeno 100.000). In una serie di incontri pubblici è lei stessa a spiegare come la sua organizzazione fornisca ai giovani eritrei imprigionati nel Nord Africa un biglietto aereo per portarli nei campi profughi dell’Etiopia. «Poi da lì possono sempre fuggire in Sudan anche per tentare l’altro percorso per andare in Libia», spiegava all’Human dignity award di Bergen. Ma l’iniziativa di Resq per far salpare quella che viene presentata come la «nave eritrea» può contare anche sull’aiuto mediatico di altre figure chiave dell’attivismo anti eritreo, come Vanessa Tsehaye, che da Londra lavora con la sezione Corno d’Africa di Amnesty international ed è velocissima nel ritwittare i post della «nave eritrea». Proprio Amnesty, negli ultimi mesi, è stata particolarmente attiva nel muovere denunce, spesso affrettate e sulla base di scarse evidenze, contro il ruolo dell’Eritrea nel recente conflitto in Tigray, regione nel Nord dell’Etiopia. Perché puntare su un revival della narrativa anti eritrea proprio in questo momento? Resq di preciso non lo sa. Di sicuro il clima generato dal conflitto di questi mesi tra il Tplf, il partito del Tigray alla guida dell’Etiopia fino al 2018, e il governo federale, aiuta. Il nuovo asse tra il premier Abiy Ahmed e il presidente dell’Eritrea, da tempo impegnati nella stabilizzazione dell’intera area, ha visto un’enorme mobilitazione mediatica da parte degli attivisti antieritrei, attivisti che oggi guarda caso sono diventati anche antietiopi. E che non sono di certo scevri di interessi politici, spesso vicini alle istanze del Tplf, che vanta da sempre ottime introduzioni nella comunità internazionale. Il terreno dunque è sicuramente fertile per il fundraising e per attingere a nuovi potenziali flussi dal Corno d’Africa. Ma a che prezzo?
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