• Secondo le autorità locali, anche la componente femminile della famiglia avrebbe avuto un ruolo nell’omicidio della giovane. Intanto i musulmani di Brescia manifestano, però contro le «strumentalizzazioni» e in favore dell’immigrazione e dell’islam.
  • E a Lecce una ragazzina originaria dello Sri Lanka si è tagliata le vene per un matrimonio combinato: avrebbe dovuto lasciare l’Italia con lo sposo.

Lo speciale contiene due articoli.

A un certo punto, mentre i media italiani cercavano di vedere la luce oltre la cortina fumogena alzata dalla famiglia di Sana Cheema sulla morte della giovane italopakistana, sembrò che almeno un membro del clan si fosse distinto dalla furia oscurantista degli altri: la madre. Il 22 aprile, infatti, il Giornale di Brescia diede la notizia che il padre e il fratello della giovane, allora solo sospettati di averla uccisa, fossero stati denunciati dalla donna. Un gesto di grande coraggio, tanto più se compiuto lì, in Pakistan.

Oggi, tuttavia, delle ombre si addensano anche sulla componente femminile della famiglia Cheema. È sempre la testata locale, infatti, a riferire che anche la madre e una zia della ragazza risultano indagate. Anche per questo, gli inquirenti hanno chiesto una proroga di 15 giorni delle indagini, in attesa del risultato di tutti gli esami sul corpo della vittima. Nei giorni di liti, discussioni, incomprensioni, culminati nell’aggressione che le è costata la vita, quindi, Sana non ha trovato alcuna sponda amica nella sua comunità familiare.

Nessuna voce improntata alla comprensione, nessuna mediazione fra le pretese del padre padrone, legato ai dettami tribali, e la legittima volontà di una giovane che, per il proprio futuro, aveva ben altri progetti in testa. Al contrario: secondo quanto dichiarato dal padre di Sana, la madre aveva più volte insistito con la ragazza affinché lasciasse il suo ragazzo. Un pakistano anche lui, peraltro, ma meno controllabile, occidentalizzato, abituato a vivere come gli infedeli. «Mia moglie ha provato a mettere quel ragazzo alle strette: o la sposi o smettete di vedervi, gli aveva detto. E infatti dopo quel colloqui Sana si è convinta a tornare qui al villaggio». Un viaggio, quello di Sana, che non deve aver dato i risultati sperati dalla famiglia, se si è concluso con la rottura del suo osso del collo.

«Un disegno di Allah», replica Ghulam Mustafa Cheema, il padre cinquantacinquenne della ragazza. Quell’osso del collo si è rotto così, per caso, per fatalità, per il volere di Dio. «Non è vero che abbiamo confessato», dice Ghulam. «Se il referto dei medici legali dice che Sana aveva l’osso del collo rotto è perché deve aver battuto contro il bordo del letto o del divano». Intervistato da un inviato di Repubblica nell’ufficio di polizia di Kunjah, l’uomo nega persino di aver confessato alcunché, anche se le autorità locali confermano che l’ammissione di colpa c’è stata. Sana sarebbe morta strangolata dal padre con una sciarpa, mentre il fratello le avrebbe messo una mano sulla bocca per non farla gridare. Mentendo a dispetto delle evidenze emerse dagli esami autoptici e dalle incongruenze palesi nella versione della famiglia, il padre di Sana ha inoltre giocato la carta del razzismo: i bresciani, dice, erano loro ostili. Le attività di Sana andavano così bene da suscitare l’invidia e il boicottaggio verso gli immigrati di successo, tant’è che, assicura il genitore, la ragazza alla fine si era convinta ad accettare i consigli della famiglia. Sarà pure un bigotto tradizionalista legato alle sue tradizioni più retrive, il signor Cheema, ma una cosa, qui, sembra averla imparata: se c’è qualche problema, la chiave del razzismo apre qualsiasi porta.

Perché fare autocritica, quando si può comodamente dare la colpa alla cattiveria della società occidentale? La stessa comunità musulmana di Brescia, che pure finora aveva espresso parole di condanna ferma nei confronti dell’omicidio, arrivando a far diffondere per prima, dai suoi stessi rappresentanti, i risultati dell’autopsia che inchiodavano i parenti di Sana, ora comincia a virare verso un’ambiguità insopportabile. Ed ecco, quindi, che la manifestazione di domani pomeriggio sarà comunque «contro la violenza sulle donne», ma anche contro le «strumentalizzazioni».

L’iniziativa è promossa da alcune compagne di classe di Sana del liceo De André e, appunto, dalla comunità pachistana locale. I dettagli dell’iniziativa saranno presentati oggi, in una conferenza stampa alla moschea di via Volta, dalle associazioni che gestiscono la moschea e il centro culturale islamico di viale Piave con l’associazione Pak Brescia. L’obiettivo, comunque, sarà quello di «esprimere il dolore e la più ferma condanna nei confronti dell’orribile omicidio della giovane bresciana, contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne e per rifiutare qualsiasi generalizzazione e strumentalizzazione contro gli immigrati in generale e quelli di religione musulmana nello specifico». Già che ci siamo chiediamo pure più immigrazione, non si sa mai. Del resto si sa: in Italia, dove dicono che abbiamo un problema culturale col patriarcato che genera femminicidi, negli ultimi cinque anni si sono registrati 774 casi di omicidio di donne, una media di circa 150 all’anno. E sono, ovviamente, 774 morti di troppo, intendiamoci. Desta però più di qualche perplessità la velocità con cui, invece, il migliaio di «delitti d’onore» che avvengono ogni anno in Pakistan debbano essere derubricati a tragedie singole, episodiche, che, per carità, non riconducono a nessuna cultura, religione o ideologia. In Italia è il patriarcato a uccidere le donne. In Pakistan è il destino cinico e baro. O forse, come dice Ghulma, il bordo di un letto o di un divano.

Adriano Scianca


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