La Squadra mobile della Questura di Caltanissetta con l’operazione Mare Aperto ha sgominato una banda specializzata nel traffico di clandestini tra la Tunisia e la Sicilia con base nel Nisseno. Diciotto gli arresti per associazione a delinquere transnazionale finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, con undici tunisini e sette italiani coinvolti: per dodici di loro il gip ha disposto l’arresto, per gli altri sei gli arresti domiciliari (sei misure sono andate a vuoto per l’irreperibilità dei destinatari), mentre in tutto gli indagati sono venticinque.
Per inquirenti ed investigatori si tratterebbe di un’organizzazione senza scrupoli, attiva tra i porti della Sicilia sud occidentale e le coste tunisine con potenti motoscafi e gommoni schierati a ripetizione, sempre più veloci e capienti, capaci di sfidare le autorità portuali di Tunisi e la Guardia costiera. In caso di problemi, come un’avaria al motore o l’intervento di un elicottero, gli scafisti erano autorizzati a «sbarazzarsi dei migranti in alto mare». Era questa l’indicazione data dagli organizzatori dei viaggi della speranza agli autisti (così venivano definiti gli scafisti professionisti tunisini e italiani, ma anche albanesi, reclutati anche dalla Francia) che partivano da Caltanissetta, Trapani e Agrigento per prendere i migranti in Tunisia e riportarli nell’isola in una notte, meglio se con la nebbia per proteggere l’imbarco e sbarco.
A capo dell’organizzazione c’era il Cammello, alias Akrem Toumi, 46enne tunisino già arrestato nell’operazione di polizia Skorpion Fish del 2018, ma capace di riorganizzarsi dagli arresti domiciliari grazie al sodalizio con la moglie Sarra Katerchi, 38 anni e i suoi parenti, e con Giovanni Bertoluccio, catanese di 52 anni, imprenditore agricolo a Gela, dove la banda aveva il suo polo logistico, ma anche l’uomo capace di attivare i contatti con Cosa Nostra.
È il Cammello a dare modo agli investigatori di ricostruire la trama del traffico di migranti organizzato sulla tratta tunisina dall’autunno del 2019. Su Messenger, dove crede di non essere intercettato, ma che utilizza per organizzare l’attività criminale in Italia e all’estero, Toumi si vanta di «aver guadagnato 175.000 euro in un anno e sette mesi di arresti domiciliari», trasportando da una sponda all’altra del Mediterraneo cartoni (sigarette) e pecore (clandestini), al prezzo di tremila/cinquemila euro ciascuno, con carichi di venti clandestini alla volta che fruttavano dai 30 agli 70 mila euro a viaggio, a seconda dell’imbarcazione utilizzata.
Dalle intercettazioni la polizia scopre che la tariffa era variabile. C’era chi viaggiava gratis o con lo sconto, come trafficanti di droga, ex carcerati amici del capobanda, parenti. A patto però che trovassero altre pecore da andare a pescare.
Fitta la rete di contatti in Tunisia, per il reclutamento degli scafisti e degli accompagnatori dei migranti, per affittare le case al mare sulle spiagge da imbarco, ma anche tra le autorità tunisine. In un caso è la polizia a intercettare una telefonata tra il Cammello e un addetto non identificato dell’Autorità portuale tunisina: «Se per strada t’incontra il falco della Tunisia?», chiede l’addetto con cui ha da poco definito un viaggio, facendo riferimento alla Guardia costiera nordafricana. Il Cammello spavaldo risponde: «Con questo pezzo li sperono e scappo». Con il cellulare, in videochiamata, inquadra il motoscafo da 500 cavalli e 80 nodi di velocità in manutenzione.
Non sempre gli affari vanno bene: dopo un viaggio redditizio uno degli scafisti reclutati scompare con i soldi per comprare un altro gommone da inserire nella flotta. È sempre il Cammello dall’Italia a rassicurare gli organizzatori dei viaggi a Tunisi, visto che i clandestini hanno già pagato in anticipo con Western Union e ricaricabili Postepay: «Ora ci penso io a farli spaventare», assicura Akrem Toumi promettendo l’intervento dei parenti sui migranti in attesa in una casa al mare a El Houaria. «Se fanno denuncia alle autorità, sanno già che perdono tutti i soldi».
Per lo stesso episodio la banda è costretta a riorganizzarsi, prendendo contatti con Cosa nostra per farsi finanziare barche e manutenzioni meccaniche. È sempre il Cammello a garantire la frittata (l’affare) sia con i tunisini che con gli altri italiani, cercando di mantenere alta la sua reputazione: «Stai tranquillo, la mafia è con me. Tu mandami le persone», rassicura all’organizzatore tunisino. «Anche quelli senza soldi. Così si fanno i soldi, capito? Tu e tua figlia non vi dovete mettere nel conto (viaggiano gratis) ma trova altre pecore che pagano».
Nonostante l’ordine di sbarazzarsi dei migranti in alto mare in caso di guai, prima della partenza il Cammello rassicura i basisti: «Quelli (i clandestini) vogliono vedere il pezzo (la barca) dove devono salire. Hanno paura perché è lontano e ci sono pure i bambini». Lui risponde che non c’è nulla di cui preoccuparsi, che «gli scafisti tunisini sono bastardi e infami, che fregano la gente e scappano con i soldi». Lui invece no, dice che ci sa fare: «Vedi, nel nostro lavoro devi dare da mangiare a tutti».
Il 26 luglio 2020 un motoscafo della banda parte dal porto di Licata in direzione Tunisia per prelevare dei clandestini. Solo l’avaria di entrambi i motori non permette di concludere il viaggio della speranza. Il natante resta alla deriva a largo di Mazara del Vallo, in «mare aperto». Polizia e Capitaneria di Porto lo seguono e poi identificano gli scafisti, risalendo alla banda.
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