- I numeri record sugli arrivi di immigrati mettono sotto stress le strutture dell’accoglienza. Accampamenti più o meno legali, alloggi di fortuna, bidonville a cielo aperto rifanno la loro comparsa nelle nostre città. Con tutti i problemi di igiene, sicurezza, degrado che questo tipo di situazioni da sempre comportano.
- Dal Nord al Sud, i Comuni protestano contro un fenomeno diventato ingestibile: «Abbiamo già dato, adesso basta».
Lo speciale contiene due articoli.
L’accoglienza in Italia? In tenda. Qui sotto, tra funi e tiranti che le tengono in piedi, si tende e si consuma l’accoglienza italiana. Che tira da una parte, tira dall’altra, si sfibra, di dilata, si tira a tal punto che qui sotto tutti non ci stanno, non ce la fanno, e la tensione è talmente forte che la tensostruttura scoppia, creando la rivolta. È sempre stato così.
Tendopoli, maxi centri, vecchie caserme. Per anni, le cooperative dalle uova d’oro ne hanno fatto la loro fonte di guadagno. E ora con l’emergenza migranti, le tende tornano sulla scena. Dati alla mano, dal 1° gennaio al 7 giugno 2023 i migranti sbarcati sulle nostre coste sono stati 52.328, più del doppio rispetto ai 21.182 nello stesso periodo dell’anno scorso e, pensate, più del triplo dei 15.065 sbarcati nello stesso periodo del 2021.
Si conta che da inizio anno, dato aggiornato al 21 luglio scorso, i migranti approdati sullo stivale siano 83.439. A fronte di questi numeri, i rimpatri sono veramente pochi, fanno perfino ridere. In nove anni, tra il 2013 e il 2022, sono stati 44.000 – fonte Eurostat – fondazione Moressa – per altri 186.000 l’ordine di espulsione non è stato eseguito. Per non parlare di quelli che giungono, in una lenta e continua marcia emorragica, dalla rotta balcanica. Centinaia ogni giorno, si infilano sui sentieri impervi tra la Bosnia e la Croazia, tra la Croazia e la Slovenia, tra la Slovenia e l’Italia, attendendo la notte per travalicare le alture, e appena giungono lì sopra al castello di San Servolo, che domina dalla Slovenia la periferia di Trieste, scendono a valle e, voilà, mettono piede in Italia.
Con l’aumento degli sbarchi però è necessaria una distribuzione dei migranti in tutta Italia. Ed è così che in alcune zone sono riapparse le tende, anzi, in altre non se ne sono mai andate.
Partiamo dal Veneto, qui nelle prossime settimane sono attesi oltre 4.000 «profughi». A Verona, zona Torricelle, nell’ex palazzina Nato, struttura adibita a ospitare i migranti, venti giorni fa sono apparse tre tende, dove hanno dormito 18 persone. Il perché è molto semplice: i posti nella struttura sono esauriti.
La situazione è precipitata quando l’11 luglio scorso, mentre il presidente del Veneto Luca Zaia presentava il nuovo protocollo regionale di «accoglienza diffusa», 20 migranti a Vicenza venivano abbandonati sulle panchine di sei comuni. Anche qui scene che rievocano drammi del passato quando nel 2017 ci fu la lunga marcia dei migranti dell’ex base militare di Conetta, nel veneziano, con i richiedenti asilo accampati davanti il comune di Piove di Sacco nel padovano.
A Vicenza nella maniera più dura si voleva comunicare che il sistema è saltato. In alta Val di Susa, l’altra notte di migranti ne hanno soccorsi 180. Alcuni li hanno avvoltolati nei sacchi a pelo, altri li hanno messi dentro una mensa, altri ancora in moduli esterni. Non ci stanno più, «il sistema è al limite», dicono i volontari. «È una questione di numeri: non riusciamo a far fronte all’emergenza», dice il sindaco di Oulx, Andrea Terzolo, secondo quanto riportato due giorni fa dalla Stampa. «Serve supporto logistico. I gestori del rifugio sono in oggettiva difficoltà e non si può lasciare le associazioni in prima linea». Da inizio anno nei centri accoglienza di Torino e provincia ne sono arrivati oltre 4.000, circa 9.000 in Piemonte.
Anche in Toscana le tende non si vedevano da anni, e quindici giorni fa a Pelago (Firenze), tra i vigneti e gli ulivi ne sono riapparse due del ministero dell’Interno.
A Oderzo in provincia di Treviso le tensostrutture che dovevano essere smantellate nel 2018, non se ne sono mai andate.
Per non parlare di quelle fai da te, degli accampamenti raffazzonati e imbastiti alla «va là che va bene», dai migranti.
A Roma ad aprile scorso, passando dal parco di Centocelle fino a Tiburtina, spuntavano vari insediamenti, ora alcuni sgomberati, come quello in viale Pretoriano. Siccome i centri traboccano di ospiti, molti anziché stare in quindici in una stanza, preferiscono la strada.
O come in Friuli, a novembre scorso, c’erano 50 migranti che dormivano in tenda a Gradisca. Chi non ci stava dormiva fuori. A Turi in Puglia, l’estate scorsa accanto al campo di accoglienza stracolmo, spuntarono alcune tende per i migranti, che raccoglievano le ciliegie.
Ma le tendopoli, anche quelle legalizzate, disegnano scenari incivili e primitivi.
File di migranti disperati in coda sotto il sole per un pasto, letti accatastati uno in cima all’altro, con tegole e tavole di compensato usate come materasso; bagni lerci, sudici, docce impraticabili.
A Conetta, dal 2015 al 2018, si consumò lo scempio dell’accoglienza italiana. Le tensostrutture, che anche secondo il dizionario, dovrebbero essere temporanee, qui ci rimasero per tre lunghi anni. Con picchi di 1.600 persone. Migranti accatastati sopra i letti, gente in rivolta, tensioni, maxi risse. Perché le tendopoli sono questa roba qua.
Le tendopoli sono quella roba da cui non vedi l’ora di scappare. Ci entri dentro e l’odore acre ti rimane appiccicato addosso per settimane. Ti sale lungo il naso, ti scende nell’esofago, ti trivella lo stomaco. Se ne rimane lì appiccicato addosso mentre la tua testa macina pensieri sull’etica e i diritti umani, mentre quel punto interrogativo sale nella mente e si chiede se questa sia la via giusta dell’accoglienza.
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