• Il rapporto di Arci Porco Rosso e Borderline censisce gli scafisti: nel 2022 fermati in 264. Molti di loro sono nordafricani. «Alcuni sono costretti, altri ci lucrano sopra. Ma per noi vanno difesi tutti, a prescindere».
  • La nave di Medici senza frontiere arrivata ad Ancona. Cgil, Cisl e Uil si offrono per ospitare i 73 sbarcati. Il capo missione minaccia: «Le partenze continueranno».

Lo speciale contiene due articoli.

Ong e scafisti: una storia d’amore. Chi lo dice? Proprio loro. Basta leggere il report «Finché puoi ascoltare: la criminalizzazione dei cosiddetti scafisti nel 2022», prodotto nell’ambito del progetto Dal mare al carcere, di Arci Porco Rosso, Borderline Sicilia e Borderline Europe, rilanciato con entusiastica adesione anche sul sito dell’Ansa.

Il riferimento ai «cosiddetti scafisti» apre già un mondo. Siamo a un livello ulteriore rispetto alla solita narrazione arcadica sulle Ong «buone», distinte dagli scafisti «cattivi»: qui si passa direttamente all’elogio di questi ultimi. Che, senza vergogna, il report ribattezza con la definizione kiplinghiana di «capitani». Prima di affrontare l’aspetto ideologico del rapporto, tuttavia, andiamo a vedere i dati.

Il report si basa soprattutto sulle notizie riportate nella stampa locale. Nel 2022, le Ong hanno contato il fermo di 264 persone in seguito agli sbarchi. L’anno scorso ne scovarono con la stessa tecnica 171, ma per quel periodo abbiamo anche un numero fornito dalla polizia, quello di 225 fermi. «Se abbiamo mantenuto lo stesso livello di precisione», scrivono gli autori del post, «possiamo stimare che il numero di fermi complessivamente nel 2022 è di 350 persone circa». Interessante la ripartizione per nazionalità, con un calo dei «capitani» dell’Africa occidentale arrestati e una crescita di quelli del Nord. Nel 2022, infatti, «la polizia ha fermato il doppio delle persone nordafricane rispetto all’anno precedente: abbiamo contato 118 fermi nel 2022, a fronte dei 61 nel 2021. Nell’ultimo biennio, come negli anni precedenti, la maggior parte di questi fermi coinvolgono cittadini egiziani». Un altro cambiamento significativo fra il 2021 e il 2022 riguarda il calo di scafisti ucraini, logica conseguenza della guerra: da 32 a 9. Ma che ci fanno gli ucraini nel Mediterraneo? Leggiamo: «Gli skipper (sic!) ucraini storicamente sono stati fondamentali per l’arrivo delle persone che partono dalla Turchia, in quanto marinai esperti che sanno condurre una barca a vela durante la settimana di viaggio che occorre per attraversare l’Egeo e giungere fino alle coste italiane». Con il calo degli ucraini, «abbiamo assistito al raddoppiarsi dei fermi di cittadini turchi (24 nel 2021, 52 nel 2022), e russi (7 nel 2021, 14 nel 2022) ma anche a molti più fermi di persone dal continente asiatico in generale: dai siriani ai bengalesi, passando da Paesi senza sbocco sul mare, come il Kazakistan e il Tagikistan».

Questi i numeri. Che sono tuttavia inseriti in un quadro fortemente apologetico. Intendiamoci: il report ha ragione quando spiega che tra le persone accusate perché trovate alla guida di un barcone esistono posizioni e storie molto diverse. In un report analogo dell’ottobre 2021, le organizzazioni in questione distinguevano almeno cinque casi: il «migrante-capitano forzato», il «migrante-capitano di necessità», il «migrante-capitano retribuito», il «capitano dell’organizzazione» e poi i vari «casi “misti”». Chi si trova a prendere il timone a forza di frustate o lo fa per evitare in extremis un naufragio, ovviamente, non può essere paragonato a chi fa questo per lavoro ed è inquadrato in vere organizzazioni criminali. Ma, a parte il fatto che situazioni ibride si riscontrano anche in altri tipi di reati – lo spacciatore di strada è sia criminale che vittima di criminali più potenti e più tutelati di lui – senza che questo diminuisca la gravità del crimine in sé, la cosa da sottolineare è che, dopo aver distinto le varie posizioni, il report alla fine le difende… tutte! Anche quelle più esposte in senso criminale. Leggiamo infatti nel rapporto del 2021: «Attraversare la frontiera, oppure aiutare qualcuno a farlo, non dovrebbe essere di per sé un reato. La criminalizzazione di coloro che attraversano le frontiere distoglie l’attenzione dalla violenza razzista messa in atto dall’Europa». E ancora: «La nostra ferma convinzione è che l’atto di guidare una barca e di trasportare migranti non dovrebbe essere di per sé un crimine. Le ragioni dietro la decisione di qualcuno di guidare una barca – che sia per il proprio progetto migratorio, o sotto minaccia di violenza, o per incentivi monetari – non modifica questa posizione». Nel documento più recente, del resto, quello dello scafista è definito un «reato politico» che consiste nel «favorire la libertà di movimento».

Capito? Lo scafista va assolto di per sé, indipendentemente dal fatto che agisca sotto costrizione, per soldi o «per il proprio progetto migratorio». Non solo: la penultima categoria di «capitani», come si è visto, parla esplicitamente di persone legate a gruppi che lucrano sulle tratte. Si tratta dello «scafista che è stato integrato nell’organizzazione della traversata, nel senso che non solo viene pagato per il viaggio, ma ha un interesse economico nel suo successo e in altri viaggi che verranno o sono stati organizzati dallo stesso gruppo di persone». È evidente che stiamo parlando qui dei veri trafficanti di uomini: organizzati, venali, senza scrupoli.

Bene, direte voi: almeno nel caso di queste persone, leggeremo nel report una presa di distanza? Macché. Certo, si ammette che ogni Ong può «decidere autonomamente, all’interno di questo spettro, dove voler porre limite a espressioni di solidarietà e sostegno, quali sono i principi e i valori che non dovrebbero essere superati e quali, invece, le azioni di cui non ci vogliamo fare carico o, addirittura, riteniamo debbano essere in qualche modo punite». Insomma, si ammette che, «addirittura», qualche attivista possa non amare i trafficanti. Ma, aggiungono subito, «per quel che ci riguarda, noi crediamo che sia possibile difendere tutti gli accusati sulla base di una critica alla criminalizzazione della migrazione in sé e per sé, criminalizzazione sulla quale si fonda il sistema che produce tutte queste situazioni. […] In questo quadro, anche alcuni dei casi apparentemente più controversi descritti nel rapporto possono essere difesi». Viene anche citata la Meloni, che disse alla Francia «isoliamo gli scafisti, non l’Italia». «Affermazioni odiose», chiosano le Ong, «che alimentano la demonizzazione di chi non fa altro che condurre oltre la frontiera imbarcazioni di persone in fuga». Povere stelline, speriamo non si siano offesi.

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